Il profumo del sole – Chiara Pugliese

Savana africana

Era una mattinata soleggiata. L’ho capito appena aperti gli occhi: i raggi di quel sole tiepido si infilavano attraverso la fessura della porta della mia stanza. Era già una buona giornata.

Nonostante i tanti anni trascorsi via da casa, i riti della domenica non si erano persi. Colazione abbondante, pranzo dalla nonna con il solito, prelibato e magnifico menù, caffè con gli amici e passeggiata serale per le vie del centro. Come se ci fosse stata una pausa e non un’interruzione definitiva.

Ero tornata a casa perché avevo appena conseguito la laurea, e attendevo risposta dai cinque colloqui della settimana precedente. Ogni giorno iniziava con mia madre che mi domandava: “Allora quelli di Londra? Che dicono? Ma che fai se ti prendono lì? Non è lontano? Va be’ che ti veniamo a trovare! Sei così in gamba, che ce la farai come sempre. Sì, ti prenderanno a Londra, come possono non volere una brava come te?”. C’è solo una parola per descrivere la sensazione che mi conquistava ogni dì, dopo questo discorso, e ha il nome di Ansia. Quando Ansia veniva a bussare al mio cuoricino, per farlo accelerare più di quanto avrebbe dovuto, aveva qualcosa di strano. Lo stesso strano sapore che avevo avuto in bocca sin dopo la laurea. C’era qualcosa in me che si arrampicava pian piano, come un senso di mancanza. Come se non avessi potuto iniziare ad essere un adulto che lavorava, se prima non avessi fatto qualcosa. Quel giorno ho capito a cosa mi stavo riferendo.

Sin da quando ero piccola ho sempre pensato che il mio compito fosse quello di adottare un bambino, del Kenya possibilmente. Non so perché, ma c’era qualcosa che mi legava a quella terra, senza conoscerne nulla.

Non l’ho mai fatto: avevo la terribile paura che il mio sostegno non arrivasse a quel pargoletto che avevo scelto, o che arrivasse solo in parte.

Crescendo, ho cambiato idea. Non mi andava di aiutare solo un bambino. Non mi sentivo in grado di  sceglierne solo uno in mezzo a tutta la gente che aveva bisogno solo di ricevere un vecchio giocattolo o un po’ d’acqua potabile. Avevo preso la mia decisione ed era quella di partire, lì, per un tempo che avrei determinato solo una volta in Africa. Ma prima dei diciotto anni ero troppo piccola e i miei genitori non se la sentivano di spedirmi così lontana. Una volta maggiorenne, però, dovevo pensare alla maturità. Dopo la maturità, invece, non hai tempo neanche di capire quello che vorresti diventare, che ti ritrovi catapultato nell’affannoso mondo universitario. E una volta laureata, dovresti aver voglia di diventare finalmente indipendente. E io quella voglia, matta, ce l’avevo e come. Ma c’era qualcosa che dovevo fare prima di impegnarmi in una situazione che aveva delle scadenze da rispettare come un lavoro, ed era andare lì, in Kenya.

Quel giorno, a cena, l’ho annunciato alla mia famiglia: “Io non posso andare a Londra, non ora. Ma partirò comunque”. Il giorno dopo l’ho trascorso informandomi con tutti i mezzi a mia disposizione su come diventare una volontaria e, qualche settimana dopo, sono partita.

Vorrei poter dire che l’Africa è proprio come ti aspetti, come la descrivono tutti, ma, in realtà, se non hai affondato i tuoi piedi in quella terra rossiccia e umida; se non hai sentito il calore del deserto bruciare sulla tua pelle; se non hai visto con i tuoi occhi le case (che tali non possono definirsi) in cui vivono alcune tribù, case fatte di terra, della stessa che calpesti, allora non puoi sapere cosa significa Africa.

Mi sono subito ambientata; non ho avuto problemi a macinare chilometri con bidoni pieni d’acqua sulle spalle dato che, questi sforzi, erano ripagati dai magnifici sorrisi che ti facevano passare qualsiasi dolore e stanchezza.

Bikira, un ragazzino di appena sette anni, in particolare, mi si era affezionato in una maniera tanto morbosa, quanto dolce. Ogni giorno quando c’era il giro del cioccolato, gli lasciavo sempre il mio pezzo. Ogni tanto andava a lavorare col padre, ma quando tornava al crepuscolo, era contento perché sapeva che c’ero io a cucinare per lui e per gli altri, ma soprattutto per lui. Il Kenya, ogni giorno, mi stava rubando dalla mia casa, dalla mia cultura. Amavo quel posto tanto quanto amavo Bikira.

Un giorno ha bussato alla mia porta urlando. Mi sono affrettata ad aprire preoccupata, ma il mio viso si è potuto rilassare una volta visto che in realtà erano urli di gioia. “Betta, this is my brother, Babu”. Babu era mancato di casa per due mesi a causa del lavoro, e ora che era ritornato, Bikira ne era troppo contento. E, in realtà, anche io. E’ trascorso poco tempo prima che io e Babu ci innamorassimo. Sembrava assurdo, di quelle cose che non pensi che possano accadere ad una volontaria che aveva intenzione di far durare il suo soggiorno africano un mese. Difatti, il mese diventò un semestre, e la pressione dei miei genitori diveniva sempre più energica. Avevano paura. Non so se della guerra civile o della mia permanenza che stava durando troppo. Noi, sicuramente, di paura ne avevamo fin troppa.  L’esercito americano aveva bombardato Brava, in Somalia. Quella notte io e Babu eravamo distesi a guardare il cielo, quando quella luce inondò il buio: sembrava mattina. Il giorno dopo ci è stato ordinato di non uscire dalle nostre case, il nostro piccolo centro era un probabile obiettivo di qualche gruppo terroristico. La paura negli occhi di Bikira era così tanta, da distruggere il mio cuore in mille pezzi.

Nonostante il blocco, qualcuno doveva allontanarsi per poter recuperare abbastanza acqua per superare la giornata. Io e Babu ci siamo guardati, incoraggiati a vicenda, e siamo usciti senza avvisare nessuno. Odio pensare che l’ultimo sguardo che mi ha rivolto Bikira è stato quello che racconta la paura di morire.

Durante il tragitto, Babu ha appoggiato il bidone pieno d’acqua, per terra. Voleva solo fare una pausa. Ma quell’attimo si è rivelato una catastrofe: c’era una mina proprio lì, sotto di noi.

Ho riaperto gli occhi e subito mi sono resa conto che ero lontana sia dal mio Babu che da Bikira. Non capivo. Né quanto tempo fosse passato, né quanto fossi lontana dal Kenya; ma lo ero, ne ero certa.

Ero stata rimpatriata per una sorta di legge burocratica del cazzo. Girovagare per l’ospedale per chiedere informazioni di Babu era inutile. Nessuno sapeva dirmi nulla.

Solo qualche settimana dopo, ho ricevuto una lettera. I miei me l’hanno portata con gli occhi pieni di lacrime in ospedale. Avevo capito tutto, ma non volevo crederci.

Per giorni non ho toccato cibo, sono stata dimessa e mi è stata consigliata una lunga fisioterapia per la gamba che ormai era ridotta solo al femore.

Ma la sola terapia di cui avevo bisogno era un’altra e aveva il nome di Bikira. Solo lui avrebbe potuto compensare il dolore della perdita di Babu. Così, sono tornata lì, contro il volere di parenti ed amici. Non ero più utile, loro avevano bisogno di gente forzuta. Ma non erano più loro ad avere bisogno di me. Ero io a nutrirmi di loro, di Bikira.

Chiara Pugliese

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