Il vortice delle preoccupazioni – Monica Vagni

Non riesco a concentrarmi. Il senso di vuoto e mancanza mi pervade come un tutt’uno; lo sento nel sangue, nei polmoni, nella materia grigia, nelle ossa. Ogni centimetro del mio corpo è investito da questa sensazione nauseante.
Non saprei definire il motivo preciso del perché mi trovi in questo stato, ma è come se fosse il risultato di sensazioni accumulate negli ultimi anni e che ora stanno per esplodere.
Cerco di nascondere tutto questo dietro ad un sorriso controllato e una finta vita perfetta che di perfetto non ha proprio nulla.
Sono incapace di reagire.
La concentrazione non vuole proprio tornare; non riuscirò a combinare niente fino a quando sarò così preoccupato.
Abbandono l’articolo di giornale, che sto cercando di scrivere invano, per la testata per cui lavoro.
Vorrei spaccare tutto e sentirmi meglio, ma non lo farò, perché so che tutto questo non cambierà le cose.
Pensieri intrusivi e irrazionali cominciano a invadere il cervello, opprimendolo.
Mi sento stremato come se portassi un macigno sulle spalle.
Ho bisogno di andare sulla mia isola.
Questione di secondi e sarò là. Mi basta solo pensarci.

***

Le preoccupazioni l’hanno devastata.
Nuvole cariche di pioggia battente stanno per scagliare la loro potenza.
Il mare è minaccioso e si è formato un grosso mulinello al centro, che fa paura solo a guardarlo.
Sono spaventato. Corro verso un’ insenatura per ripararmi, ma qualcosa mi butta a terra violentemente.
Qualcosa di viscido avvolge le gambe trascinandomi sulla sabbia.
È enorme ed ha più di dieci tentacoli. Uno di questi mi attacca come una ventosa al collo.
Non riesco né a muovermi né a respirare.
Mi sento morire, soffocare.
Quelle lunghe braccia viscide sono attanagliate al mio corpo. Provando a respirare, ingurgito acqua marina; i polmoni e il naso bruciano terribilmente.
L’essere mi sbatacchia da una parte all’ altra come se fossi un burattino.
Sto soffrendo. Sono solo, nessuno mi può aiutare.
Sento il cervello staccarsi, il corpo abbandonarmi.
I tentacoli mollano la presa. Gli occhi si stanno per chiudere, mentre precipito inesorabilmente sul fondo scuro.

***

Non ho idea di dove sia finito. Sento tutte le membra fredde, ma che stanno per risvegliarsi.
Quindi realizzo di essere ancora vivo. Mi fa male ovunque. La guancia sinistra poggia su qualcosa di ruvido.
Apro gli occhi di colpo, e la prima reazione che ha il mio corpo è quella di buttare fuori tutta l’acqua che ha ingurgitato.
Sento tremare tutto, dentro e fuori.
Dopo un po’ riesco a riprendermi. Sono un pulcino bagnato, infreddolito e con le estremità delle dita viola.
Riesco a mettere a fuoco , anche se non benissimo, per capire dove sono.
Non sono sulla mia isola e nemmeno riesco a capire come possa essere ancora vivo.
Dune di sabbia di diamante e acque azzurre corallo, rami di alberi bianchissimi e capanne di paglie semi distrutte e abbandonate, in contrasto con un cielo totalmente incolore, quasi inesistente.
Riesco a camminare molto lentamente, perché il formicolio alle gambe non se ne vuole andare. Avvicinandomi ai resti di una capanna leggo un’ insegna di legno che riporta la dicitura “luogo di mezzo.”
Che cos’è il luogo di mezzo?
Mi guardo intorno per vedere se ci sia qualche segno di vita, ma è tutto invano.
Sono ancora solo.
Decido di esplorare questo posto per capire come tornare sull’isola.
Non capisco nemmeno come possa essere successo un fatto del genere. Del mostro che mi ha trascinato qui non c’è nemmeno l’ombra.
Costeggio la spiaggia cristallina per vari kilometri, ma il paesaggio non cambia.
Comincio ad essere stanco, a sentirmi perso.
Pensare all’ isola per tornarci non funziona. È come se tutti i collegamenti fossero stati interrotti.
Mi siedo sulla riva, giocando con la sabbia tra le mani, chiedendomi perché la piovra mi abbia trascinato fino a qui.
Non riesco a dare nessuna risposta.
Sono trappola di me stesso. Le preoccupazioni non se ne vogliono andare, stanno facendo baccano ancora dentro alla testa e al cuore.
Forse quella piovra erano proprio loro. Quando mi auguro che non torni, avverto una brutta sensazione. All’orizzonte vedo dei gorgoglii come se qualcuno stia per emergere da un momento all’ altro.
Verso di me si lanciano come lame tentacoli scuri.
La piovra è tornata a dare il tormento.
Scappo. Non posso fare altro.
Corro più veloce che posso; sono in iperventilazione.
Un tentacolo sfiora l’arto destro. Sento il dolore acuto della carne che si lacera, ma continuo a correre.
Ogni volta che si avvicina si alzano altissimi muri di acqua e sabbia. Sono nel suo territorio.
Arrivo ad un punto che devo fermarmi per non collassare.
Forse ho seminato il mostro, anche se sembra che abbia corso una vita intera.
Guardo l’orologio automatico che avevo dimenticato di avere al polso.
Segna il ventiquattro novembre duemilaquaranta. In un baleno sono passati più di vent’anni.

 

Monica Vagni

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