Bang.- Luca Vellani

Non immaginavo di sentirmi così dopo aver premuto il grilletto. Non pensavo che la vendetta facesse posto a un vuoto, come se la tua anima avesse vomitato una pietra. “Ora che cosa farò?” è l’unica domanda che mi rimane e la risposta è solo una: “Bang”.

Quando sono nato nel mio paese, l’Afghanistan, era appena finita la guerra. Gli Americani se ne erano andati lasciandoci in dono solo macerie. L’infanzia l’ho trascorsa con mia madre e la sua famiglia in una casa lontano dalla città. Il cibo era poco e i giocattoli ancora meno, ma ogni giorno con i miei due cugini cercavamo di inventare nuove avventure.
Quello è stato il periodo più bello della mia vita ripensandoci. Poi sono iniziate le domande:
“Mamma, dove è il mio papà?”
“Lavora in un cantiere in città. Sai dopo la guerra c’è tanto da lavorare, da ricostruire.”
“Perché non torna mai?”
“Perché noi abbiamo bisogno di soldi e con il suo lavoro lui ci aiuta, perché solo con il lavoro dei campi non possiamo sopravvivere”
Poi iniziava il racconto di come era il nostro villaggio prima della guerra. Prima di Saddam e delle bombe USA. Io non capivo. Non capivo cosa servisse la guerra e in realtà non l’ho mai capito.
Iniziai a crescere e con la mia statura aumentava anche la voglia di conoscere mio padre. Mi fidavo a tal punto di mia madre che non potevo pensare che mi mentisse. Mi sbagliavo.
Era la sera del mio decimo compleanno e dopo una torta di pane raffermo e i festeggiamenti, ero a tavola con mio nonno. Mi guardò e mi domandò:
“Quale è il tuo desiderio per quest’anno?”
“Conoscere mio padre”.
La faccia di mio nonno diventò una smorfia. Con un lamento si puntò sul suo bastone e si alzò. Rimase davanti alla finestra a fissare il buio dei campi. Lo raggiunsi e capii che stava piangendo. Le lacrime che riempivano le rughe del suo volto liberarono quel dubbio che avevo incatenato nel mio cuore. Quasi sotto voce dissi:
“Non l’ho mai avuto un padre?”
Non so cosa rispose mio nonno perché scappai a letto e mi addormentai piangendo.
Il giorno dopo trovai sul comodino una foto di un uomo sorridente con i baffi. A fianco c’era un biglietto scritto da mio nonno, la sua grafia era inconfondibile, così goffa e tremante. Il foglio diceva: “Perdonami, perdonaci. Se vuoi la verità vieni nell’orto e ti racconterò”.
Era lì. Appoggiato a una vanga che mi aspettava. Mi scrutò attraverso quelle sue sopracciglia folte. Fece uno schiocco con la lingua e iniziò.
“Lo sai come era bello questo paese prima della guerra? Le persone avevano cibo, potevano studiare e credere in un futuro. Ora cosa ci è rimasto? Solo sabbia e sassi. Le città sono cumuli di detriti e morti. Quei maledetti Americani sono arrivati dall’altra parte del mondo e ci hanno regalato solo la morte. Solo per il loro divertimento e la loro ingordigia. Sono stati spietati con noi lo sai? Sono arrivati con carri armati e hanno iniziato a sparare. Le persone più valorose, tra cui anche tuo padre hanno imbracciato le armi e hanno risposto al fuoco. Come eroi hanno difeso le loro famiglie. Tuo padre da fabbro a militare. Hanno resistito per più di un mese. Poi arrivarono le bombe dal cielo e quei maledetti Americani riuscirono ad entrare in città. Ci radunarono in piazza e in fila c’erano i nostri eroi. I carri armati e i detriti come sfondo, tuo padre ammanettato. Vicino a lui un uomo estrae una pistola e spara. Bang. Con fare distratto, come se avesse ucciso un cane rabbioso. Così fecero con tutti i militari che avevano catturato. Noi, terrorizzati e confusi, cercammo di ribellarci, ma iniziarono a sparare nella folla. Scappammo. Quella è stata l’ultima volta che abbiamo visto tuo padre e quel fottuto Americano”.
Rimasi in silenzio per tutto il racconto. Non sapevo né cosa dire né cosa pensare. Ci pensò mio nonno a piantare dentro me un seme d’odio.
“Vuoi sapere se abbiamo potuto almeno seppellirlo tuo padre? La risposta è no. I cadaveri dei nostri eroi sono stati bruciati come legno marcio. Perché per loro non siamo altro che questo. Siamo degli animali rognosi e prima lo capisci prima il dolore che ora senti passerà. Dovrai convivere con questo orrore per tutta la tua vita. Questa è la guerra: una miscela di rancore e dolore. Puoi farti affossare oppure cercare di vendicarti. Solo uccidendo chi ti ha condannato potrai rimettere tutto a posto”.
Passai gli anni successivi ad addestrarmi, ad alimentare la mia sete di vendetta. È così strano come tutto sia interpretabile in modo da farci credere quello che vogliamo. Mio nonno mi aiutò a conoscere delle persone che potevano aiutarmi. I “Nuovi eroi” li chiamava e non vedeva l’ora che anche io ne facessi parte. Grazie a loro imparai a sparare; mi regalarono vestiti e scarpe nuovi e resistenti. Mi farcirono di una religione dove Dio era rimpiazzato dalla vendetta contro gli Americani. A quindici anni, pieno di stronzate, iniziai a far delle ricerche e scoprii che l’uomo che aveva ucciso mio padre era ancora in Afghanistan e addestrava le nostre truppe.
Dopo qualche anno ci andai per vederlo. Quegli occhi azzurri nascosti dal suo sguardo fiero e il volto arso dal sole mi davano il vomito. Lo avrei preso a pugni proprio lì: in quella tenda dove ci esaminavano come capi di bestiame. Mi tornavano in mente le parole di mio nonno: “Siamo degli animali rognosi”. Passai le visite di controllo e iniziai il loro falso addestramento, dove oltre ad esercitazioni inutili ci spiegavano come loro ci avevano salvato.

Resistetti sei mesi prima di piombare nella sua stanza nel cuore della notte. Avevo la pistola in pugno e la foto di mio padre. Accesi la luce e lui ebbe un sussulto. Spalancò gli occhi e saltò giù dal letto; non aveva ancora capito in che parte del mondo si trovasse.
“La riconosci questa persona?” gli urlai lanciandogli la foto. Lui, nudo come un maiale e con le mani alzate guardò la foto sul letto e tornò a fissarmi. Mi sfidava, ora il suo sguardo impaurito era scomparso. Urlai ancora e finalmente mi rispose:
“No, non la riconosco. Sarà uno di quei vermi che ho fatto fuori.”
Sputò a terra e con uno scatto cercò di afferrare la sua pistola. Sparai. Lo colpii ad una spalla. Cadde e mi avvicinai. Lui urlava come una bestia ferita. Dalle altre tende qualcuno iniziò a muoversi. Non avevo più tempo per la mia vendetta. In quel momento capii che mi dispiaceva. La avevo immaginata più come un interrogatorio che sarebbe finito con una tortura. Mio padre non meritava solo un paio di colpi di pistola.
“Tu e la guerra avete ucciso il mio passato e il mio futuro” gli urlai prima di premere il grilletto.
Bang. Ora un fiume rosso riempiva la tenda. Non avevo più tempo per scappare. Capii che avevo sbagliato. La guerra non finisce con la vittoria, ma dando dignità e speranza di un futuro migliore a chi perde. Non mi sentivo meglio. Avrei dovuto usare meglio la mia chance.
Non immaginavo di sentirmi così dopo aver premuto il grilletto. Non pensavo che la vendetta facesse posto a un vuoto, come se la tua anima avesse vomitato una pietra. “Ora che cosa farò?” è l’unica domanda che mi rimane e la risposta è solo una: “Bang”.

Luca Vellani

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