L’ultimo guardiano – Daniele Viaroli

Addio.
L’ora si fa dura e tetra e non credo d’aver più, in cuor mio, la forza di continuare questa battaglia senza speranza. Le cicatrici sono molte, il dolore infinito e la tristezza incolmabile. Dentro me c’è una cascata di sangue, figlia della sconfitta e della condanna all’oblio. Ma lasciate che vi narri la mia storia, affinché vediate coi vostri occhi cosa uno sciame insaziabile ha fatto alla terra che chiamavo casa.
Nacqui all’ombra della Grande Roccia, dove le acque cristalline avvolgono una sottile lingua di foresta. Il primo ricordo ad illuminarmi la memoria fu la danza dei raggi solari attraverso le fronde smeraldo dei pini. M’innamorai subito di quella visione e non riesco ancora a scordare gli altri doni della natura: l’aria frizzante, figlia della neve ad alta quota, che mi carezzava il volto e riempiva il naso del profumo fresco di resina e corteccia; La canzone nel vento che incitava me e i miei fratelli a correre sull’erba umida fino a crollare stremati accanto ai nostri genitori.
Furono giorni felici, giorni di gloria e passione, giorni d’amore. La foresta fu gentile con noi. Ci cullò e protesse, legata a noi con quell’indissolubile filo a doppia mandata tipico delle madri amorevoli. Accudì i nostri corpi stanchi nelle fredde notti invernali, deliziò i nostri occhi tristi coi colori della primavera, scaldò i nostri cuori orgogliosi con l’energia intramontabile dell’estate e difese i nostri respiri dall’umidità spietata dell’autunno. Anno dopo anno, si donò a noi, fiduciosa che l’avremmo sempre trattata col medesimo amore e rispetto.
Crebbi forte grazie alle sue attenzioni. Energico nel corpo, scaltro nella mente e saldo nello spirito. Non ero il primogenito né ero destinato ad essere il capobranco, ma mi distinsi dai miei fratelli caccia dopo caccia, nelle notti interminabili passate a fiutare la pista degli alci. Saettavamo liberi nel sottobosco, illuminati dalla luna piena, per braccare bestie ben più grosse e forti di noi. Era una gara eccitante, dove nervi saldi, astuzia e coraggio facevano da padroni. Il nostro cuore era libero e selvaggio, figlio di una natura incontaminata.
Non avevo ancora ricevuto il permesso di cercarmi una compagna quando incontrai per la prima volta quegli esseri privi di pelo. Ricorderò per sempre quella mattina d’estate. Ancora non conoscevo la loro natura insaziabile e feroce né l’abitudine di muoversi in sciami. Ne incontrai pochi quel giorno. Arrancavano lungo la sponda del fiume, rompendo il silenzio coi loro passi pesanti e sgraziati. Non c’era forza nella loro postura, nessuna grazia nei loro movimenti, nessun orgoglio nei loro occhi. Ad animarli avevano solo lo spirito bramoso di chi pretende per sé tutto ciò su cui posa lo sguardo. Come il fuoco. Come i parassiti.
Mi spararono. Abbaiarono qualcosa, le strane zampe avvolte attorno a corti bastoni luminosi, e il fragore del tuono annunciò una vampata di fumo. Avvertii un dolore lancinante alla coscia, mentre qualcosa simile a un dente la perforava. Impiegai settimane a guarire e la cicatrice che mi rimase fu solo la prima di una lunga serie.
Oggi il mio corpo ne è pieno: il morso di una tagliola alla spalla, decine di fori di quei pericolosi sassi di ferro, il taglio frastagliato di una pietra appuntita lungo il fianco, le scottature del fuoco alla base del collo e le botte invisibili ricevute da bastoni duri e nodosi. Nessuna di quelle ferite è riuscita a fermarmi, nessun parassita a catturami, nessuno sciame a uccidermi.
Eppure giaccio sconfitto.
Il cambiamento è stato impercettibile. Quando ero ancora troppo giovane per dedicarmi alla caccia, il mio popolo dominava incontrastato la foresta. Protettore e allo stesso tempo figlio della natura, ne gestiva le risorse con rispetto e saggezza. Mai vita fu spezzata per mera crudeltà o sangue versato per saziare un’oscura fame di violenza. Eravamo numerosi e potenti, abbastanza da intimorire orsi e cervi. Poi lo sciame c’investì.
Il giorno della mia nascita eravamo diverse migliaia. Quando incontrai i parassiti per la prima volta il nostro grido di battaglia atterriva la luna e le stelle. Dopo la mia battaglia per il diritto di guidare il nostro popolo, lo sciame era già una minaccia che premeva sul limitare dei boschi, portando con sé morte e distruzione. Investirono ogni cosa sul loro cammino. Abbatterono alberi, prosciugarono fiumi e costruirono immense tane nelle radure. Sostituirono l’erba con una pietra grigia e sterile, i sentieri nella foresta divennero strade, il cielo si riempì di un fumo grigio e denso. La pace mutò in guerra.
Ci scontrammo più volte nei pressi delle loro tane di pietra squadrata. I primi assalti si risolsero a nostro favore e contribuirono a rallentare l’invasione. Li respingemmo, anno dopo anno, ma ogni volta tornavano più numerosi e motivati. Gli scontri ci decimarono e le migliaia che componevano il nostro popolo diventarono centinaia. Poi decine. Poi pochi sopravvissuti.
Infine rimasi solo.
Sono l’ultimo guardiano di questa terra meravigliosa e infelice. L’ultimo baluardo che la divide da un alveare di cemento, brulicante di parassiti impazienti di succhiare ogni frutto della foresta. Creature che continueranno a stuprare la natura fino a non lasciare altro che cenere. Quando, braccato e stanco, farò la stessa fine dei miei fratelli, tutto ciò che ho conosciuto scomparirà. Gli alti pini dagli aghi di smeraldo verranno abbattuti, le acque cristalline del fiume inquinate, la Grande Roccia sventrata, il ricco sottobosco dissodato, gli animali sterminati. Questo è il destino che spetta alla mia terra e io, vecchio e debole, non posso impedirlo. Non da solo.
Non mi arrenderò, mai. So d’essere spacciato, d’aver già perso, ma non permetterò a chi ha distrutto il mio mondo di prendermi anche la dignità. Morirò combattendo e raggiungerò i fratelli caduti a difesa di nostra madre. Li intravedo già. Corrono liberi attraverso le foreste evanescenti dell’aldilà. Percorrono il sentiero dei giusti, di chi non ha accettato le gabbie d’acciaio dello sciame ed è caduto per proteggere la vita.
Questo è il mio addio, mentre solitario imbocco il cammino verso l’ultimo scontro. Le domande sugli scopi del nemico mi assillano e dopo tanti anni ancora non trovano risposta. Cosa li spinge a distruggere la natura che li sostenta? Cosa può rendere un figlio tanto cieco d’avvelenare sua madre? Cosa faranno quando tutto il mondo non sarà altro che una distesa di niente? Cosa berranno quando l’acqua sarà inquinata dai loro liquami? Cosa respireranno quando il cielo sarà annerito dal fumo? Cosa mangeranno quando non ci sarà più cacciagione e gli alberi non daranno più frutti? Di cosa vivranno?
Non ho risposte a queste domande, ma so di non poter restare fermo a guardare la fine che incombe. E’ il mio turno di ripagare la natura per i doni che mi ha concesso. Se posso farlo versando un po’ del mio sangue, ben venga. Sono l’ultimo guardiano, un lupo solitario impegnato in una guerra persa in partenza, i cui vincitori sono condannati quanto me. Ricordate la mia storia, quando, un domani, vedrete un capo dello sciame indossare la mia pelliccia argentea per proteggersi dal freddo. Riflettete quando vedrete lo scheletro di un guerriero caduto esposto in un museo per rammentare ai posteri la conquista delle terre selvagge. Il mio tempo si perde come sabbia nel vento, tocca a voi salvare questa terra da un invasore avido e spietato. Da uno sciame d’insaziabili parassiti. Dagli uomini.
E’ con una richiesta accorata che saluto la luce. Proteggete la vita. Distruggere è semplice, basta la follia di un istante, ma proteggere necessita dedizione, fiducia e amore. Prendete il mio posto come guardiani di questo mondo morente.
Avete ancora tempo per cambiare. Il mio invece è finito.
Addio.

Daniele Viaroli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *