All’improvviso – Chiara Pugliese

GalleriaVivevo a cento metri dalla piazza del mio paesino, quella che ero solito frequentare con i miei amici. Quella sera ero lì, a bere una birra in compagnia di quattro risate.
Rispetto alle altre volte, però, avevo una strana sensazione: avevo voglia di tornare a casa presto, nonostante mi stessi divertendo. Finita la birra allora, mi incamminai per la stradina piccola e buia che collega quel punto di ritrovo a casa mia. Ero soprappensiero, percepivo un qualcosa che mi turbava da un lato, ma che mi lasciava indifferente dall’altro. Mentre rimuginavo su questa sensazione, sentii un rumore forte, deciso, netto. BAM! “Sembrava.. Proprio come.. Come uno.. Uno sparo!” pensai paralizzato. I pensieri che mi affollavano la mente si diluirono e lasciarono posto a ciò che vedevo, una volta abbassato lo sguardo. Era rosso, e sgocciolava dall’alto. Ci misi qualche secondo prima di concretizzare che fosse sangue. Fu lì che capii tutto.
Iniziai a toccarmi la schiena, fino all’altezza del rene, quando la mia mano iniziò a sporcarsi. Mi inginocchiai, guardai in alto, vidi mia madre sul balcone, piangeva credo. L’udito scomparve, la vista si fece sempre più scura. E mi accasciai perdendo i sensi.
Ho creduto che, come tutti dicono, mi passassero davanti agli occhi tutti i bei momenti della mia vita, come un film che mandi avanti velocemente per poter arrivare al punto che desideri, ma non è affatto così.
La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: “Cazzo, tutti cercano di capire cos’è la morte, come ci si sente, e in realtà è come se avessero spento la luce, senza avvisarti”. Mi sentivo come immagino si possa sentire un cieco in un posto in cui non è mai stato: perso. A questa sensazione si accodarono pensieri che mi avevano turbato da sempre, e che sentivo fosse il momento di lasciar sfogare.
L’indecisione che mi ha accompagnato per tutta la vita, in realtà mi ha solo logorato. Penso a quand’ero piccolo; mai un gioco preferito, né tanto meno un cartone animato o una canzone. Non sono mai stato attratto da nulla in particolare, o meglio lo sono stato da troppe cose, tanto da non portarne avanti neanche una.
Crescendo la cosa è solo peggiorata. Sono sempre stato uno studente modello, senza alcuna lacuna in nessuna materia, ma non sono mai stato innamorato di nulla. Una volta scelto il percorso universitario, ancora peggio. Pensavo che fosse la mia strada, intravedevo quello che sarei stato dopo cinque anni, e invece ho abbandonato tutto dopo qualche mese e ho iniziato a fare il commesso nel mio paesino, in cui ho perso la vita. “Roba da matti.. Se solo non fossi tornato..” pensai, dichiarandomi ancora una volta tormentato da qualche rimpianto, qualche rimorso. In quel momento, presi coscienza. Ero morto. E anche da morto mi stavo piangendo addosso, stavo provando rancore nei miei confronti, senza pensare invece a quanto ho dato durante la mia breve vita. “Si, Giulio, tu hai anche fatto del bene” mi dissi. Pensai ai miei genitori. Sempre orgogliosi di me, perché nonostante fossi come una bandiera al vento, non li avevo mai delusi.
Pensai a Luca, che ho aiutato a rialzarsi da un periodo buio, buio quasi quanto lo è quello in cui sono finito io. E pensai ancora e ancora, tanto che ero quasi contento d’esser lì, in quell’oscurità che era la mia morte. Mi sentivo, paradossalmente, rinato. Quel Giulio che credevo inutile, che non meritava di stare in piedi, che con le sue indecisioni si sentiva già morto da un pezzo, in realtà era sì una persona instabile, ma era anche un bravo figlio, un ottimo amico. Una brava persona che si era solo fatta intimorire dagli ostacoli incontrati, dalle delusioni che colpiscono un po’ tutti.
“Sono pronto per ricominciare a vivere!” urlai. Ma, ovviamente, non mi sentì nessuno.
Avevo raggiunto quel punto che ognuno raggiunge nella propria vita, prima o poi. Solo che io lo avevo fatto da morto. Rimasi in silenzio, la mia mente si spense.
Improvvisamente, in lontananza, sentii dei rumori. Si facevano sempre più vicini. Assomigliavano a dei “bip” separati da un intervallo di silenzio regolare. Iniziai ad agitarmi, a non comprendere quello che stava accadendo. “Cosa può ancora succedere se sono morto?” mi dissi.
L’angoscia mi pervase, sentivo mancare il respiro. Intravedevo una parvenza di colore nel buio che mi circondava. Avevo una terribile paura di quello che stava per accadere.
Di colpo i rumori si fecero vicinissimi e il colore mangiò interamente l’oscurità. Sentii calore, un forte calore familiare intorno al corpo. Potevo aprire gli occhi. Mi guardai intorno e non capii. “Ce l’hai fatta!” sentii. Era mia madre. Mi parlava. Ero in ospedale. Continuavo a non capire.
“Riesci a sentirmi? Sai dirmi come ti chiami?” urlava una voce lontana.
“Giulio.. Perché?” risposi.
“Signora, è cosciente, lo portiamo di sopra per l’intervento, durerà poco più di un’ora, è una ferita superficiale, non si preoccupi.” disse la voce, guardando mia madre.
Ero vivo. Avevo solo perso conoscenza. Quella che a me è sembrata una lunghissima visita nell’aldilà, era solo un mancamento.
Ma non è stato affatto male. Il vecchio me starebbe urlando, piangendo e chiedendo chi fosse stato a ridurlo in quel modo.
Ora invece, io sono rinato. Pronto per ripartire. Pronto per affrontare le difficoltà. Pronto per riprendere a studiare quello che in realtà amavo. Pronto per tutto. Per la vita.

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