Ancora tu – Federica Nicosia

Ancora tu, non mi sorprende, lo sai?
Ancora tu, ma non dovevamo vederci più
E come stai? Domanda inutile
Stai come me e ci scappa da ridere…
Ancora tu, Lucio Battisti

A tredici anni dissi a mia madre che avrei fatto la regista di spettacoli teatrali. Lei rise, e mi rispose che era ancora presto per pensarci. A diciassette scoprii l’amore e, con esso, la poesia. Un giorno, in un caffè della città in cui vivevo all’epoca, chiamai mia madre per dirle che avevo cambiato idea, che volevo diventare scrittrice. Pianse a lungo, chiedendosi dove avesse sbagliato. Io compilai la domanda d’iscrizione alla facoltà di Lettere. Inutile dire che non la inviai mai, e la mia famiglia tirò un sospiro di sollievo.
La scelta è ricaduta su Giurisprudenza perché non volevo avere a che fare con numeri, formule e calcoli. Poi ho scoperto che l’ambiente dell’Università, nei corridoi della quale camminavano insieme i pargoli di questo o quell’avvocato, era un covo di marmocchi assetati di sangue – il mio – e di soldi – quelli dei loro padri – e che io dovevo assolutamente restarne fuori. Non mi feci molti amici. Non ne avevo mai avuti chissà quanti, a dire il vero.
Non ero brillante negli esami, non facevo parte del comitato studentesco e nemmeno delle squadre sportive universitarie. Quando avevo un’ora buca di solito mi ritiravo in biblioteca o nella caffetteria del dipartimento a scrivere. Non avevo mai smesso di scrivere. Non potevo. Gliel’avevo promesso.
Relazioni sociali: poche. Con gli uomini: ancora meno. Lui mi mancava, terribilmente. Però non volevo usare nessuno per attutire il dolore. Stavo male, ma ciò poteva significare una sola cosa: era successo, era vero. Avevo amato, senza riserve, senza remore. Mi aveva amata, senza limiti. Ma era finita. Forse.
Poi passa il tempo. La sera te ne vai a letto. Ti metti a pensare di andare a letto con qualcuno. Non per farci del sesso, ma solo per dormirci insieme. Provi a immaginare come ci si senta ad aver fatto sesso con qualcuno un numero di volte sufficiente per poterci stare a letto senza andarci a letto. Provi ad addormentarti. Ti chiedi quanto costino i letti matrimoniali, e se mai ti servirà saperlo.
Oggi dirigo uno studio legale di buon livello, gioco a tennis nel tempo libero. La maggior parte delle cose che scrivo sono documenti di lavoro. Ho un figlio. Io e suo padre non viviamo insieme già da un po’. Siamo sempre stati ottimi amici, e forse il problema era proprio quello: un’amicizia fraterna, nata tra i banchi dell’Università . Mi lasciava sempre copiare i suoi appunti visto che io non ero proprio capace di prenderne. Non ci siamo mai fatti del male, e a volte invece preferirei che fosse successo. Sarebbe stato più facile trovarlo nel nostro letto con la sua assistente, o scoprire casualmente di qualche suo losco a fare. Più facile di dovergli sussurrare «Io non ti amo». Più facile di sentirsi rispondere, rassegnatamente, un sommesso «Lo so».
Tra tutti e tre, il più forte è stato nostro figlio. A sette anni Giorgio già sapeva nascondere la delusione, celandola dietro un tenerissimo sorriso. Aveva i capelli di miele del padre, gli occhi verdi invece glieli avevo affidati io. Non piangeva mai, e quelle rare volte che accadeva cercava di non darlo a vedere. Se io o Stefano ce ne accorgevamo, attribuiva la tristezza al fatto che non riusciva a passare tanto tempo con noi. Frequentava la scuola a tempo pieno e aveva ottimi voti perché gran parte del pomeriggio lo trascorreva facendo i compiti a casa della nonna, mentre noi lavoravamo ognuno al proprio studio, ai capi opposti di Roma.
Almeno un paio di volte all’anno cercavamo di partire per un qualche settimana fuori. Volevamo che Giorgio scoprisse il mondo sin da piccolo. Io ero innamorata dei paesi dell’est, Stefano adorava il mare, per cui una volta per uno sceglievamo la destinazione successiva.
Natale 2024: Montenegro.
Estate 2025: Isole Azzorre.
Natale 2025: Russia.
Estate 2026: Cuba.
Io ero l’autunno, Stefano la primavera. Io cercavo guide turistiche, biglietti per musei. Mi assicuravo che gli alberghi dove alloggiavamo servissero la cena alla vigilia di Natale. Stefano passava ore su internet per scovare le cale con le onde migliori per il surf, le spiagge meno affollate, perché potessimo stare tranquilli, tutti insieme. Comprò a Giorgio i primi braccioli l’estate dei suoi tre anni. Anche dopo la nostra separazione, il Natale continuavamo a passarlo insieme. La notte, dopo aver messo Giorgio a letto, nascondevamo i regali sotto l’albero, e complice una bottiglia di vino trascorrevamo le ore fino all’alba parlando del più e del meno, fino a quando due occhi vivaci e impazienti facevano capolino da dietro la porta del salotto, e chissà da quanto ci stavano contemplando.
Quando mio figlio compì dieci anni, io e suo padre ne avevamo appena trentacinque. Da tre, non eravamo più marito e moglie. La separazione nient’altro fu che l’annullamento degli accordi matrimoniali. Nessun procedimento di sfratto, nessun assegno di mantenimento. Giorgio espresse il desiderio di rimanere vicino a suo padre, che comprò un appartamento non lontano dalla villetta dove fino ad allora avevamo vissuto tutti insieme. Non mi opposi a che Giorgio andasse a vivere con Stefano. Tolti quei duecento metri di strada che ci separavano e i fogli del divorzio che oggi nemmeno so più dove siano, eravamo ancora una famiglia. Ripresi a scrivere.
Non c’era stato un momento preciso in cui avevo posato la penna. Sempre più spesso, però, mi ero ritrovata a non avere le parole giuste per dire ciò che avrei voluto dire. Da giovane tante, tante volte avevo provato a spiegare cose, situazioni ed emozioni a modo mio, spesso senza riuscire a comunicare ciò che avrei voluto. Ero quindi giunta alla conclusione che se una cosa non sapevo bene come dirla, era meglio non dirla affatto. L’avevo capito a diciassette anni, quando avevo conosciuto l’amore. A Ivan non dissi mai «Ti amo», ma solo perché non sapevo come farlo, e il modo più semplice – guardarlo e dirglielo così, come si dice di aver fame o di voler fare la regista teatrale – mi sembrava impossibile.
A pensarci bene, la mia esperienza di amore si avvicinava più a un’affermazione di non-amore. Dire a Stefano che non lo amavo non era stato poi così difficile. Avevo solo temuto per Giorgio, che alla fine era stato il più coraggioso. Dopo essermi separata avevo conosciuto qualche uomo, ma con nessuno ero riuscita ad andare oltre il semplice rapporto amicale. Adesso, sulla soglia dei quarant’anni, dopo un’illuminata epifania, mi ero decisa a disseppellire idee e ideali, con un solo, assurdo fine: riavvolgere il nastro, recuperare il tempo e con lui, la Poesia.
Gli scrissi una lettera. Come l’iscrizione alla facoltà di Lettere, non la spedii mai. Non ho mai avuto il coraggio di compiere gesti che potessero effettivamente cambiarmi la vita, o farle prendere almeno la direzione che volessi io. Comunque conservo ancora tutto. L’iscrizione, la lettera. Cor cordium, mio cuore, così iniziava, riprendendo il nomignolo quasi vocativo con cui ero solito chiamarlo quando stavamo insieme, sono io, ancora io, sempre tua, diceva alla fine, e non portava firma, perché quell’espressione, insieme al mio singolare modo di scrivere le “a” con un piccolo triangolo gli avrebbero detto tutto sin da subito.
Erano dodici pagine che raccontavano gli oltre vent’anni in cui non c’eravamo visti, né sentiti. Avevo incrociato di sfuggita sua figlia, un giorno, tra le strade affollate del centro di Roma. Sapevo che era sua figlia perché lui un giorno mi aveva spedito una sua fotografia, dicendomi che aveva frequentato il mio seminario sul diritto d’autore in Università. L’avevo notata, in aula, per come stava seduta in disparte senza prendere appunti, solamente ascoltandomi attentamente. Avevo pensato che il suo modo di fare mi ricordava me. Mi ricorda te, aveva scritto lui sul retro della foto. Mi era sfuggito un sorriso. Quella volta per strada la riconobbi, e trattenni il più possibile nei miei i suoi occhi, così azzurri, velati dalla stessa ombra torbida che aleggiava in quelli di suo padre. Tentai di raccontarle, con uno sguardo, in una brevissima frazione di secondo, la storia di un amore antico, primordiale, solido ed eterno come le strade della Capitale. Forse mi riconobbe anche lei, perché sorrise.

 

Federica Nicosia

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