La lettera che non hai mai ricevuto – Antonio Rispoli

Era estate. In una stradina sterrata viaggiava a velocità sostenuta un grosso camion, alzando un gran polverone. Arrivato davanti a una piccola casetta in legno, si fermò e da lì scesero due belle ragazze. Una era bionda con gli occhi verdi splendenti come i vasti prati che circondavano la casa, mentre l’altra aveva i capelli neri come la pece e i suoi occhi erano così azzurri che lasciavano impallidire il cielo.
La ragazza bionda si diresse sul retro del camion e, aprendo i due grossi sportelli, si affacciò per richiamare l’amica che era rimasta lì impalata, inebriata dai profumi dei fiori e dai loro colori.
«Erika, ti muovi?» urlò la giovane, afferrando uno scatolone.
«Un attimo. Sto arrivando!» e, voltandosi, corse a togliergli lo scatolone dalle mani per poi avvicinarsi alla porta di casa.
«Francesca, mi porti le chiavi?» disse Erika, accorgendosi che si era dimenticata di prenderle da sopra il cruscotto.
«Ma è mai possibile che non ne fai mai una giusta?» urlò lei, fulminandola con lo sguardo.
«Scusami!» rispose la ragazza, sfoderando il suo miglior sorriso e sperando di poterla abbindolare.
«Fai poco la smorfiosa. Con me certe cose non attaccano!» Dopo di che scese dal camion e prendendo le chiavi andò ad aprire la porta. Una volta dentro cominciarono a scaricare tutti gli scatoloni e, man mano che lo facevano, li suddividevano nelle varie stanze.
A un tratto, mentre Erika posava a terra l’ennesimo scatolo, notò che su uno scaffale vi era un libro. Incuriosita, si avvicinò e prendendolo in mano qualcosa cadde. Si chinò per raccoglierla e vide che era una lettera.
«Francesca! Francesca!» urlò a più non posso per mostrarla all’amica.
«Ehi, sono qui! Che c’è?» rispose la ragazza, sbucando all’improvviso.
«Vedi cosa ho trovato!» e le mostrò la lettera.
«Che roba è?» chiese la giovane, infastidita.
«E’ una lettera!»
«Questo lo vedo anch’io, ma non capisco perché mi hai chiamata.»
«Perché è caduta da un libro che si trovava sullo scaffale.»
«E allora? Sarà del vecchio proprietario.»
«E non sei curiosa di sapere cosa c’è scritto?»
«No. Non sono cose che ci riguardano. Anzi, mettila nel libro che lo portiamo in soffitta!» le ordinò Francesca con il suo tono autoritario.
«Uffa! Sei proprio una guastafeste!» e, non prestando la minima attenzione a quello che le aveva detto l’amica, cominciò ad aprirla. Francesca, dal canto suo, indispettita dal suo atteggiamento, cercò d’impedirglielo e strappandogliela dalle mani la fece cadere a terra così da farla aprire. A quel punto le due si avvicinarono e, incuriosite, non poterono fare a meno di leggerla.

Cara Maria,

Ti scrivo questa lettera perché, come sai, certe cose non riesco a dirtele a voce, ma per farlo devo cominciare dall’inizio.
Ricordo il giorno che ci siamo conosciuti. Quella volta mi trovavo a navigare su un social e il destino volle che facessi la tua conoscenza. Iniziammo a parlare e, dopo poco tempo, sentii che tu eri diventata una persona molto importante per me; infatti decidemmo d’incontrarci, anche se non fu la cosa più semplice del mondo. Tu vivevi lontano da me, ma questo non m’impedì di vederti. Ricordo ancora con emozione, quando finalmente potei incrociare i tuoi bellissimi occhi verdi. Ero emozionato e tu non eri da meno. Quando ti rubai il nostro primo bacio, quasi tremavi. Non ti rendevi conto di quello che stava succedendo, tanto stavamo andando veloce, ma non ti dispiacque. Anzi, mi desti un’altra possibilità.
Quella volta avevi un esame e io mi offrii di accompagnarti. Ti tenni stretta la mano cercando di infonderti fiducia e alla fine, dopo una giornata così stressante, comprammo una pizzetta e sedendoci su una panchina la mangiammo. Stavolta, però, fosti tu a baciarmi.
Da quel giorno il tempo trascorse e io, nonostante stessi benissimo con te, pensavo sempre di non essere abbastanza per te e forse la mia insicurezza ha permesso tutto quello che successe dopo. Quel giorno qualcosa s’incrinò tra di noi e, nonostante tutto, dovemmo arrenderci. Dovemmo lasciarci e io non potevo fare a meno che pensare a te e ai motivi del nostro distacco. In un primo momento diedi la colpa alla distanza, poi a quello che era successo e poi, alla fine, la diedi a me stesso. Avevo fatto sicuramente degli errori. Avevo sbagliato e me ne pento. Mi pento di tutto quello che non sono riuscito a darti. Di tutti quei momenti che non ho potuto renderti felice. Di aver perso la persona più speciale di tutta la mia vita.
Intanto i giorni trascorrevano, ma io continuavo a pensarti, tanto da scrivere un libro dove tu eri l’eroina e quelle poche volte che avevo la possibilità di parlarti m’illuminavo. Ti sentivo di nuovo vicina, ma non avevo il coraggio di dirtelo. Non avevo il coraggio di dirti che… che…
Purtroppo devo ammettere che non fu solo il coraggio a mancarmi, ma anche il mio maledetto orgoglio. Quell’orgoglio che ci ha portato dove siamo adesso. Non potevo e non volevo tornare da te senza prima essere riuscito a risolvere tutti i miei problemi, così da non commettere gli stessi errori, ma mi è mancato il tempo. Gli anni sono passati e adesso che tu hai trovato un’altra persona e io non voglio ostacolarti. Non posso rovinare quello che hai creato con tanta fatica; quindi non mi resta altro da fare che augurarti il meglio e sperare che ti renda felice. Spero che lui non faccia il mio stesso errore, perché perderebbe molto di più dell’amore.

Un Saluto,
Piero

«Che stai facendo?» chiese Erika, sentendo singhiozzare.
«E’ bellissima!» rispose Francesca, che soffiandosi il naso fece un soffio così forte da far girare il foglio, mostrando un’altra scritta.
«Che c’è scritto?» domandò l’amica.
«Se qualcuno dovesse trovare questa lettera, non cercate di contattarmi, bruciatela! Sono solo i vaneggiamenti di un povero pazzo innamorato.»

Antonio Rispoli

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