Il barone Von Cruiff al matrimonio del licantropo – Antonio Rispoli

Era una di quelle notte invernali come ce ne sono tante in Transilvania, con un freddo gelido da ghiacciare le carni e una nebbia così fitta da non riuscire a vedere a un palmo dal naso. Quale migliore serata per un bel matrimonio?
Quella notte, il barone Von Cruiff, come d’abitudine, si alzò di buon’ora. Ancora assonato, con una mano si stropicciava gli occhi, mentre con l’altra apriva il coperchio del suo bara.
«Ben svegliato!» disse il suo umile servitore ragno, che, non appena aveva sentito il rumore dell’apertura della bara, era corso a porgere i suoi omaggi. «Avete dormito bene?»
«Insomma» rispose il barone, «c’è stato un dannato uccellino che ha cinguettato per tutto il giorno, e non mi ha fatto chiudere occhio nemmeno per un secondo.»
«Mi dispiace molto, signore» e avvicinandosi per sistemare il suo lungo mantello nero, «non temete, domani mattina manderò qualcuno ad occuparsene.»
«Sarà meglio per te. Non ho intenzione di trascorrere un altro giorno insonne.»
«Sarà mia premura occuparmene, signore!» rispose il ragno sempre più servile.
«Va bene, va bene, adesso andiamo avanti. Quali sono i miei doveri per oggi?» chiese il barone, che intanto si era diretto vicino allo specchio per sistemarsi, nonostante non venisse riflesso.
«Signore, in verità quest’oggi ci sarebbe una cerimonia molto importante.»
«Ci sarebbe?» guardò male il suo servitore, «o c’è, o non c’è!»
«C’è signore, c’è!» si affretto presto a confermare lui.
«E di cosa si tratta?»
«Quest’oggi c’è il matrimonio del licantropo.»
«Larry si sposa?» lo guardò stranito.
«Sì, signore, non se lo ricorda?»
Il barone, colto di sorpresa, restò lì per qualche secondo a rimuginare, ma poi per non dare soddisfazione al suo servitore urlò. «Posso mai ricordarmi tutto quello che succede?» e aggiunse, puntandogli il dito, «mio piccolo mostriciattolo, dovresti sapere che sono un mostro impegnato e non posso ricordarmi di tutte le sciocchezze che succedono.»
«Mi scusi signore, non intendevo mancarle di rispetto.» Rispose il piccolo ragno prostrandosi ai suoi piedi.
«Invece è proprio quello che hai fatto.» e avvicinandosi minaccioso, «ricordati che se solo volessi, potrei schiacciarti con un dito.»
«Sì, signore! Certo, signore!» esclamò lui, mentre dalla fronte grondavano gocce di sudore.
Van, notando il terrore negli occhi del piccolo ragno, se ne compiacque a tal punto da sghignazzare per qualche secondo.
«E con chi si sposa Larry?» chiese il barone, trattenendo a stento il ghigno.
«Come signore, non ricordate nemmeno questo?»
A quella domanda il barone preso dalla furia si tolse una pantofola e gliela tirò, ma la sua mira non era delle migliori; infatti la pantofola al posto di colpire il ragno andò a finire fuori dalla finestra e colpì il nido di un picchio, nel quale dormiva beatamente il piccolo uccello con le sue uova. L’animale, essendo stato svegliato in malo modo e avendo rischiato di perdere le sue uova, s’infiammò di colpo e, non appena capì da dove fosse arrivata quella pantofola, si fiondò sull’aggressore. Con una velocità impressionante entrò nel castello e, appena vide il barone, si fiondò a picchiettare la testa di Van, che dolorante scappava avanti e indietro per la stanza, cercando di liberarsi dall’attacco del pennuto.
Sfortuna volle che Van, scappando con le braccia a protezione del viso, non si accorse di dove stesse andando e andò a finire contro l’armatura che aveva accanto al letto.
Il botto fu fortissimo e il povero barone, ormai stordito, cominciò a barcollare, mentre il picchio imperterrito continuava a picchiettare sulla sua testa.
Van non riusciva più a capire niente e barcollando senza volerlo si avvicinò alla finestra. A nulla servirono i tentativi del piccolo ragno per fermarlo e il barone cadde giù dalla finestra andando a finire nel fossato pieno d’acqua che circondava il castello. Il ragno, preoccupato, calò subito una ragnatela che usò come una corda per scendere fino al fossato per sincerarsi che il suo padrone stesse bene.
«Signore, state bene?» chiese il ragno appena la testa di Van uscì dall’acqua. Purtroppo il barone non ebbe il tempo di rispondere che il piccolo picchio ostinato si fiondò nuovamente su di lui; il ragno, assistendo a quella scena, non poté fare a meno di ridere a crepapelle.
Passata questa piccola disavventura, il barone uscì dall’acqua e si diresse verso il portone del suo castello, mentre il ragno non la smetteva di ridere. Allora Van, stanco di essere preso in giro, si trasformò in pipistrello e fiondandosi verso il ragno con un colpo d’ala tagliò la ragnatela su cui era appeso, così che finisse in acqua.
Il povero insetto, non sapendo nuotare, cominciò a boccheggiare, invocando l’aiuto del barone che però non intervenne. Voleva dargli una lezione, ma il suo piano andò storto quando un pesce si avvicinò per mangiarsi il suo servitore. In quella situazione Van capì che era meglio rinviare la sua vendetta e attendere una situazione più congeniale. Non poteva di certo perdere il suo fedele servitore solo per dargli una lezione. Quindi scese in picchiata e lo afferrò per una zampetta proprio pochi secondi prima che il grosso pesce trangugiasse il piccolo essere.
«Grazie, signore!» disse il ragno.
«Non devi ringraziarmi. Questo ti deve servire da lezione. Non devi mai e poi mai prendere in giro il tuo signore e padrone», rispose lui, mentre svolazzando con in groppa il suo servitore tornava in camera sua, per poi tornare alla sua forma naturale.
Ormai zuppo, si cambiò in un batter d’occhio e, dopo essersi fatto dire dov’era la cerimonia, andò a fare le sue felicitazioni al suo amico, sempre accompagnato dal suo fedele servitore.
Una volta lì notò che all’entrata del castello dove viveva il lupo mannar c’erano due bestioni, anche loro lupi mannari, che decidevano chi poteva entrare e chi no.
«Senti un po’, ma non sarà che per entrare ci vuole l’invito e non me lo hai detto?» chiese al ragno, guardandolo male.
«Non lo so signore. Purtroppo quando il signor Larry è venuta a invitarla, io non ero presente.»
«Come, non eri presente? Stai sempre tra i piedi , proprio in quella circostanza non c’eri?» urlò il barone ormai un fascio di nervi.
«Mi dispiace signore, ma non è colpa mia!» si giustificò lui.
«È forse colpa mia?» chiese Van, guardandolo in modo minaccioso. «Sta attento che oggi rischi di farmi infuriare seriamente.»
«Sì, signore!» scattò sugli attenti lui, terrorizzato al sol pensiero di quello che gli sarebbe potuto capitare.
Dopo di che, facendo finta di niente, il barone si diede una sistemata e avvicinandosi con passo sicuro passò davanti ai due bestioni senza nemmeno rivolgergli lo sguardo.
Era quasi riuscito ad entrare, quando uno dei due con tutta la gentilezza che contraddistingue gli uomini lupo afferrò per il mantello il barone che, credendo di essersi impigliato in qualcosa, cominciò a tirarlo per cercare di liberarsi.
«Dove credi d’andare?» gli disse il licantropo con la sua fastidiosa voce rauca.
«E lei, di grazia, chi sarebbe?» chiese Van che, consapevole del fatto che quei due l’avrebbe sbattuto fuori senza il benché minimo problema, gli sorrise credendo così di riuscire a tenerli buoni.
«Noi facciamo il servizio di sicurezza per la cerimonia», e poi afferrando Van per il colletto e sollevandolo da terra se lo avvicinò al muso con fare minaccioso, «e tu, vampiro, chi diamine sei?»
«Se lei gentilmente mi mette giù, mi potrei presentare come si deve.» Rispose il barone, che ormai era ricoperto di sudore.
Il licantropo a quel punto si voltò verso il suo collega in cerca di approvazione e, appena l’altro gli fece un cenno con la testa, lasciò la presa facendo cadere il povero Van a terra.
«Avanti, dimmi chi sei!» disse il licantropo, guardandolo dritto negli occhi.
«Sono il barone Von Cruiff, amico fraterno dello sposo, che per l’occasione mi ha invitato.» rispose Van, mentre si sollevava a fatica, e ancora dolorante si massaggiava il sedere.
«Hai l’invito?»
«Veramente non ce l’ho con me, ma se avete una lista dovrebbe esserci il mio nome.»
«Niente invito, niente festa!» rispose il mostruoso essere con lo sguardo stupido di chi fa tutto quello che gli si dice.
«Ma mi ascolti…»
«HO-DETTO-NIENTE-INVITO-NIENTE-FESTA» ribadì alterato il suo pensiero, scandendo parola per parola.
«Va bene, ma se solo facesse venire un attimo qui lo sposo, ve lo direbbe lui.»
A quell’insistenza il licantropo non ci vide più e afferrandolo per il colletto lo portò via, mentre Van si dimenava cercando di liberarsi; mentre il piccolo ragno, vedendo che le cose non stavano andando per il verso giusto, scese dalla spalla del padrone e, non appena vide che il buttafuori lo aveva preso per il colletto, come se fosse un inerme gattino, cominciò a scompisciarsi dalle risate.
Mentre il ragno se la rideva a più non posso, Van venne trascinato con la forza a una cinquantina di metri dalla festa e, appena al licantropo sembrò abbastanza lontano, lo lasciò. Purtroppo per Van, al muscoloso buttafuori i vampiri non gli andavano a genio e, approfittando del fatto che lì vicino c’era un ponte che passava su di un fiumiciattolo, ci salì sopra e facendo pendere il barone sul vuoto, lo lasciò, facendolo cadere rovinosamente in acqua, per poi tornare indietro.
A quel punto, bagnato e umiliato per la seconda volta in una sola sera, il barone uscì dall’acqua e infuriato come non mai si diresse nuovamente alla festa; il ragno, appena lo vide, gli scoppiò a ridere in faccia. Van, stavolta non se la prese con lui, ma indirizzò la sua rabbia contro quell’essere che si era permesso di fargli tale affronto, quindi si trasformò in pipistrello e cominciò a volteggiare attorno alla sua vittima che, infastidita, sferrava schiaffi a destra e a manca con l’intento di colpirlo. Per sua sfortuna nell’intento di colpire quel moscerino, che tanto fastidio gli stava dando, colpì il suo collega che non avendo niente da fare si era addormentato.
Il collega, svegliato così bruscamente, si alzò di colpo e, una volta capito che era stato l’altro buttafuori, lo prese di petto e lo sbatté al muro, mentre l’altro cercava di scusarsi e spiegargli che non voleva colpire lui.
Mentre i due se le davano di santa ragione, il barone afferrò il ragno ed entrarono nel castello. Dopo essere giunti in un posto sicuro, tornò alla sua forma normale per poi andare alla ricerca del suo amico per fargli le sue felicitazioni.
Girò per il castello per quasi un’ora, ma del suo amico Larry non vi era traccia e, frustrato per non averlo trovato, sferrò un pugno al muro che innescò una reazione a catene. Dal muro colpito cadde un quadro che colpì un’armatura. L’armatura a sua volta cadde su di un’altra armatura e via dicendo, creando un effetto domino fino ad arrivare al salone principale. Una volta lì la lancia di una delle armature si conficcò nel sedere di uno degli invitati che era un orco. Questo a sua volta dolorante s’imbufalì, girando per la stanza come un pazzo, colpendo tutto e tutti e rovesciando la tavola con sopra il banchetto nuziale e facendo volare via la torta, che andò in faccia al ciclope. Il grosso mostro accecato sbatté contro le catene che reggevano i lampadari. I lampadari caddero dando fuoco alla lunga coda del vestito della sposa che presa dal panico incominciò ad urlare, mentre il suo futuro marito cercava una brocca d’acqua per spegnere il fuoco.
In tutta quella confusione il povero Larry, non trovando la brocca d’acqua, afferrò il bicchiere dalla zampa del drago e versò il contenuto sulle fiamme per spegnerle. Purtroppo nel bicchiere non vi era acqua, ma bensì un liquido altamente infiammabile, così che ci fu uno scoppio e le fiamme si propagarono per la sala, colpendo anche un mostro fatto interamente di capelli.
Quest’ultimo, sentendosi bruciare, corse verso la finestra cercando così di buttarsi nel fossato pieno d’acqua che circondava il castello, ma non si era accorto che c’era un gigante che stava osservando tutta la scena dalla finestra. Il grosso mostro, colpito nell’occhio dal piccolo essere peloso, venne accecato e portandosi le mani al volto indietreggiò inciampando su di un grosso masso per poi cadere rovinosamente a terra, creando una forte scossa sismica, che fece crollare il tetto di una delle torri del castello, oltre che a creare ancora più scompiglio nella sala. Alla fine quando finalmente tutto era finito, il barone riuscì a trovare la sala principale.
«Auguri!» disse Van aprendo la porta con un sorriso che gli andava da orecchio a orecchio, ma davanti a sé trovò una scena apocalittica e rendendosi conto che la colpa era sua chiuse la porta e fischiettando se ne andò pian piano, poi affrettò il passo fino a mettersi correre. G invitati del matrimonio, capendo a loro volta che era stato lui, gli corsero dietro urlando a più non posso con in testa la sposa, che, dopo aver afferrato la spada di una delle armature, voleva farlo a fette.
«Signore, ci sono alle calcagna!» urlò il ragno terrorizzato.
«Lo so, credi che non me ne sia accorto?» e con il fiatone aggiunse, «al posto di dirmi certe ovvietà, aiutami a trovare un modo per scampare dalla furia di tutti loro.»
«Sembra facile a dirsi.»
«Certo che tu, quando c’è da mettere una buona parola, ci sei sempre.» Disse Van sarcastico.
«Faccio del mio meglio!» rispose lui.
«Ma che fai? Ti prendi anche i complimenti?» urlò il barone con quel poco di voce che gli era rimasta in corpo.
«Sì, signore, pensavo fosse un complimento.»
«Ma quali complimenti», ribatté Van, che, non essendo più abituato a correre, aveva percepito una forte fitta al fianco e, tenendosi la pancia, continuava a correre.
«Signore, tutto bene?» chiese il ragno, accorgendosi che qualcosa non andava.
«Ti sembra che stia andando tutto bene?» s’innervosì ancora di più il barone.
«Che cos’ha?»
«Non ce la faccio più. Erano tanti anni che non correvo.»
«Allora perché non vola?» chiese ingenuamente il servitore.
«Ti sembra che, se l’avessi potuto fare, non l’avrei fatto?» e aggiunse, «Non vedi che dietro di noi ci sono anche esseri alati?»
«E allora?»
«Allora a piedi posso nascondermi nel bosco, in volo sono facilmente individuabile e quegli esseri ci mettono un secondo a raggiungermi» spiegò il barone, che ormai era talmente a corto d’ossigeno che le sue pallide e morte labbra diventarono ancora più bianche. Il ragno, vedendolo in difficoltà, cominciò ad escogitare un piano e, appena vide un grosso tronco d’albero con un foro all’interno, gli urlò di fermarsi.
Il barone stranamente si fermò e si voltò verso il suo servitore con una faccia stremata, ma con ancora un velo di speranza.
«Signore, si trasformi!» gli disse il ragno, che già aveva tutto bene in mente.
«Perché?»
«Lo faccia e basta che non abbiamo tempo da perdere.» E il barone, non avendo altra scelta, fece come gli era stato detto e in un batter d’occhio si trasformò in pipistrell, per poi cadere svenuto a terra; infatti per trasformarsi aveva consumato anche l’ultimo briciolo d’energia rimasto. Successivamente il ragno lo legò con la sua ragnatela e a fatica lo trascinò nel tronco d’albero, mentre tutto in torno gli invitati del matrimonio correvano da tutte le parti alla ricerca di quel maledetto che aveva rovinato il matrimonio di Larry e dalla sua futura moglie.
Passò qualche giorno e col tempo la rabbia degli invitati si placò, così il barone e il ragno col favore delle tenebre poterono uscire dal loro nascondiglio stando sempre attenti a non incontrare la sposa che era ancora agguerritissima e in cerca di vendetta.
Un po’ a fatica i due tornarono al castello e una volta lì il ragno fece distendere il suo padrone nella bara e, dopo avergli servito un ottimo bicchiere di sangue, il barone poté tornare alla sua forma normale per poi cercare di addormentarsi, ma, proprio quando stava per chiudere gli occhi, si sentì un forte boato.
«Sono venuti a prendermi!» urlò Van, scattando in piedi.
«Ma no signore, è solo caduto il barile del sangue, vuoto.» Lo rassicurò il servitore consapevole che, se il suo padrone era così agitato, ne aveva motivo.
«Ne sei certo?»
«Ma sì, padrone, adesso si addormenti!»
«E va bene, farò come mi dici, ma tu tieni gli occhi bene aperti. Non mi fido della moglie di Larry…»
«Futura moglie vorrà dire!» lo interruppe lui.
«Non lo so se è moglie o meno, comunque non mi fido di quella lì. Hai notato i suoi occhi iniettati di sangue, mentre ci rincorreva con quella spada pronta ad affettarci in più parti?» disse Van, che al solo pensarci rabbrividiva.
«Tecnicamente la sposa voleva affettare lei, non me», rispose il ragno, sorridendogli.
«Ti sembra questo il momento di scherzare?» e guardandolo male, «Quella è una pazza. Non voglio più avere niente a che fare con lei.»
«Sarà meglio per lei!» continuava a sbeffeggiarlo il servitore.
«La smetti di fare lo spiritoso? Con queste battute non fai ridere nessuno, anzi mi fai solo irritare di più.»
«Ma signore, io non voglio farla alterare, cerco solo di sdrammatizzare un po’ le cose. Capisco che è stato un brutto momento, ma ormai è finito tutto. Ora sta nel suo castello, nella sua camera, accovacciato nella sua comoda bara e non le resta altro da fare che addormentarsi per recuperare le forze.»
«Hai ragione, ma quell’incubo mi perseguita», e sistemandosi nella bara, «quando credi che potrò uscire di nuovo senza rischiare la vita?»
«E’ difficile da dire», rispose sghignazzando, «la sposa non dimenticherà tanto facilmente quello che ha fatto al suo matrimonio.»
«La smetti di ridere come un ebete?» urlò Van, infastidito da questa continua e reiterata presa in giro.
«Signore, ma non sto ridendo!» rispose lui, mentre si mordeva la lingua per cercare di smetterla, ma con scarsi risultati.
Il barone si alzò dalla bara e sferrandogli un ceffone lo catapultò in faccia al muro. Cadendo il ragno andò a sbattere in un’armatura, la cui accetta si conficcò nella bara e per poco non tagliò un piede al povero barone. Van, accorgendosi che poteva essere colpito dalla lama, tirò via il piede e nell’alzarsi scivolò sbattendo con il mento a terra e morsicandosi la lingua.
Il ragno ancora stordito e barcollante si avvicinò al barone e, afferrandolo per la manica del braccio destro, attirò la sua attenzione. A quel punto i due si guardarono per qualche secondo fino a quando non scoppiarono a ridere e si abbracciarono come vecchi amici.
Alla fine Van si alzò da terra e, dopo essersi asciugato le lacrime per aver tanto riso, oltre a quelle sgorgate per il forte dolore provato, si diede una sistemata, mentre il suo fedele servitore e gli altri servitori che avevano l’onore di lavorare per il barone sollevarono l’armatura e tirarono fuori l’accetta conficcata nella bara. Il barone così si poté accomodare nuovamente al suo posto e, stando molto attendo a chiudere il coperchio senza chiudersi le dita dentro, andò a dormire. Poi tornò sui suoi passi e, sollevando il coperchio, guardò negli occhi il suo fedele servitore e gli sorrise.
«Buongiorno!» gli disse il ragno sorridendogli a sua volta.
«Buongiorno!» rispose lui e, chiudendo il coperchio, finalmente si addormentò.

Antonio Rispoli

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