La verità – Federica Nicosia

Siamo due fiumi che s’incontrano e poi vanno dritti verso il mare.
Corriamo veloci verso il delta che ci annulla, per fonderci con un universo più grande.
Le acque mie nelle acque tue, la tua schiuma e la mia schiuma.
La foga, il bisogno.

Ci siamo sempre sentiti più grandi di quanto la nostra forma terrena ci lasciasse sembrare.
Io abbracciavo il mondo intero, tu lo scrutavi dall’alto. Eri un giudice silenzioso, a me sola confidavi le tue sentenze. Di me avevi fatto la depositaria di ogni tuo pensiero.
Ancora oggi li custodisco in un cassetto etichettato col tuo nome. L’ho aperto così tante volte, negli anni, che adesso nemmeno si chiude più bene. E le tue idee sono diventate le mie idee, e io sono diventata te.

Non sei stato l’unico. Ma sei stato il Solo.
È curioso come in latino l’aggettivo “solo” sia facilmente confondibile con la parola “terra”.
Eppure io l’ho sempre pensato – e oggi lo so – che tu mi hai riportato all’origine, alla verità. Mi hai fatta scavare fino alle mie stesse radici, e il fango che mi gettavo alle spalle è diventato una montagna che tu mi hai dato il coraggio di scalare. Sei sceso con me nelle viscere del mio inferno, e hai domato l’incendio che mi divampava dentro rendendomi ogni giorno sempre più simile alla cenere. E su quella cenere hai soffiato, ne hai fatto uno specchio di vetro attraverso cui ho potuto guardarmi, riconoscermi.
Via anche questo. Faccio una palla col foglio e la lancio con violenza contro il muro.

Sono sicura che questo agosto lo ricorderemo tutti per molto tempo. Anni, forse. Già me li immagino, i titoloni dei giornali della domenica:

Agosto ’83. Dieci anni fa l’estate più calda di sempre.

O forse qualche immigrato messicano della vecchia scuola, troppo eccitato dalle minigonne e dalla tequila, l’avrebbe utilizzato come lasciva e inefficace tecnica di rimorchio, forse anche con un accenno di presunzione poetica. Hey chica, sei calda come l’agosto dell’83…

Di certo c’è solo che questa tremenda afa rende i boschi di mirto della Gallura molto simili all’allegoria della mia immaginazione: una distesa arida, bruciata dal sole e dall’inerzia.

La differenza è che prima o poi gli arbusti saranno salvati dalla mano sapiente di uno zappatore, che metterà da parte i suoi modi burberi per curarne con fare quasi devoto i rami secchi e spenti. Le idee che non ho, invece, non so bene da dove tirarle fuori.

Ghezzi, il mio editore, mi sta alle calcagna come un segugio. Avrei dovuto consegnare un nuovo manoscritto a marzo ma, una scusa dopo l’altra, ho rimandato. E rimandato ancora, e ancora. Ora sono passati sei mesi, e ancora non ho nulla da dare, nulla da dire. Le mie giornate hanno per colonna sonora il grattare della penna sul foglio e il rumore delle pagine accartocciate e lanciate nel cestino. Quelle volte che faccio canestro le annovero nel ventaglio di misere gioie che la quotidianità mi concede.

Dicono che dovrei fare come al solito. Beh, Ghezzi lo dice. Che dovrei scrivere di cose di ogni giorno, di uomini e di donne, della gente comune. Del caffè alle otto del mattino, di un treno che parte e di chi l’ha perso. Di me, di lui, della nostra non-vita. Pare che ai lettori piacciano le storie che parlano di loro, di quello che fanno e di quello che hanno. Di quello che non hanno, ancor di più. Ma io proprio non ce la faccio a scrivere per gli altri. Ho sempre voluto scrivere agli altri.

In realtà lo so anche il problema dove sta. Non è né nel caldo, né nella pressa di Ghezzi, né nella gente che chiede cose che non so più dare. Ci sono arrivata ieri sera: il problema sono io. Non su un piano esistenziale, ma in un’ottica puramente artistica. Prendo la penna in mano e semplicemente tutti i personaggi delle storie che avrei da raccontare si lanciano in un buco nero che dall’area del mio cervello in cui bivaccano amabilmente per il resto del giorno finisce chissà dove. Qualcuno lo chiama “blocco dello scrittore”. Io invece lo chiamo “sto sbagliando tutto”.

Non sono nata come scrittrice di racconti. Di vite e aneddoti ne ho inventati a bizzeffe, ma la mia lingua è sempre stata un’altra. Quella delle metafore, dei versi affannati, delle virgole messe con cura, con delicatezza, come una carezza timorosa e tremante a una persona che non sai se t’ama o no. La poesia è l’unica tonalità in cui posso cantare i miei sensi e le mie sensazioni.

In un vecchio armadietto di noce nel salotto, sotto la bottiglia di cognac che mio padre ha vuotato vent’anni fa e mai buttato, c’è una pila di fogli ingialliti. Saranno una cinquantina, forse di più. Tutte le poesie che ho scritto quando, da ragazza, venivo in vacanza coi miei qui, in estate e per l’Hannukkah. Negli anni Sessanta, in un paesino sardo che contava ottocento abitanti, essere “La Bambina Ebrea” – oltre ai miei genitori nessuno mi chiamava mai per nome, qui – era un motivo più che sufficiente per non avere nessuno con cui giocare. Che poi la colpa non era mica dei bambini. Loro nemmeno lo sapevano, cosa significasse ebrea. I genitori sì però, e quando la pronunciavano, quella parola assumeva lo stesso tono di un insulto o di una bestemmia. Dunque mettermi in giardino sotto la vecchia quercia a giocare con le parole era da principio una via di fuga, che si è trasformata col tempo nella strada verso un altro mondo. Il mio mondo.

Solo che la poesia in pochi la leggevano, e quando ho incontrato Ghezzi in un caffè all’ombra del duomo di Milano, un po’ per sogno e un po’ per ambizione ho accolto la proposta di convertirmi alla prosa. Aveva detto che sarebbe stato solo per il tempo di farmi conoscere: sono dieci anni che scrivo romanzi.

Quando ieri intorno a mezzanotte, presa dalla necessità impellente di farmi un bicchiere, sono andata a frugare tra le bottiglie, mi sono ritrovata seduta circondata di parole, ricordi, fantasie vecchie e nuove. Le ho lette una per una, con attenzione, come se stessi studiando i pensieri di un altro che non ero io. Su alcune mi sono soffermata più a lungo che su altre, cercando di ricordare l’esatto momento in cui le ho scritte, tornando indietro nel tempo e osservandomi, poco più che bambina, cercare di mettere d’accordo le poche parole che conoscevo. L’ultima, quella che mi sono ritrovata tra le mani quando le altre pagine erano già tutte sparpagliate intorno a me, mi ha dato un tuffo al cuore. Non c’è stato bisogno di sforzarmi, per richiamare l’occasione in cui era nata.

Martedì 24 settembre 1968. Mio compleanno, vent’anni. Mi tocca lavorare. Do una mano con l’aritmetica al figlio della vicina che va alle elementari ed è tanto intelligente e vivace ma proprio non ha voglia di studiare. Mentre cerca di risolvere un problema di biglie e macchinine, io tiro un foglio dal suo quaderno a quadrettoni, e con un pennarello rosso un po’ scarico butto giù quelle due o tre cose che vorrei tanto dirti.

“Insegnarti l’amore
è stata un’impresa
che lo trattavi un po’
come io faccio con la matematica
(sarà che non abbiamo avuto
basi solide)
spiegarti gli sguardi
i sospiri
i vuoti
non era facile
ma avevi una certa predisposizione
per la materia
come se avessi vissuto
un’infarinatura generale della cosa
t’ho promosso a pieni voti
anche se a imparare
ero io.”

Non ho potuto trattenere un sorriso. Vuoi perché io che davo ripetizioni di matematica è quasi un ossimoro, vuoi perché poi ci ho scritto una poesia. Ho sorriso perché tutta la mia vita l’ho creata su un susseguirsi di contraddizioni. Ho sorriso perché quel bambino poi è cresciuto ed è morto a diciott’anni. Da iper-attivo è diventato iper-depresso e s’è ammazzato. Ho mandato un telegramma ai genitori quando l’ho saputo.
Ho sorriso anche perché forse in quell’armadietto non ho trovato la soluzione, ma un punto di partenza per la ricerca che mi toccherà affrontare. Anche in fretta, direi, perché mentre sorridevo al vuoto il telefono ha squillato. Era Ghezzi.

Federica Nicosia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *