Un abbraccio – Monica Vagni

Un abbraccio. Non ce ne sarebbero stati mai più altri come quello, ma Ginevra non lo sapeva.
Probabilmente neanche Matteo lo se immaginava.
Apparentemente poteva sembrare un gesto d’affetto come tanti altri, ma la sua differenza si trovava nella sua unicità.
La forma di quell’abbraccio era fatta di parole taciute e mancanze sottili, di mesi di assenza e voglia di rivedersi.
Era successo tutto così in fretta e inaspettatamente che ancora non credeva che da lì a poco lo avrebbe rivisto.
Matteo le aveva telefonato in una tiepida mattina di ottobre, nella quale un pallido sole rischiarava l’aria.
Era da dieci mesi che né lo vedeva, né lo sentiva. Giusto un solo messaggio per dirle che se ne sarebbe andato.
Era partito, senza dirle nulla, per un lungo viaggio introspettivo. Quel ragazzo aveva bisogno di ritrovare se stesso.
Tante cose lo avevano fatto smarrire, tanto che non era più lui.
Nemmeno la loro amicizia, che prima di partire si stava trasformando in qualcosa in più, aveva consolato i suoi tormenti.
Ginevra aveva compreso che era successo qualcosa, perché era sparito all’improvviso. Aveva provato a cercarlo in diversi modi, senza ottenere risposte.
Poi un giorno le era arrivato quel messaggio:
“Ciao, scusa se non mi sono fatto più vivo, ma avevo bisogno di stare da solo e non sentire nessuno.
Ora sto partendo per un lungo viaggio all’ estero. Non ho ancora una meta precisa.
Probabilmente girerò molte città. Devo riflettere su diverse cose e su me stesso.
Non so quando tornerò. Ti chiedo di accettare la mia scelta e di non contattarmi.
Sarò io a farmi vivo con te.”

***

“Sto tornando in Italia. Tra un’ora passo a salutarti.”
Poche parole dette con tranquillità e pacatezza, che nascondevano una certa felicità.
Ginevra non se lo aspettava proprio.
La sua mente in quel preciso istante rievocò il momento in cui si erano conosciuti. Era successo alcuni anni prima durante le vacanze estive tramite amici di amici.
A quei tempi Matteo era un giovane ragazzo di periferia con tantissime idee bizzarre e grilli per la testa.
Con gli anni, tra loro era nato qualcosa di profondo che si basava sul rispetto e sulla fiducia reciproca.
E a quel ragazzo, che ora era cresciuto e aveva qualche capello argenteo, non se la sentiva di rinfacciare nulla. Voleva solamente vederlo.
Quell’ ora che la divideva da lui sembrava eterna, una tortura infinita che si concluse quando lo vide arrivare davanti a casa sua in auto.
Parcheggiò e scese.
Capelli arruffati e la barba incolta di qualche giorno contornavano un viso magro e dai lineamenti gentili; i suoi occhi scuri brillavano di gratitudine alla vita.
Suonò il campanello.
Lei rispose con finta calma.
“Sono Matteo. Scendi!”
Mentre l’aspettava, si accese una sigaretta. Era uno di quei ragazzi con la perenne aria da poeta maledetto un po’ tormentato.
Arrivato a casa da qualche ora, dopo essere andato dalla sua famiglia, era passato subito a salutarla.
Ginevra si affrettò a raggiungerlo. Mentre percorreva il vialetto di casa, si mise lentamente a correre. I capelli lunghi e ramati oscillavano ad ogni suo passo e sembravano emanare luce pura.
Quando gli fu davanti, senza nemmeno salutarlo gli saltò al collo.
Rimase di stucco, sorpreso per una manciata di secondi. Ancora assorto nei suoi pensieri, non si aspettava quel gesto. Ricambiò stringendola a sé.
Era proprio in quel momento che quell’ abbraccio prese la forma di qualcosa che sarebbe rimasto a lungo impresso nella loro memoria.
Lei avrebbe voluto dirgli quanto le era mancato, ma qualcosa la trattenne, poiché quell’abbraccio diceva tutto ciò che non avevano il coraggio di dirsi.
Charles Bukowski diceva che dentro un abbraccio puoi fare di tutto: sorridere e piangere, rinascere e morire. Oppure fermarti e tremarci dentro, come fosse l’ultimo.
Mai come in quel momento quelle parole non potevano essere più vere.
Silenzio. Entrambi avevano gli occhi chiusi a godersi quella sorta di incantesimo che li aveva portati lontano dalla realtà.
Il primo a scioglierlo e tornare al mondo reale fu Matteo, che con un “buongiorno” dal suono dolce appena sussurrato la risvegliò da quell’incantesimo.
Era durato una frazione di secondi, ma era stato così intenso da sembrare lunghissimi minuti.
Eppure, anche dopo essersi staccati l’uno dall’altra, l’energia positiva di quel gesto continuava a fluire dai loro corpi, invisibile ma percepibile, come se le loro anime fossero rimaste ancora abbracciate.
“Come stai? “ chiese lei, cercando di assumere il tono più fermo che conoscesse.
Prima di rispondere, Matteo si accese un’altra sigaretta. Sentiva il bisogno di calmarsi, perché quello che era appena successo con la sua potenza aveva smosso qualcosa che gli faceva paura.
“Ora sto bene” rispose, e un velo di amarezza gli attraversò il viso. Inspirò il fumo di tabacco, e poi ci fu un attimo di silenzio tra loro. Matteo era così, quando gli riaffioravano alcuni ricordi dalla mente si faceva silenzioso e di poche parole.
“Perché? Che cosa è successo mentre eri via?” chiese lei con un filo di preoccupazione nella voce.
“Lascia stare, non ho voglia di parlarne. Per ora ti basti sapere che sono contento di essere qui. Non devi preoccuparti, come vedi sono vivo e vegeto! Anche tu mi sembri in ottima forma” disse poi per sdrammatizzare.
Non si azzardò a chiedergli più nulla a riguardo.
Parlarono ancora un po’. Le raccontò che era stato molti mesi in Germania, e che poi aveva visitato tutti i paesi del Nord Europa. Fu piuttosto vago, come se in quel racconto dovesse omettere dei dettagli che ancora lo disturbavano.
Prima di andarsene la salutò con una carezza sulla guancia, che Ginevra prese come un dono prezioso e raro.
“Ci vediamo presto!” le disse prima di sgommare sulla sua macchina e scomparire.

Erano passati quattro anni da quell’abbraccio unico nel suo genere. Quattro anni esatti proprio in quel giorno.
Era strano ripensarci ancora, soprattutto perché dopo quel fatto ce ne erano stati molti altri.
Ma, a quel tempo, nessuno dei due sapeva ancora che avrebbero passato insieme la vita intera.

 

Monica Vagni

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