Racconto di un incidente -Antonio Rispoli

Era passato un mese da quel maledetto incidente che mi portò via mio figlio e io, dopo aver trascorso tanto tempo in ospedale per curarmi, tanto era stato lo shock, finalmente ero uscito.
Mi diressi dritto a casa, dove ad aspettarmi trovai una bruttissima sorpresa.
Lì, nel bel mezzo del giardino, c’era la mia Ford Fiesta grigia con il cofano ammaccato e qualche graffio qua e là. Sgranai gli occhi e il cuore cominciò a battermi fortissimo, mentre i ricordi riaffiorarono con prepotenza nella mia mente. Tutto d’un tratto entrai in trance.
Mi ricordai di quella maledetta sera d’estate. Io ero alla guida e stavo accompagnando mio figlio Tommy ad una festa. Imboccai una stradina di montagna, ma tutto ad un tratto qualcosa andò storto. Nel buio di quella stradina, appena feci una curva, sentii un forte botto e, non rendendomi conto di quello che era successo, mi girai verso mio figlio. Tommy aveva perso conoscenza e la sua fronte era completamente ricoperta di sangue. A quel punto gli poggiai la mano sulla spalla e cominciai a scrollarlo, ma niente. Tommy non si svegliava. Allora provai a scendere dalla macchina, ma lo shock era stato così forte che mi tremavano le gambe. A fatica mi alzai e una volta fuori notai che un camion ci era venuto addosso. Il camionista mi venne incontro cercando di dirmi qualcosa, ma io ero nella confusione più totale e allora non gli risposi. Avevo altro a cui pensare. Senza perdere altro tempo, andai dall’altro lato dell’auto e aprendo lo sportello vidi cadere il corpo di mio figlio esanime. Lo afferrai con forza per le spalle e cominciai a scrollarlo, mentre urlavo il suo nome per farmi sentire, ma fu tutto inutile. Passarono poco più di cinque minuti dall’impatto, o forse erano di più, quando mi accorsi che mio figlio era morto.
Quello che successe dopo non me lo ricordo. Tutto mi sembrava andare così veloce.
Ad un tratto mi disincantai e, tornando alla realtà, iniziai a covare odio verso quell’oggetto che incolpavo di avermi tolto mio figlio. Entrai in casa e, dopo essermi diretto nella stanza di mio figlio, presi la sua mazza da baseball. Scesi in fretta e furia e, una volta davanti all’auto, cominciai a colpirla. La colpii sul cofano, la colpii sulle portiere. Addirittura salii sul tettuccio e colpii con forza sui finestrini per sfondarli, ma alla fine, dopo averla distrutta, mi rimase soltanto il fiatone. Ormai mio figlio non c’era più e nessuno avrebbe mai potuto ridarmelo.
In seguito a quel gesto, i vicini chiamarono la polizia che quando arrivò mi trovò in una valle di lacrime. Un poliziotto, non ricordo il nome, cercò di rincuorarmi, ma fu tutto inutile. Allora mi chiese che cosa fosse successo e io, tra le lacrime e i singhiozzi, mi sfogai. L’agente a quel punto capì la mia situazione e, aiutandomi ad alzarmi, con tanta pazienza mi riaccompagno in casa, mentre aspettava che arrivasse l’ambulanza.
Alla fine, dopo che anche i paramedici se ne furono andati, mi sedetti sulla poltrona e prendendo un tranquillante mi addormentai ancora molto provato.

 

Antonio Rispoli

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