Smarrimento – Manfredi Cartocci

Fermo immagine, di un mare lievemente arrossato che ti chiede chi sei. Strade rotte, di asfalto talmente sconnesso da non aver memoria della propria stesura. Ombre magiche, di piante e di gente assonnata che ama e odia la propria domenica. Il senso del vento che soffia come adirato per un inopportuno oltraggio si perde alla maniera del senso nel discorso di un tale ubriaco. O forse troppo stanco per ordinare i pensieri.
Sai che dovresti correre, trasformando il tempo donatoti in una magnifica forma di vita, di vivere, di vissuto.
Detesti stare fermo, perché ciò ti inietta un senso di spreco; ma il tuo muovere è placido e barcollante.
Sai dove andare? No.
Sai cosa fare? No.
Ti basta cambiare la situazione attuale, tanto ti è stretta e scomoda.
Dentro è buio. Abitano in molti un modesto monolocale di cui sei unico padrone senza chiavi. Non ci sono finestre, ma da sopra sentivi un gran baccano. Un rumore di sensi contorti, di voci e di problemi irrisolti.
Quanto a lungo hai invocato un quieto silenzio, un sospirante dormire dei fruscii della foresta, delle strade di città, del fluttuare del mare. Ignaro di quale inquietudine desta nell’uomo l’assenza, il tacere di demoni privi di età di cui già ti manca la voce.
Non c’è tintinnio, lanciando una moneta in questo pozzo. L’averno dell’anima non ha fondo.
Il viaggio giunge a un crocevia senza indicazioni, le tracce sono cancellate dalla pioggia. Corre veloce lungo la schiena un brivido familiare ma sempre diverso, figlio del timore d’un ignoto che non sonderemo mai.
Di passo lieve in passo lieve, ballando sotto la luna, ci districhiamo in febbrili notti, in cupe serate ed albe scure.
Una risata di follia, un velato sguardo depresso; si manifesta in modi bizzarri lo scomodo impegno di cercare se stessi. Non esiste niente di bandito dal mondo interiore, eppure ci sorprendiamo di tutto. Voglie a cui non sappiamo più dare un nome, desideri sepolti nella cenere di un mondo anelato, ma arso dall’incapacità di dargli vita.
Eppure, tutto questo è troppo.
E’ troppo importante, troppo complesso, troppo legato al sopravvivere della nostra essenza per potersi risolvere nella nostra sconfitta.
Onorammo la chiamata alle armi per la conquista della piena coscienza di noi stessi.
Ma non eravamo pronti: gli artigli della belva a fondo lacerarono le nostre deboli corazze di sprovveduti scudieri. Dee alate vestite di benevolenza proteggono coloro che altro non chiedono se non di poter tentare ancora, e leste ci portano via, nella brezza di una nuova speranza, in un luogo che non conosce nessuno, dal quale usciremo solo per la prossima battaglia.
Callide muse delle guerre interiori, possiamo forse arrecarvi offesa per l’atto di condurci in quello stato di cose che così tanto tempo passiamo a maledire? Possiamo forse inveire contro il fuoco che arde la nostra nave, se poi questo ci salva dall’incorrere in tempeste da cui nessuno poteva trarci in salvo? Per il nostro patetico essere umani sì, possiamo. Possiamo adirarci con la proibizione paterna che salva dal pericolo, con l’affetto materno che opprime la nostra stupida sete di autonoma solitudine, e perfino con voi, ninfe dello smarrimento, che ci portate lontane da ogni meta.
Ovunque potessimo essere arrivati, ovunque la nostra caparbietà ci avesse condotti, voi ci avete riportati nel solo luogo dove la mente di un uomo vivo deve stare: in quello che non conosce.
Nello smarrimento che coglie quando si vede qualcosa di mai visto prima, quando si saggia qualcosa di mai provato, quando il cuore rigurgita alla mente emozioni nuove. Dove si crede di non essere in nessun luogo, e pertanto, emerge l’urgenza di mettersi in cammino.

 

Manfredi Cartocci

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