Noah – Monica Vagni

Oggi voglio raccontarvi la storia di Noah Cambell, un bambino speciale nonché mio migliore amico.
Ѐ difficile per me non commuovermi guardando suo padre, il signor Martin Cambell, che giace nella bara nel giorno del suo funerale.
Martin era un uomo consumato da sofferenza, alcool e rimorsi. Noah questo declino non ha potuto vederlo, perché da molto tempo non è più qui con noi. Ѐ scomparso ormai nel nulla da più di trent’anni in una fredda giornata d’inverno.

***

Noah finì di raccogliere vestiti e rifiuti dal pavimento e cercò di riordinare il resto, ma ci sarebbe voluto un’intera giornata per pulire quella casa polverosa. Diede un’occhiata alla madre, che anche quel giorno era seduta immobile sulla poltrona di pelle marrone con lo sguardo e la mente altrove. Aveva assunto la dose quotidiana di calmanti e ora si sarebbe messa a dormire fino a sera.
Forse si sarebbe giusto svegliata per preparare la cena, ma nemmeno questa era cosa certa.
Lui non era molto bravo ai fornelli, ma se fosse arrivato a casa il padre di ritorno dal turno in fabbrica e non avesse trovato del cibo in tavola, sapeva benissimo quali sarebbero state le conseguenze.
Rabbrividì al solo pensiero.
Aveva già spaccato due volte la mascella alla moglie. La prima volta Noah non era in casa, così era stato proprio suo padre a chiamare l’ambulanza dicendo che era stato un incidente, dopo essersi lavato, cambiato e aver coperto le tracce. Quella volta invece era stato proprio Noah a chiamare i soccorsi, dopo aver assistito alla scena. Anche quella volta il signor Cambell aveva inscenato un incidente domestico e l’aveva obbligato- con la minaccia di picchiare a sangue anche lui- di confermare la medesima versione.
Con le lacrime agli occhi Noah non aveva potuto fare altrimenti, tuttavia la storia della caduta dalle scale accidentalmente non aveva convinto i medici dell’ospedale, che avevano avvertito le autorità.
Pochi giorni dopo si erano ritrovati alla porta di casa la polizia e i servizi sociali, che il padre aveva prontamente allontanato minacciando di sparagli in faccia, mentre brandiva un grosso fucile della seconda guerra Mondiale in aria come fosse un giocattolo.
Da quel momento non si era presentato più nessuno, pur sapendo che cosa accadeva tra quelle mura.
Erano tutti spaventati dalla furia di quel pazzo, ma la vera realtà era che Greenwild era una cittadina molto menefreghista e omertosa.
Era sicuro che la prossima volta i medici dell’ ospedale si sarebbero limitati a fare il loro lavoro senza fare troppe domande.
Sapeva anche che sarebbe successo di nuovo. L’avrebbe vista ancora a lungo inerme, seduta su quella vecchia poltrona ad osservare -senza fiatare- quella casa che era diventata la sua prigione. Non poteva più fare nulla, né andare a comprare il pane né avere amici o salutare i vicini.
La gente prima mormorava, ora ignorava completamente quella famiglia di pazzi, come la definivano tutti.
“La gente ha finalmente imparato a farsi i cazzi suoi!” sbraitava ultimamente suo padre con la bocca piena e la birra in mano, mentre la madre, completamente soggiogata, gli serviva da mangiare, dopo aver cucinato tutto il giorno per il suo “maritino” come lo definiva sempre lei. Ogni volta che la picchiava passava qualche giorno immobile come un vegetale, poi riprendeva come se nulla fosse a fare la mogliettina perfetta. Probabilmente era anche convinta la amasse.
Quando una volta Noah aveva osato dirle di lasciarlo perché la maltrattava, lei gli aveva dato uno schiaffo in pieno volto dicendo che Martin la amava e che quelli erano solo dei piccoli incidenti.
“Succede a tutte le famiglie di litigare, no?”
Solamente allora Noah aveva compreso la gravità della situazione. Sua madre era stata completamente annientata. Detestava entrambi i genitori per tutto questo. Sapeva che era questione di tempo prima che lo ammazzasse a suon di botte.
Era rimasto solo, isolato dal resto del mondo.
L’unico che veniva a bussare ancora alla loro porta era Jimmy, il suo migliore amico, un bambino di sette anni che per lui era come il fratello minore che non aveva mai avuto. Ultimamente però l’aveva visto poco. Probabilmente i genitori non volevano che frequentasse la loro famiglia dati gli ultimi avvenimenti.
Come poteva biasimarli: completamente solo e con dei genitori assenti e problematici, a soli dodici anni aveva dovuto imparare ad arrangiarsi come poteva. Cercava di badare alla casa come era capace, ma non era facile per un bambino della sua età.
Aveva spesso i vestiti non puliti e nulla da mangiare. Quando il frigorifero era vuoto prendeva i pochi soldi che il padre lasciava nella credenza e andava giù in città percorrendo la ripida strada in discesa per recarsi alla bottega.
Come quel giorno.
Il Signor Yuch, che tutti chiamavano Gandalf per l’omonima somiglianza con lo stregone di Tolkien, era il proprietario della bottega. Un signore sui sessantacinque anni che non faceva mai domande.
Percorse piano la discesa, ai cui lati si trovavano vecchie case scrostate e invase da erbacce. Dopo aver percorso alcuni metri, arrivò davanti al negozio. Una volta entrato prese le solite provviste, pagò tutto a Gandalf ed uscì.
Lo attanagliò la paura. Strinse la busta della spesa tra le braccia. Non se la sentiva di tornare in quella casa. Senza quasi accorgersene s’incamminò verso la stazione .
Stava ormai calando la sera. Immaginò per un momento la madre, che, non vedendolo tornare, cercava di alzarsi dalla poltrona riuscendo a malapena a reggersi in piedi. A lui però non importava più. Decise che non sarebbe più tornato.
Pensò anche a Jimmy e sentì una fitta al cuore. Quel bambino aveva soltanto sette anni, non comprendeva appieno che cosa stesse succedendo. Gli sarebbe mancato moltissimo, tuttavia non poteva più tirarsi indietro.
Si diresse al binario tre, dove partivano i treni diretti a Est. Sulla banchina c’erano lui e un’altra manciata di persone. Un fischio avvisò dell’imminente arrivo del treno.
Era buio quando Noah salì sul convoglio senza biglietto e si sistemò in una carrozza semivuota con la busta della spesa in grembo.
Tremava, non solo perché faceva freddo, ma perché era agitato.
Decise di scendere nella città lacustre di Tajan, bagnata dall’omonimo lago.
Camminava da oltre un’ora senza mai fermarsi. Fece un giro sul lungolago -dove c’erano alcune persone a passeggiare- per poi sedersi esausto sulla riva.
Non c’era nessuno e in più era seduto lì da oltre un’ora. Si era fatto tardi, ma non aveva un posto dove andare. Improvvisamente sentì un rumore. Qualcosa si muoveva tra i canneti che costeggiavano le rive del lago.
Incapace di muovere qualsiasi muscolo, fissò la vegetazione lì vicino, da cui sbucò un uomo sulla settantina. I muscoli reagirono allo spavento. Si alzò di scatto e fece per scappare, ma il vecchio lo tranquillizzò con le sue parole.
“Non temere ragazzino, mi chiamo Sam e abito nella casa qui accanto. Ti ho visto qui da solo e ho pensato di venire a vedere. Sembri stremato… hai un posto dove andare?”
Noah fece di no con la testa.
“Allora vieni a casa mia, così conoscerai i miei nipoti che hanno più o meno la tua età. Avrai anche fame. Come ti chiami?”
“Noah” rispose lui timidamente.
Sam aveva un’aria amichevole e benevola e lo trattava con gentilezza, cosa a lui sconosciuta.
Noah accettò l’invito dello sconosciuto, ma era ormai troppo tardi quando si accorse che la casa in realtà era fredda e vuota.
L’uomo lo stordì con un oggetto contundente per poi trascinarlo per le gambe in un’altra stanza. L’aveva sorpreso alle spalle, mentre gli aveva detto di aspettare in salotto perché andava a chiamare i nipoti, che si trovavano al piano superiore.
Da quel momento non ci furono più tracce di Noah, se non i suoi vestiti trascinati dalle acque del lago trecento kilometri più a sud.

***

Sono passati trentadue anni da allora, ma il ricordo del mio migliore amico rimane sempre vivo in me.
Ho pregato molto per Noah, perché tornasse, ma, dopo che furono trovati gli abiti, la certezza della sua morte si fece sempre più certa, anche se il corpo non venne mai ritrovato.
Venne celebrato un funerale con una bara vuota, perché per tutti quel bambino era morto.
Dopo un anno dalla sua sparizione, la Signora Cambell morì, probabilmente dal dolore, mentre il padre visse tra alcool e solitudine fino a martedì, quando fu stroncato da un infarto.
Era diventato scorbutico e faceva paura a tutti i bambini del quartiere. Oggi, a parte me, non ci sono molte altre persone.
Dopo aver seguito la funzione della sepoltura, non ho potuto non venire a salutarti. Ora che sono solo qui davanti alla piccola bara vuota non posso far altro che rievocare il tuo ricordo ormai sbiadito e farmi inondare dalla nostalgia.
Vorrei che tu fossi qui accanto a me Noah, amico mio.

 

Monica Vagni

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