La signora della notte – Samanta Principe

“Me la ricordo ancora, sapete?
Quella sensazione che provi quando sei lontano da casa ma senti che è tutto al posto giusto, che tu sei nel posto giusto; quando anche il semplice silenzio di quel preciso momento sembra avere un senso ed è così che, come di riflesso, un senso all’improvviso ce l’hai anche tu.
Come si fa a non trovare un senso davanti ad una Tour Eiffel vestita d’argento, mentre tu sei seduta con le gambe a penzoloni là, sul Trocadero, alla tua destra una statua a proteggerti e accanto a te una persona che capisce che in quel momento qualcosa di speciale c’è, per davvero.
Perché il mondo finalmente per un attimo si spegne.
Il mondo che hai in testa all’improvviso tace, smette di risuonarti confuso nelle orecchie per lasciar spazio al mondo che effettivamente ti sta attorno: quello delle voci lontane di chi passeggia lungo la Senna poco più avanti, lo stesso in cui riecheggiano le voci dei ragazzi che appena più in basso rispetto alle tue gambe a penzoloni si destreggiano con abilità sullo skateboard.
Di colpo senti l’aria frizzantina della sera sfiorarti il volto e sembra che tutto possa passare, che tutto quello che senti, aggrovigliato dentro, possa in qualche modo essere districato.
A Parigi è questo che fa la notte: riporta la quiete agli animi in tempesta, li culla nel silenzio di una città che piano piano si prepara ad assopirsi e così somministra la cura a noi spettatori assenti, troppo presi dalla serenità del momento per accorgerci di tutto.
Sento ancora quelle gambe lì, lasciate a penzoloni accanto ad una statua molto più grande di me, che sembra anch’essa guardare la signora d’argento con la stessa ammirazione che provo io nei suoi confronti; sento quella sensazione di libertà e di serenità scorrermi lungo la schiena, sul collo, per sentirla poi correre fin dentro le ossa, quasi come se fosse ieri, quasi come se fossi oggi, a Parigi.
Sento i miei diciott’anni, l’arroganza di credere almeno per un po’ che c’è un mondo intero ad aspettarmi; come se quei diciott’anni li avessi ancora oggi, ancora adesso.
È una macchina del tempo Parigi, ti porta avanti, poi indietro, poi all’ora, al presente, facendoti dimenticare dove sei o dove vorresti andare.
Perché Parigi non è un punto di partenza né un punto d’arrivo: è una costante, un filo sottile che ti accompagna negli anni, punto fisso in tutto questo tempo che scorre.
Ed io posso vedermi correre per quelle vie, inciampare sul Trocadero ancora una volta, mi vedo piroettare davanti alla Tour Eiffel, signora della notte e ridere forte di tutti i grovigli e gli impossibili intrecci della vita.
Parigi non è solo una città, ragazzi: Parigi è un sentimento, è un modo di vivere, un modo di sentire la vita.
E quando sarete più grandi e vorrete andare a visitarla con la persona che amate o con l’amica o gli amici di una vita, ricordatevi solo di vivere ogni momento fino in fondo, di sentire fin dentro le ossa la felicità che provate in quei momenti di gioiosa follia, per ricordarvi sempre che è così che la vita meriterebbe di essere vissuta: con un pizzico di follia, con le persone che vi rendono felici, nella serenità di essere voi stessi al vostro meglio, ma anche al vostro peggio.”
I ragazzi della 4^C guardano Flavia un po’ confusi, a tratti incantati.
C’è chi pensa che la professoressa abbia sbattuto la testa da qualche parte, chi ancora rimugina sulle frasi sentite e chi i diciott’anni li ha compiuti da poco e finalmente si sente compreso.
Flavia sa che quella sarà l’ultima volta che vedrà quei ragazzi, i suoi ragazzi.
Sa anche che non saranno gli ultimi ragazzi che vedrà, ma non è mai stata capace di accogliere l’ignoto senza paura o senza provare malinconia per il passato.
Guarda l’orologio della classe per l’ultima volta, pronto a scoccare l’ultima ora della sua avventura nel liceo Manzoni, poi guarda i ragazzi uno ad uno: Vittoria, Leonardo, Marco, Debora, Sara, Daniele…
Li guarda uno ad uno per memorizzarne i volti e cristallizzarne il ricordo.
“Vivete bene, ragazzi – dice infine – Vivete come si vive la notte a Parigi”

Samanta Principe

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