Il barone Von Cruiff VS Ragnetto – Antonio Rispoli

Era una tranquilla e calda notte d’estate. Il cielo era limpido e le stelle con il loro sfavillio regalavano serenità a un gruppetto di ragazzi, che per l’occasione si erano riuniti su di una collina per guardare il cielo sperando di poter vedere le stelle cadenti. Poco distante da questo magnifico quadretto vi era un imponente castello e nell’ala est, nella torre più alta di tutte, si era trasferito il barone Von Cruiff alla disperata ricerca di un po’ di refrigerio dalla calura estiva e per poter dormire in santa pace, ma aveva fatto male i conti. La sua bara, imbottita com’era, non lasciava passare nemmeno uno spiffero e il povero barone ormai zuppo di sudore si svegliò, com’è ovvio che sia, molto irritato; sferrò un calcio al coperchio della bara per farlo aprire, ma, appena fece per alzarsi, il coperchio tornò indietro colpendolo dritto sul naso.
«Maledizione!» urlò tenendosi il naso. «Ma che diavolo è successo?»
Il suo fedele servitore, il ragnetto, sentendo tutto quel baccano corse subito a vedere cos’era successo e appena fu sul posto, lanciando una ragnatela, aprì il coperchio della bara.
«Signore, ma cosa le è successo?» gli chiese, mentre, avendo visto il suo signore tenersi il naso, tratteneva a stento le risate.
«Questo dovresti dirmelo tu, inutile mostriciattolo!» urlò il barone tenendo la testa indietro per fermare la fuoriuscita di sangue.
«Signore, ma cosa ho fatto?» domandò il ragnetto che, avendo capito che cosa era successo, faceva il finto tonto.
«Che hai fatto al coperchio?» ribatté il barone inferocito.
«Niente, perché?»
«Non mentire!» urlò Van avventandosi verso l’animaletto e, afferrandolo per una delle otto zampette, lo strattonò.
«Signore, ma veramente… non capisco!»
«Perché quando ho cercato di aprire il coperchio della bara, quello mi è tornato indietro sbattendomi sul naso? Che diavolo hai combinato?»
«Signore, le assicuro che non ho fatto niente… Ho solo messo le cerniere perché si lamentava che spesso e volentieri, aprendo il coperchio, questo cadeva a terra scheggiandosi. Non ho fatto altro.»
«E perché non mi hai avvisato? Dannazione!» continuò Van consapevole della figuraccia fatta, ma che non avrebbe mai ammesso.
«Signore, ma non credevo certo che lei aprisse il coperchio con tale forza da farlo tornare indietro…» rispose il ragnetto che ormai allo stremo aveva cominciato a sghignazzare.
«Che hai da ridere?»
«Assolutamente niente, signore!» rispose il servitore che, avendo visto l’occhiata che gli aveva lanciato il barone, aveva percepito un brivido attraversargli il corpo.
«Lo spero per te!» e dandosi una sistemata, «Adesso dimmi quali sono i programmi per questa sera!»
«Programmi?» domandò il servitore, grattandosi la testa.
«Sì, programmi. Quali sono le mie incombenze? Avanti, sbrigati!»
«Signore, ma veramente…»
«Che altro succede?»
«Non me lo ricordo.» rispose il ragnetto, temendo la reazione del barone.
«Come non te lo ricordi?» urlò Van che, furioso com’era, si sfilò una scarpa e corse verso il suo servitore, ma, nel preciso istante in cui stava per colpirlo, inciampò e facendo una mezza piroetta andò a sbattere con la testa in una delle armature, che vi era affianco al muro, innescando così una reazione a catena. La sua lancia cadde e si conficcò nella bara che cadde a sua volta dal sostegno andando a finire sulle sue gambe. Van allora, avvertendo un dolore immane, cercò di sfilarsi da sotto la bara, ma, nel vano tentativo di liberarsi, urtò nuovamente l’armatura facendosi cadere l’elmo in testa che lo stordì ulteriormente.
«Signore, sta bene?» chiese il servitore che, per il tanto ridere, aveva le lacrime agli occhi.
«Sì, sto bene… Sto bene…» rispose il barone in modo confusionario. «Ma cos’è successo? Non mi ricordo niente.»
«Assolutamente niente, signore. È caduto!»
«Ah, sono caduto!?» ripeté il barone che, scrollando la testa, si riprese quel tanto che bastava per ricordare cos’era successo e, alzandosi come una furia, cercò di acciuffare il suo servitore. Il ragnetto però, approfittando del fatto che Van non si era ripreso del tutto, lanciò una ragnatela schivando il suo padrone che, scivolando, andò a sbattere contro la parete facendosi uscire nuovamente il sangue dal naso.
«Maledetto!» urlò il barone, tenendosi il naso, mentre le lacrime gli rigavano il viso tanto era il dolore. «Scappa pure, tanto ti prenderò e quando lo farò ti schiaccerò come una formica!»
«Vorrei proprio vedere!» rispose il ragnetto che, dimenticandosi per un attimo del suo ruolo, cominciò a sbeffeggiare il suo padrone facendogli le linguacce.
«Come osi, mostriciattolo!?» urlò Van che, alzandosi a fatica, si scagliò nuovamente verso il suo servitore che, per tutta risposta, lanciò una ragnatela legandogli così le caviglie e facendolo cadere con la faccia a terra.
«Le sono bastate?» chiese il servitore con fare spavaldo.
«Come ofi?» sbraitò il barone che, accorgendosi del suo strano modo di parlare, si mise le dita in bocca e, tastando, si accorse che aveva perso un canino. «Maledetto! Te la farò pagare! Ti ridurrò in peffetti cofì piccoli che le particelle di polvere al confronto faranno maffi!»
«Venga, sono pronto!» rispose il ragnetto, invitandolo a farsi avanti.
Van a quel punto non ci vide più e, alzandosi come una furia, corse nuovamente verso il ragno che a sua volta lanciò un’altra ragnatela che, facendo inciampare il barone, gli fece fare un volo dalla finestra andando a finire nell’acqua del fossato. Il servitore, vedendo quella scena, si accorse di aver esagerato e quindi calandosi dalla finestra andò a recuperare il suo padrone.
«Signore, tutto bene?» chiese l’animaletto, mentre cercava di trovare un modo per tirare il barone fuori dal fossato.
«Ti fembra che io ftia bene?» ribatté Van che con le sue ultime forze a stento riusciva a tenere la testa fuori dall’acqua.
«Signore, resista, adesso la tiro fuori!» e, lanciandogli diverse ragnatele, cominciò ad avvolgerlo per poi tirarlo su.
In seguito, dopo tanta fatica, riuscì a riportare il suo padrone in camera, nella quale gli prestò le dovute cure e, non appena ebbe finito, si avvicinò per scusarsi, ma Van gli fece cenno di fare silenzio.
«Signore, ma…» cercò comunque di giustificarsi.
«Fhhh… Fai filenzio!» lo zittì nuovamente.
«Ma io volevo solo scusarmi per l’accaduto.»
«Non devi… Fono io quello che ha efagerato e ne ho pagato giuftamente le confeguenze.» ribatté Van che si massaggiava l’occhio nero.
«Ma io non dovevo reagire. Sono pur sempre un servitore.»
«Effettivamente ci fei andato giù pefante. Ahahaha… Ricordami che non devo più litigare con te.»
«Certo, signore!» rispose il ragnetto, ricambiando con un sorriso.
Alla fine il ragnetto gli allungò una zampa e il barone, senza pensarci più di tanto, gliela strinse sancendo così la pace.

 

Antonio Rispoli

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