La rosa nera – Roberto Fiorucci

Rosa nera

Quella sera il cielo stesso sembrava aver perso la ragione. La tempesta infuriava. Lampi di luce squarciavano il cielo fendendo l’oscurità, mentre il vento, che si insinuava tra le montagne, sembrava quasi potesse urlare. Chi non si fosse trovato al riparo nella propria dimora quella notte avrebbe pregato per essere tratto in salvo da quel terribile flagello che da giorni distruggeva i raccolti e spaventava il bestiame. Lui invece era ancora seduto lì. La legna ardeva, sprigionando fiamme che si contorcevano come in preda a folli danze e proiettando nella stanza una luce fioca, contrastata soltanto dai bagliori dei lampi che donavano a tutto un’aura spettrale, la quale però sarebbe bastata a rincuorare anche il più trasandato dei viandanti in balia di quella maledetta tempesta. Ma non lui. Poiché a differenza di tutti i mali, il suo era incurabile.

La tempesta infuriava. La stanza era adornata da una finestra, dalla quale si scorgeva l’ira della tempesta. Una delle ante nel corso della notte si era rotta a causa del vento e adesso sbatteva violentemente contro la parete, a ritmo costante, quasi fosse mossa da una forza invisibile. A lui però risultava gradevole, gli era utile per riflettere, per scandire il tempo che in mezzo a quella solitudine era interminabile. Era caduto in uno stato di depressione tale da trascorrere le sue giornate in quella sedia davanti al focolare, a tracannare whisky e a cercare di dare sfogo al suo dolore tra i fiumi dell’ebbrezza. Era l’unica donna che avesse mai amato in vita sua, non poteva accettare il fatto di averla perduta per sempre.

Ad un tratto gli si avvicinò un uomo.

“Ehi tu, non hai visto che ore sono? Forza alzati devo chiudere ho altro da fare che badare a te!”. – disse l’oste.

Lui rimase immobile mentre i suoi occhi si perdevano tra le fiamme.

“Mi senti? Allora te ne vuoi andare sì o no? Maledizione ti devo sbattere io fuori a calci nel di dietro?”.

Probabilmente fu a causa del whisky, sta di fatto che si ritrovò lungo la strada ancora prima di rendersene conto.

La tempesta infuriava. La città era deserta. La pioggia era cosi fitta da rendere difficile la vista, riusciva persino a sfumare i contorni delle strade e dei tetti, sui quali si infrangevano infinite gocce. Chi avesse avuto un cuore nobile avrebbe tratto una melodia da quel suono incessante, ma lui ormai non ne traeva più nulla.

Quella costatazione sembrò scuoterlo fin dentro le viscere. All’improvviso, come se lo avesse trafitto una freccia divina, capi cosa doveva fare, trovò la soluzione a tutti i suoi mali, e si penti di non averci pensato prima.

In quello stesso istante fece appello a tutte le sue forze per alzarsi e, una volta in piedi, si diresse a passo veloce verso la sua dimora. In cuor suo pregava affinchè potesse essere liberato dal suo tormento. La tempesta infuriava. Ad ogni passo sentiva il cuore pulsare sempre più forte nel petto, la mente offuscarsi a causa dell’alcool ancora in circolo e le gambe cedere, ma niente e nessuno lo avrebbe distolto dal suo intento. Ogni passo lo portava più vicino al suo obiettivo. Qualsiasi passante notandolo avrebbe giurato che fosse stato posseduto da una qualche forza malefica, tale era la smania dei suoi movimenti.

Entrò sbattendo la porta e la vide. Con il sangue che gli ribolliva in corpo si guardò intorno in cerca della prima cosa a portata di mano che fosse utile al suo scopo. Il suo sguardo si posò su un martello da lavoro appoggiato alla parete. Senza esitare lo prese e si apprestò a sferrare il colpo micidiale con tutte le sue forze. Finalmente sarebbe stato libero dal suo tormento, finalmente avrebbe dato pace al suo animo. Ma, pochi istanti prima che il ferro colpisse il marmo crudele, qualcosa fermò il suo braccio. Il martello gli scivolò via dalle mani come sabbia tra le dita, e cadde in ginocchio. Come un padre amorevole non farebbe mai del male al proprio figlio, cosi lui non avrebbe potuto farne alla sua opera. Aveva fallito. Rassegnato al proprio destino comprese in quel momento che avrebbe passato tutto il resto della sua vita a convivere con il suo dolore. Si avvio allora verso l’uscio di casa, l’ultimo sguardo andò a lei, alla sua amata, prima di chiudersi la porta alle spalle e avviarsi verso l’ignoto. Fuori un raggio di sole squarciò il cielo. E poi tutto tacque. La tempesta era finita.

Un’altra giornata volgeva ormai al termine. Gli ultimi raggi di luce tinteggiavano le nuvole con varie sfumature di rosso mentre il sole si apprestava a scomparire dietro le scure montagne. Nel cimitero della città vi era un religioso silenzio, rotto soltanto dai lontani rintocchi delle campane che indicavano la fine delle preghiere pomeridiane. L’aria era pervasa da una piacevole sensazione di pace e tranquillità. Un giovane ragazzo, dal passo sicuro ma dal volto cupo, tipico di chi ha dovuto raggiungere la maturità prima del tempo, si aggirava tra le pietre tombali. Dopo aver percorso alcuni metri, si fermò davanti a due lapidi poste a pochi centimetri l’una dall’altra, si mise in ginocchio e li rimase per diverso tempo. Quando ebbe finito si alzò e fece per andarsene, ormai conosceva bene la strada, ma in quello stesso istante il suo sguardo venne catturato da qualcosa che non aveva mai notato prima. In una zona remota sul limitare del cimitero vi era una statua, posta nelle vicinanze di un anziano salice, che sembrava emanare un’aurea di infinita tristezza. Aveva sentito parlare di quella statua in paese, tutti la conoscevano, ogni anno nello stesso giorno veniva ritrovata una rosa alla sua base, ma nessuno avrebbe saputo dire chi l’avesse lasciata li. Era opera degli spiriti dicevano. Il ragazzo allora, spinto da una irrefrenabile curiosità giovanile, si apprestò subito ad avvicinarsi noncurante di quella strana sensazione che gli aveva percorso la schiena un attimo prima. Come però diminuiva la distanza da quella statua misteriosa, cosi sentiva diminuire la sicurezza nelle sue gambe. Quando finalmente fu cosi vicino da poterla ammirare in ogni suo dettaglio, rimase come stregato. La statua raffigurava una donna, in posizione eretta, cosi maestosa che sembrava poter prendere vita da un momento all’altro. Un flebile lembo di stoffa gli accarezzava il corpo, partendo dalle caviglie fino ad arrivare alla testa, posto in cui si annodava formando un velo dal quale fuoriuscivano, sinuose come serpenti, delle ciocche, che scendevano fino a ricoprirle le spalle. Da esse si propagavano due immense ali simili a quelle degli angeli, e mentre la mano destra era posta all’altezza del cuore, il braccio sinistro si stendeva come per porgere la mano a qualcuno accasciato al suo fianco. Ma quello che più colpi il giovane fu il suo viso. I lineamenti erano quelli di una giovane donna ancora nel fior fiore dell’età, stupendi da ammirare, trasmettevano una sensazione di pace. Il suo sguardo però, e questo scopri il giovane essere inquietante, sembrava tradire la sua espressione, sembrava soffrire, provare un’immane dolore. C’era qualche forza oscura e misteriosa in quella statua, ne era sicuro, che gli impediva di distogliere persino lo sguardo, tale era la sua bellezza.

“Se fossi in te figliuolo me ne andrei da questo posto dimenticato”.

Il ragazzo, colto alla sprovvista, si voltò di scatto nella direzione dalla quale proveniva quella voce e vide un uomo anziano, a pochi passi da lui, portava vestiti logori.

“Sai girano delle voci su quella statua…voci nefaste…in paese dicono sia maledetta, e da umile uomo quale sono, io non sono da meno.” – disse con tono sommesso – “Apparteneva a uno scultore. Un giorno conobbe una donna, una creatura meravigliosa da come dicono, e i due si innamorarono perdutamente. Lo scultore allora volle farle un dono per glorificare la sua bellezza ma essendo povero fece l’unica cosa che sapeva fare…. una statua… in questo modo tutti l’avrebbero potuta ammirare con devozione e il suo splendore sarebbe rimasto intatto nel corso del tempo, per l’eternità.”

Il ragazzo ormai pendeva completamente dalle sue labbra.

“Si…aveva trovato il dono perfetto. Ma più passava il tempo nella creazione della sua opera, più sembrava perdere il senno, ormai le sue mani avevano un solo obbiettivo e il suo cuore un solo desiderio, nulla lo occupava più che giungere al suo scopo, non accorgendosi che tutto intorno a lui diventava sempre più sfuggevole. Spinto da una forza invisibile passava giorni interi a lavorare, alla ricerca di una perfezione che sembrava non raggiungere mai.

Sventurato però fu il giorno in cui lo ottenne. Poichè ella, credendo che il suo amore non fosse più corrisposto, si tolse la vita, e con essa portò via anche la sua”.

Nell’udire quelle parole il ragazzo senti crescere dentro di se una irrefrenabile voglia di sapere, di scoprire di più, sia nei confronti di quella statua che di questo scultore misterioso. Chi era? Quale era il suo nome? Voleva saperlo, ma il vecchio, avendo notato crescere l’interesse nel suo viso, mise freno al turbine dei suoi pensieri.

“Ma non ti lasciare ingannare ragazzo, queste sono solo storie inventate dalla fervida immaginazione popolare” – esclamò – “e ora tornatene a casa che il sole è già calato da tempo dietro le scure montagne!”

Il ragazzo, anche se di controvoglia, fece come ordinato e si avviò verso l’uscita del cimitero. Più volte lungo la strada fu sul punto di tornare indietro per fare delle domande a quell’uomo e placare cosi la sua sete di sapere, ma qualcosa lo spingeva a proseguire, impedendogli di voltarsi, forse paura. Avrebbe giurato però ad un certo punto di averlo visto tirar fuori dall’interno della giacca logora qualcosa…. Ma non gli diede peso.

Il giorno seguente il ragazzo fece ritorno al cimitero, in cuor suo sperava di incontrare di nuovo quell’uomo ma di lui non vi era traccia, nessuno aveva visto aggirarsi nel cimitero una persona corrispondete alla sua descrizione. Era sparito. Ma una cosa lo colpi nel profondo. Sulla base della statua era apparsa una rosa, una rosa nera, come nera d’altronde era l’anima di colui che ve la pose.

Roberto Fiorucci

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Mi chiamo Roberto Fiorucci e sono nato a Città di Castello in provincia di Perugia. La mia passione per la scrittura è nata per puro caso, quando al ritorno da un viaggio ho deciso di mettere per iscritto tutte le esperienze e le emozioni vissute, con la speranza di rileggerle un giorno e riprovare le stesse cose. Forse è proprio questo che mi spinge a scrivere, cercare di dar forma a delle emozioni e provare a trasmetterle ad altri.

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