Il cacciatore di sogni – Monica Vagni

Eran tirò su il bavero della giacca per proteggersi dal freddo.
A quell’ora della mattina, la città di Sarnàs era infatti ancora intorpidita nella fredda morsa invernale che la soffocava sotto il peso dell’aria gelida.
Il cielo all’alba si era colorato di oro e rosso, squarciando così il grigiore della stagione.
Si trovava sul tetto del palazzo più alto della città. Data la visuale, poteva contemplare quella bellezza eterna costituita da guglie e cupole gotiche, sulle cui cime un tempo svettavano bandiere rappresentanti potenti famiglie, immischiate in intrighi e delitti.
Eran, che conosceva quelle vie a menadito, sapeva che negli ultimi duecento anni le costruzioni gotiche, che la componevano, si erano ingrandite ed abbellite sfarzosamente, rendendola magnifica. Ma non tutta la città era in quelle condizioni. Spostandosi verso la periferia si aveva l’impressione di essere in un altro luogo tanto il paesaggio si impoveriva.
I minuscoli cristalli di brina, che si muovevano vorticosi nell’aria, rendevano tutto ancora più surreale.
Gli occhi grigi e scrutatori come quelli di un falco captarono a diversi kilometri di distanza un gruppo di persone che stava uscendo dai locali del quartiere dell’Hosen, reduci da una serata nei locali fumosi dove si esibivano diversi artisti.
Per il resto la città era ancora addormentata.
Ma non era lì che avrebbe cercato il sogno perfetto.
Quel giorno gli andava di andare a cacciare nel quartiere più malfamato della città, costituito da alti palazzoni semi fatiscenti da cui si snodavano strade strette e caotiche fatte di pozzanghere e volti scavati.
Non gli piaceva molto andare in periferia, ma, come aveva potuto constatare ultimamente, la città benestante non aveva nulla da offrigli.
Attraversò tetti di diverse forme e colori per arrivarci.
Con un salto felino si precipitò giù dal tetto di un’abitazione atterrando in una stradina deserta.
Bastava svoltare a sinistra per trovare un vicolo ricolmo di immondizia, affollato da senzatetto e tossicodipendenti. Da tempo quel quartiere era in uno stato di degrado generale, ma nessuno sembrava preoccuparsene. Il giorno prima aveva piovuto a dirotto, formando così veri e propri laghetti di acqua sporca nelle buche disseminate ovunque per le strade.
L’attenzione di Eran venne attirata dall’ insegna luminosa ad intermittenza del Bosén, dove c’era un continuo via vai di gente che entrava e usciva.
Il locale era rumoroso e affollato; nuvole di fumo denso creavano banchi nebbiosi e soffocanti.
Si sedette al bancone, dove ordinò della vodka liscia. Il barista gliela servì senza fiatare.
Si guardò intorno, esaminando gli esseri umani che lo circondavano. Così fragili e insicuri, così differenti da lui.
Ammirava in loro la speranza e l’attaccamento alla terra. In questo però erano simili, perché anche lui aveva ormai nostalgia da tempo della sua città. Era stanco di vivere sulla Terra. Voleva solamente tornare a casa sua, ma per riuscirci doveva tentare l’impossibile.
Le dita lunghe ed affusolate strinsero con forza il bicchiere. Ingurgitò la vodka tutta d’un fiato, così velocemente che il liquido gli bruciava la gola come fosse fuoco ardente.
L’alcol lo aiutò a schiarirsi le idee. Sentì la potenza scorrere nelle vene e mischiarsi al sangue nella sua forma pura.
Si concentrò.
La sua mente vedeva solamente sogni inutili. Frammenti di immagini e sensazioni erano solamente degli assaggi di ciò che realmente cercava.
Gli passò vicino una ragazza con una lunga treccia ramata, che indossava minigonna e stivaletti.
Nella sua mente un bagliore di luce simile ad un tuono, e poi lo vide:
Il sogno che stava cercando, che lo avrebbe finalmente riportato a casa.
Era stato un cacciatore di sogni da oltre cento anni, ma ora voleva tornare a Molest.
L’unico modo per tornare nella città natia era riuscire a catturare l’essenza di un sogno puro, un sogno sottoforma di luce abbagliante. Era un’impresa così ardua che i precedenti cacciatori di sogni rimanevano nel mondo degli umani fino alla morte. Solo due prima di lui erano riusciti a tornare .
Osservò la ragazza dai capelli rame, che sorseggiava pensierosa e solitaria un cognac. Doveva entrare nel suo sogno e catturarlo.
Alcuni minuti dopo, la giovane finì di bere ed uscì.
Veloce come una gazzella Eran la seguì, sorprendendola di faccia . (e sorprendendola si mise di fronte a lei)
Bastò che lo guardasse negli occhi per una manciata di secondi per perdere i sensi.
***
Una stradina sassosa in mezzo a campi verdi, fiancheggiata da un fiumiciattolo dall’ acqua scura si snodava in una distesa infinita.
Eran sembrava incurante del fatto che sembrasse non finire mai .
Camminava con passo sicuro, osservando il mondo circostante.
Entrando in un sogno, si aveva la collisione tra due realtà distinte, e ci si trovava completamente soli.
Dopo un tempo che pareva infinito, arrivò nei pressi di una casa, una villa dai toni chiari che sembrava abbandonata.
Varcò la soglia. La porta era divelta a terra insieme a tutto il resto del mobilio.
Si vedeva solo distruzione, come se fosse passato un tornado o ci fosse stato un incendio.
Si faceva persino fatica a camminare tra le macerie.
Un tempo doveva essere stata una casa arredata in modo sfarzoso.
I muri interni, che dovevano essere stati di un verde vibrante, ora erano sbiaditi e spenti.
L’unico oggetto rimasto ancora in piedi era un pianoforte candido e massiccio.
Eran si avvicinò furtivo.
Sfiorò delicatamente i tasti, constatando che non emettevano alcun suono.
Quella casa aveva un fascino sinistro e perverso, così potente da renderlo succube e distoglierlo dai suoi compiti.
Della scala che portava ai piani superiori era rimasto poco o nulla; i gradini erano un ammasso di macerie divelte. Li oltrepassò con leggiadria, cosa che non sarebbe stato altrettanto facile per un essere umano. Il piano superiore era formato da uno snodo di corridoi oscuri e impenetrabili.
L’essenza doveva trovarsi lì.
La intravide fluttuare sul terrazzo. Si precipitò per rincorrerla, ma questa era più veloce di lui e gli sfuggì.
La rincorse nell’oscurità più profonda di tutta la casa, cercando di evitare le scie di luce radioattiva che emetteva. Ma non era così semplice evitarle. Alcune di queste lo avevano colpito, ferendolo.
Non gli importava. Doveva catturare quel sogno.
Noncurante del sangue, delle ferite e del dolore, continuò a seguirla. La luce si fermò per mezzo secondo, ed Eran se ne accorse.
Più veloce di una gazzella, allungò una mano verso di lei, noncurante del fatto che si stava ustionando. Un male fisico insopportabile lo pervase, mentre il sangue colava e la carne bruciava.
Doveva resistere. Chiuse gli occhi, cercando di distaccarsi da ciò che lo circondava. Sentì l’energia arrivare a lui come un turbine, il dolore e le bruciature scomparire. Nell’aria si avvertiva il profumo dei petali rossi di Moslet, la cosidetta città dei sogni.
“Posso finalmente sentire per sempre questo profumo, accarezzare i petali rossi e vedere da vicino tutte le stelle, dopo cento lunghi anni” pensò, prima di lasciarsi cullare dal profumo dei fiori.

 

Monica Vagni

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