Silenzio forte – Maria Fezzardi

Mi vola addosso che nemmeno me ne accorgo, neanche l’ho vista arrivare tra le chiacchiere e i saluti in cui sono intento e poi all’improvviso ce l’ho addosso. Così addosso che in realtà non la vedo e perciò non so che è lei, ma dal modo totale in cui mi stringe non può essere nessun altro. Poi si scosta appena ed è lei per davvero, ma più decisa di come la ricordavo, mi pianta la punta del suo sguardo in faccia, dice un ciao asciutto ma pulito e poi mi lascia per festeggiare qualcun altro. É un abbraccio che sembra un morso: un saluto pieno di nostalgia e di rabbia allo stesso tempo, uno schiantare con forza quel suo corpo nitido contro il mio e poi passare oltre. Resto qualche secondo fermo, mi sento come un cane a cui abbiano dato un colpo sul naso, stordito e con l’orientamento fuori bolla. Come se mi avessero aperto un flash davanti agli occhi, sto solo lì fermo e sbatto le palpebre sulla sua sagoma finché le mie sensazioni tornano a fuoco.
Ciao.
Ha un cappotto verde e ride forte mentre parla con Valeria, chissà da quanto tempo non si vedono, chissà da quanto tempo non ci vediamo tutti noi. Aveva detto che non sarebbe venuta e invece eccola e il suo abbraccio sembrava più quando ti pestano un piede e poi chiedono scusa, piuttosto che un saluto. Ride di gola e butta la testa indietro e non capisco il perché ma è meravigliosa.
Ciao Elena. Ciao.

Finisco anch’io il mio giro di saluti e mi intrappolo da solo in conversazioni a cui fatico a prestare l’attenzione che vorrei e alla fine siamo arrivati tutti ed è il momento di entrare e prendere posto a tavola. Non sono una persona indolente o titubante, non lo sono mai stato, però adesso devo semplicemente scegliere un posto dove sedermi e mi sento confuso, di colpo alla bussola delle mie volontà è impazzito l’ago e non riesco a sapere dove vorrei sedermi e con chi vorrei davvero parlare. Seguo la corrente degli altri che entrano, lascio che si prendano il loro posto e così che scelgano il mio.
Mi sono mancati, mi sono mancati un sacco tutti quanti, uno per uno e tutti insieme, la sensazione di essere una squadra che funziona, in modo strano e secondo leve assurde e incastri tante volte inspiegabili, ma che alla fine funziona e sai che puoi contarci. Ordiniamo da bere e la cena diventa un’onda gonfia di racconti e di frammenti rimessi al posto, di scorci che mancavano che finalmente sono tornati a casa.
Elena è squillante, racconta dei suoi studi, del dottorato, del suo lavoro e dei suoi coinquilini, di come alla fine si sia liberata e sia riuscita a venire e del viaggio in auto con mille inconvenienti, gesticola e salta da un discorso all’altro, riparte, si confonde, si prende in giro. Gli occhi le luccicano forte, sono grandi e scuri e sgranati nel fervore del discorso, io li guardo e sento che di nuovo il pensiero mi si invischia, mi si ingarbuglia intorno a lei e rallenta fino a fermarsi. Dove sono stato tutto questo tempo? Che altre cose ho guardato senza sapere che c’erano cose come queste che avrei dovuto guardare?
Le persone sono tante e così le parole e le portate, brindiamo molte volte e ci lanciamo in maratone di ricordi esilaranti. Ogni tanto mi volto e i suoi occhi sono lì: intrisi di uno sguardo muto ma dolce, di uno sguardo raro, che non vuole dire nulla, che si accosta soltanto, mi guarda e resta lì, tace ma esiste forte.
Non so perché me la immaginavo più triste, più remissiva, più sconfitta. Invece è soltanto meravigliosamente buffa e inspiegabilmente magnetica. Ad un certo punto si alza, si infila una sigaretta tra le labbra e fa per uscire, così senza dir nulla a nessuno, accendino in mano e sciarpa grossa intorno al collo. Io guardo i suoi movimenti e mi domando se c’è stato un momento in cui ha preso le sue cose per uscire dalla mia vita e io in qualche modo non l’ho vista e l’ho lasciata andare senza nemmeno tentare di fermarla. Esce dalla fila e fa cadere la sedia impigliandocisi con la manica del cappotto, strizza le palpebre e fa una smorfia come di bambina colta in flagrante, sull’orlo dell’ennesimo piccolo disastro della sua vita. Si scusa, si piega sulle ginocchia per recuperare la sedia ed già fuori.
Io, seduto sulla mia sedia, che non è caduta ed è ferma, d’improvviso la sento scomoda dietro la schiena: lo schianto forte della sedia di Elena che cadeva a terra, o forse la sua cupa vibrazione lignea, deve aver disincagliato l’ago della mia bussola, che adesso mi pungola e punta fuori.
Ascolto il vuoto lasciato dal silenzio della sua voce. Avevo dimenticato che fosse così forte, così saporita, così assordante, che si stagliasse così fuori dall’orizzonte delle cose comuni, che sapesse essere così genuina e rigogliosa in se stessa, così perfettamente inopportuna.
Mi alzo ed esco dietro di lei. Nel cortile esterno s’è appoggiata con le spalle e un piede al muro, le ciglia nere le dipingono un’ombra lunga sugli zigomi alti, le sue labbra si chiudono sul filtro bianco della sigaretta e quando lo lasciano andare ci disegnano l’impronta rigata del rossetto. Guarda nel vuoto davanti a sé, non so se non abbia sentito la porta oppure se non le importi di chi possa raggiungerla, ma mentre spingo il battente per uscire non si volta. Resta esattamente com’è: elegante ma con carattere, con lo sguardo velato di pensieri e un sorriso piccolo che però è una certezza.
Mi avvicino in silenzio, mi accendo una sigaretta anch’io e resto zitto, le passo davanti e mi appoggio al muro accanto a lei. Mi ha visto eppure tace ancora. Forse è troppo tardi perché io la segua fuori, è passato troppo tempo da quando lei è uscita e io non so nulla di come ci si abitua ad esistere ogni giorno in silenzio, a scomparire ma essere lì, sempre, ad aspettare senza aspettare più.
Fa un altro tiro e continua a tacere, guardando la brace viva crepitare e accendersi ancora un po’ all’altro estremo della sua sigaretta. Finalmente trovo il coraggio di guardarla davvero e vedo che c’è un’altra cosa che continua a fare, oltre a tacere: sorridere. Tace e sorride. Se sente dolore, o se lo ha sentito, non filtra più. Con questo sorriso e con questo silenzio adesso allora lo so cos’è che sta facendo, proprio come facevano i suoi occhi poco fa, di nuovo: è muta ma è dolce, di una vicinanza rara, che non vuole dire nulla, che si accosta soltanto e resta lì, tace ma esiste forte.
Da quanto tempo esiste in questo modo? Con la vita piantata forte a terra che le trabocca da ovunque e lo sguardo da “io da qui non mi muovo”? Con questo enigmatico sorriso da roccia in quella bocca rossa che sembra un bengala che non posso smettere di guardarla?
Il silenzio e il vento e il rumore delle auto sulla strada si finiscono lentamente la sua sigaretta, lei se la spegne con un gesto deciso sotto la suola della scarpa in un modo concentrato che sembra dire “so stare al mondo da sola”, poi continua a tacere, si porta i capelli dietro le orecchie e si piega sedendosi sui talloni.
Non lo decifro il suo silenzio, non è che sia sfuggente, lei sta lì come un libro aperto, soltanto mi sembra un libro scritto in una lingua diversa dalla mia, non l’ho lasciata parlare abbastanza quando potevo, per saperla leggere adesso che non dice nulla. Non capisco che cosa vuole che io faccia. Però siamo in due qui fuori e devo smettere di pensare a cosa lei vuole che io faccia, perché c’è senz’altro almeno una cosa che questo imbecille in piedi nelle mie scarpe vuole che io faccia.
Le allungo una mano aperta, lei si volta e mi guarda da sotto in su, con due occhi da pozzo in cui l’acqua sul fondo luccichi fertile e nera, mi si aggrappa e si rialza e di nuovo ce l’ho addosso senza sapere quando o come mi ci sia arrivata.
É la storia della mia vita perdere tempo a chiedermi quale sia la strada per raggiungere le cose e alla fine perderle e invece guarda qui: lei non se lo è chiesto, mi è venuta addosso e basta, in un modo che forse non è quello giusto, in un modo che sembra di nuovo un morso o uno spintone, però almeno è qui. Mi stringe come si stringono le cose che si sono già perse eppure a me sembra che a lei non possa capitare mai di perdere nulla nella vita. Mi sembra che lei possa soltanto mangiarsela, la vita.
Mi sta sgridando, le sento le sue braccia che mi chiedono perché ci ho messo tanto, che vorrebbero sapere se la mia distanza è stata una scelta o soltanto una mancanza di coraggio. Vorrei saperlo anche io. Mi abbraccia come se stesse cercando di prendermi un calco o di imprimere la mia forma nella sua e viceversa.
Non sono abituato ad ascoltare il silenzio, ho imparato ad usare le parole troppo tempo fa e mi è sembrato che funzionassero e così ho scordato di imparare i silenzi, di imparare ad usarli bene, ad ascoltarli e a lasciargli il loro tempo. I silenzi mi fanno paura, e le attese, non so perché penso sempre che dopo di loro non venga nulla ed è una cosa da idioti, perché non c’è cosa migliore per dar valore a una parola, che dirla dopo un silenzio lungo, o non dirla affatto, se non si è sicuri che non andrà sciupata. Mi parlo sempre addosso, mi spiego, descrivo, metto insieme un bel pacchetto di parole e affido loro il compito di sistemare le cose. Non possono farlo. Questo silenzio forse invece può, questo silenzio parla chiaro e dice un’intera antologia di cose. Una parola sola non potrebbe mai dire tutte queste cose allo stesso tempo e non potrebbero nemmeno tante parole insieme, ci vorrebbe troppo e alla fine sarebbero comunque sbagliate, questo silenzio solo invece può.
E così lei mi sgrida per come sono stato e mi ricalca per come sono e alla fine prende anche a dondolare appena da un piede all’altro e a cantare con voce flebile una canzone che cantavo io, tanto tempo fa.
Adesso non è più questione di scelte o di coraggio, adesso lei è troppo forte perché io possa scegliere di non guardarla e, a dir la verità, non ho alcuna voglia di sprecare il mio tempo guardando altrove. Non più. Lei si dondola e canta e io sto zitto e la spingo indietro, le appoggio le mani sulle spalle e in silenzio le bacio quella voce. Dolce cremosa brama sangue in ebollizione, le sue labbra mi fanno venire fame. Non mi importa che sia il modo giusto, adesso sono io che mordo.

Maria Fezzardi

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