Di Vento – Maria Fezzardi

Piove forte. E quando dico forte, quando io dico forte, significa forte per davvero. Perché io sono una di quelle che un pomeriggio d’estate, sotto un acquazzone da manuale, si è stesa sul prato in giardino, in mutande e canottiera, a prendersi addosso l’acqua come fosse una frasca di cortile. A me la pioggia piace, da matti, ma questa è veramente forte.
Sono qui sotto l’incerata bianca del gazebo della cucina che scroscia e gocciola come un dannato colapasta e guardo fuori attraverso il muro d’acqua. S’è alzato il vento ma i ragazzi giù alle tende sembrano tranquilli, forse sarà che la collina li protegge dal vento che spazza il campo quassù, me lo auguro perché hanno appena finito di fissare l’ultimo tirante a terra e sarebbe un vero peccato che il tempo facesse i capricci proprio ora.
Quale che sia il giro d’aria giù alle tende dei ragazzi, qui c’è una corrente poco rassicurante per noi, che abbiamo spavaldamente montato la nostra sulla curva d’erba dolce in cima alla collina ed è il caso che io vada a controllare.
Esco dall’orlo del mio riparo, la pioggia mi scarica addosso una gragnola di gocce grosse come chicchi di melograno, sono di quelle gonfie dal colore plumbeo che ti esplodono addosso come gavettoni. Furba lo sono sempre stata e anche stavolta il poncho lo prendo alla prossima. Mi proteggo la testa con le braccia e sono fradicia in un istante.
Corro lungo il muro della casa, gli stivaletti di gomma sguazzano e scivolano sull’erba già zuppa. Almeno questi li ho messi sì, ma, ad ammetterlo, è stato principalmente perché mi piaceva il colore e l’idea di avere i piedi colorati mi confortava di più che quella di averli asciutti. Comunque adesso ho un bell’azzurro intenso che mi salva i piedi dalla pioggia e questo è sicuramente innegabile.
Svolto l’angolo e alla vista la mia mente si paralizza, per fortuna non le mie gambe, che continuano a correre verso quella tenda disperata che adesso sembra una medusa sbrindellata o una bocca berciante.
“Vado a controllare che non siano saltati i picchetti, li avevamo tirati bene ma non si sa mai.” ho detto prima di lanciarmi a capofitto dentro il nubifragio. Beh ragazzi qua la mano: mai visti tiranti più in trazione, stanno lì, bianchi e traslucidi nella burrasca che li affoga, tesi come corde di violino, probabilmente se la pioggia non facesse tutto questo fracasso da sinfonia dell’Universo li si sentirebbe vibrare sotto l’acqua da impazzire che vien giù. Peccato solo che la tenda l’abbiamo montata proprio in bocca alla corrente del vento che risale da valle e così adesso se l’è praticamente mangiata. Probabilmente i tiranti erano talmente tesi e il vento talmente forte, e nessuno dei due voleva cedere, che alla fine si sono spartiti il gioco nell’oggetto della nostra misera tenda. Me li immagino i picchetti lì ad artigliare la terra ficcando a più non posso i loro uncini arrugginiti dagli inverni passati chiusi nelle casse di squadriglia, e dall’altra parte il vento che s’ingolfa rabbioso tra il sovratelo e l’abitacolo e soffia a più non posso per scalzare dal terreno quel morso di picchetti chini e testardi, ultimo baluardo della tenacia umana, quando si incaponisce a non voler capire di che povera pagliuzza sia fatta in confronto alla natura madre.
Bravi picchetti, non c’è che dire, bravi anche i tiranti, fedeltà irreprensibile e resistenza da eroi, pongono il loro onore nel meritare fiducia, ma a dirla tutta ogni tanto sarebbe meglio ricordarcelo che non valiamo niente e che certe volte chinare il capo va bene, addirittura certe volta fa bene. Se fossimo meno zucconi e pieni di noi stessi, un po’ più disposti al compromesso, adesso la tenda sarebbe molle al vento ma almeno non sarebbe stracciata. Invece ci sono un vento furioso nero e questa fila di picchetti ritti come soldatini fieri del loro lavoro, ma ottusi, che non smettono di tirare il loro cordino di nylon all’inverosimile anche se non serve più a nulla, se non a dar loro un’inclinazione elegante. Perché alle loro spalle, dietro l’orlo della cucitura che imbrigliava gli occhielli a cui i tiranti sono fissati, non resta altro che uno squarcio lungo come tutta la fiancata del sovratelo. È impressionante, una linea dritta e tesa alla perfezione, da fotografarla per mostrarla quando diciamo “ragazzi mi raccomando tirate il sovratelo che altrimenti piove dentro”, un’opera certosina aggrappata sul nulla a precipizio di uno strappo infinito. Perfetta metafora di quel che succede a chi tira nella direzione del proprio orgoglio cieco, per sempre ligio all’obbedienza al suo ego, e dimentica di guardarsi intorno.
Corro verso quel che resta del mio riparo floscio, la foga con cui pesto i piedi per raggiungerlo mi schizza i polpacci nudi. Comincio a gridare per chiamare rinforzi ma la mia voce si sgonfia subito in un suono ovattato, trafitta a terra a pochi passi da me da queste frecce madide figlie del temporale. Mi rendo conto che non raggiungerà mai altre orecchie che le mie e allora sguscio i miei tacchi di gomma nel fango e torno indietro.
Assaltiamo in cinque la tenda straziata dal temporale che ormai si è fatta dimora gonfia di vento, spinge e tira e si sconquassa e per aiutarla ci tocca espugnarla.
Alzo la cerniera centrale dell’abitacolo, sento chiaramente il silenzio sospeso dei nostri pensieri che incrociano all’unisono tutte le dita che abbiamo a disposizione, ma so già quello che troverò: la tela è intrisa d’acqua e dentro la situazione non è tanto migliore. Sostanzialmente tutto bagnato, ma noi diciamo umido per farci coraggio, o per non pensare che siamo degli idioti e che non esiste buono o cattivo tempo ma la sfiga sì.
Il nostro piano è misero ma non abbiamo alternative, per cui ci dividiamo e, mentre qualcuno tenta almeno di mantenere in piedi la tenda, gli altri trasportano le cose nell’unica, minuscola, stanza chiusa che abbiamo a disposizione. Al vento chiaramente non importa nulla di quello che stiamo facendo e continua a soffiare forte mentre io mi aggrappo ad uno strappo nel sovratelo e tento di tenerlo fermo. Non avevo mai pensato a come si sente un picchetto durante una tempesta, adesso invece non posso farne a meno: la tenda è diventata una vela gonfia e devo dar fondo a tutta la forza del mio corpo per trattenere il lembo fradicio che ho tra le mani, mi ci devo praticamente appendere e mentre faccio questo mi schiaccio tutta quanta contro la tela bagnata, che mi aderisce addosso. Resto in questa posizione per un po’, con le nocche che sbiancano e il vento che si porta via le parole che cerchiamo di urlarci l’un l’altro. Con la testa china e puntellata nella stoffa della tenda che mi tira, alzo gli occhi e incontro quelli della mia compagna di sforzo: c’è soltanto coraggio e inspiegabilmente, lo giuro, un certo grado di gusto; non c’è disagio, non c’è paura, non c’è stanchezza. O meglio, ci sono tutte quante queste cose, ma c’è una cosa che è più forte ancora ed è la sola che in realtà si veda: stringo più forte i pungi e con la stessa forza mi attacco ai suoi occhi e non ci trovo altro che la luce immensa di chi ha scelto un giorno di resistere alla tentazione della pigrizia, di chi ha scelto di alzarsi quando si alza il vento e continua a sceglierlo, e ama infondo ogni passo e ogni giorno di quel che di lui è stato, anche se lo ha condotto adesso a sentirsi impotente e fragile in questa situazione che nessuno si augurerebbe mai, e forse proprio per questo. La guardo lì, specchio della mia figura contorta e apparentemente disperata e di colpo so che ci sono poche cose in cui credo al mondo, ma lei è una di queste. Lei ed io che senza dircelo sappiamo che non c’è altro posto al mondo in cui vorremmo essere. Dove altro potrei voler essere, se non qui ad occuparmi di quello di cui davvero mi importa? Qui ad imparare che non sono nulla eppure posso fare molto e che in definitiva non conta affatto chi tu sia, bensì quello che scegli di fare. A scoprire che ho montagne di difetti irte di limiti, ma che c’è sempre una via di gradini, per quanto piccoli, per provare almeno ad andare oltre. A dirmi che ho puntato troppo in alto, che sicuramente ho sbagliato qualcosa e che la prossima volta dovrò fare di meglio. A scegliere ancora una volta di cacciarmi in quanti più guai io riesca, per imparare a risolverli, o ad accoglierli. Qui, adesso, a rendermi conto che è stato il sole ad insegnarmi ad amare la vita, ma è la pioggia che mi ha insegnato a difenderla.
Poi sento la tela che cede con un strappo, un altro, sotto le mie mani, con un guizzo goffo mollo la presa, mi afferro ad un altro punto e rido. L’acqua mi batte il corpo e cola lungo le gambe, si raccoglie nei famosi coloratissimi stivaletti di gomma, che da bravi impermeabili mi ammollano i piedi in un guazzo piovano senza precedenti. Mi viene da ridere per quante volte ho detto ai ragazzi con tono serio e autoritario “è meglio se non toccate il sovratelo quando piove”. Mi vedessero ora riderebbero, ma non possono vedermi e quindi rido io, per loro: ecco, fare qualcosa per loro è un’altra delle poche cose in cui credo.

Maria Fezzardi

2 thoughts on “Di Vento – Maria Fezzardi

  1. Loredana ha detto:

    Complimenti Maria, bellissimo scritto, bellissime parole. Mi hai riempita di emozioni, sono riuscita ad immaginarti li con i tuoi coloratissimi stivaletti, con i tuoi capelli al vento, con i tuoi occhi pieni di vita e sorridenti. Complimenti! Sai trasmettere emozioni e messaggi nel tuo scritto a volte palesi a volta nascosti..che fanno riflettere su.noi e la vita. Fermarsi un.attimo, pensare e vincere quella pigrizia che ci mantiene spesso inermi quando ognuno di noi, anche poco, potrebbe fare e potrebbe dare. Complimenti! E grazie x questo tuo scritto che mi ha fatto riflettere e vivere un altro pezzetto del campo del mio ragazzo. Grazie x ciò che doni! Loredana

  2. Maria ha detto:

    Grazie Loredana! Dell’approvazione del sostegno, dell’apprezzamento e dell’appoggio. È sempre un piacere, credimi

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