Il Luna Park – Luca Vellani

La cosa più brutta dell’essere cieco non è non sapere cosa possa essere il colore rosso o il giallo o il blu. Non è neanche non riuscire a immaginare ciò che spesso con i colori è rappresentato.
Se qualcuno non mi avesse detto che il sole è una sfera di luce gialla in un cielo blu, io non potrei ancora spiegarmi quel calore che sento nelle giornate in cui esco di casa tra il cinguettio degli uccellini.
La cosa più brutta dell’essere cieco è che hai bisogno di qualcuno che ti spieghi quel mondo che per te è buio.
Non c’è da disperarsi, il mio mondo è buio per i miei occhi, ma è acceso per gli altri miei sensi e per la mia immaginazione. Nelle mie numerose passeggiate amo ascoltare: il canto degli uccelli è strano, è bello quando mi circonda e mi disorienta, come se il mondo volesse giocare con me a nascondino.
Proprio come è successo con Anna.
Quella sera accaddero quattro fatti importanti.
Un luna park si fermò in città: cosa molto strana visto che abitavo in un paesino di 1000 abitanti, per lo più persone anziane, disperso nei campi e nella nebbia della Pianura Padana. I miei genitori, molto apprensivi a causa della mia – a loro dire – “particolare” condizione, acconsentirono a farmici andare con degli amici. Mi persi e conobbi Anna.
Andiamo, però, con ordine. Il luna park per me era un agglomerato di urla di bambini, vagoni che si mangiano i binari a folle velocità, versi di mostri poco spaventosi e odore delle frittelle e dello zucchero filato. I miei amici mi fecero scoprire anche il vuoto allo stomaco e il vento tagliente sulla faccia quando le montagne russe si tuffano in discese vorticose. Mi fecero provare l’effetto di volare nei seggiolini. In poche parole da cieco spettatore diventai il protagonista.
I miei genitori non mi avevano mai permesso di salire su nessuna giostra e anche quella sera si erano raccomandati di aspettare i miei amici giù, ma a quattordici anni tutti pensiamo di avere il mondo in mano e abbiamo voglia di infrangere le regole.
La terza cosa che accadde fu che mi persi.
Stringevo la mano di un mio amico, mentre con il bastone tastavo il terreno per evitare gli ostacoli. Probabilmente entrammo in una folla. Sentii tante voci sconosciute, qualcuno mi urtò e persi la mia guida; un’altra spallata improvvisa e sentii mancarmi l’aria per lo spavento. Le parole e le urla di felicità dei bambini si mischiavano nelle mie orecchie. Provai a muovermi: ero disorientato e la paura mi prendeva alla gola. Cercai di succhiare un po’ d’aria, ma arrivava solo l’olezzo di fritto mischiato a quello di sudore. Stavo affogando.
Finalmente sentii un profumo, e una mano che afferrava la mia. La sua pelle morbida mi rilassò sciogliendomi il nodo in gola e mi trascinò fuori da quel mare. Sembrava che tutto fosse scomparso. “Ciao, hai bisogno di aiuto?” mi domandò.
“Sì, ero con degli amici, ma li ho persi” risposi urlando.
“Tu sei Carlo vero? Io sono Anna, andiamo nella stessa scuola” si presentò così e questa frase, un po’ da dialogo tra Tarzan e Jane, è il riassunto di come conobbi Anna; una mia compagna di classe. Tutti me la avevano descritta come la più bella, ma non conoscendola io me la ero sempre e solo immaginata.
“Grazie mi hai salvato. Probabilmente senza di te sarei morto. Per caso hai visto Giovanni e gli altri?” le domandai. Non ricevetti nessuna risposta. Forse se ne era andata e mi sentii stupido. Poi sentii una mano cercare la mia e lei mi sussurrò: “Andiamo”.
Il calore della sua mano mi faceva sentire al sicuro. L’avrei seguita ovunque. Sentivo i miei piedi che goffamente si facevano strada tra il terreno un po’ accidentato del luna park.
“Dove siamo? Dove mi stai portando?” continuavo a chiedere ad ogni strattone o spallata che ricevevo. Ma tutte le mie domande ebbero una risposta quando sentii il giostraio urlare che dalla sua ruota si riusciva a vedere il Duomo di Milano. Anna pagò e mi aiutò a salire. La giostra partì con uno strattone e a me uscì la domanda più stupida del mondo: “Perché?”. Un sospiro e poi rispose: “Voglio conoscerti un po’. In questi tre anni non ci siamo mai parlati e poi hai una faccia simpatica”. “Beh per come ti ho immaginata anche tu hai una faccia simpatica” finsi di essere a mio agio nonostante il cuore galoppasse. Mi afferrò una mano e se la portò ai capelli. Pensai di avere un infarto. Le accarezzai i capelli e poi ritrassi la mano, come se la avessi appoggiata su una piastra rovente. “Ah quindi sei riccia. Ti avevo immaginato liscia e castana, anche se non so bene come immaginarmi i colori…” dissi sorridendo imbarazzato. “Almeno il colore lo hai indovinato” mi consolò ridendo lei e poi mi chiese: “Vuoi accarezzare il mio viso?”.
Toccandole le labbra sottili e un po’ screpolate dissi: “Me le immaginavo più morbide”. Finii di pronunciarlo e mi odiai. Come si può dire una cosa del genere alla prima ragazza della tua età che ti piace? Lei sembrò rimanere impassibile. Quando finii le dissi: “Ti immaginavo proprio così”. Lei rise un po’ sguaiatamente e mi accusò di mentire. Risi anche io e la sentii avvicinarsi a me. La ruota panoramica rallentò con un suono cupo. Sentii il suo corpo attaccato al mio; i suoi capelli mi solleticarono la guancia. Ero immobile, in pieno panico, e non sapevo come reagire. Anna si mosse e mi baciò. Sentii quelle labbra umide e calde sulle mie. Fu un rapido bacio che mi lasciò interdetto. La giostra si fermò e lei saltò giù. “Ci vediamo” mi disse e mi diede un altro bacio sulla guancia. Si allontanò e sentii la sua voce in lontananza spiegare ai miei amici dove ero stato.
In una sola sera ero passato da recluso in casa con due genitori secondini, a protagonista delle giostre del luna park, a naufrago tra una folla oscura, ad essere l’innamorato di una splendida principessa.
Una storia forse degna di un eroe epico, ma da quel giorno Anna è la persona che mi spiega questo mondo buio.

Luca Vellani

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