Solo carne sul banco del macellaio – Donato Pellicano

11004503_929491610417137_1747344879_nQuando finii la birra da 66 cl che accompagnava una deliziosa scarpetta con il pane del giorno prima era ormai sera inoltrata. I negozi erano già chiusi da un po’ e le persone erano tutte rintanate in casa a guardare la tv del dopo cena. Fantastico. Infilai scarpe e giubbotto nero e mi diressi verso la macchina sotto casa. Appena varcai la soglia del portone notai che il lampione che di solito lo illuminava era spento. Misi in moto e mi preparai ad affrontare un’altra giornata.
Parcheggiai affianco al marciapiede di fronte al bar. Feci bene attenzione ad allineare precisamente le ruote al mio lato sulla striscia bianca che separava la cunetta dalla strada. Scesi dalla macchina, la chiusi e controllai che lo sportello non si aprisse. Feci qualche metro in direzione del bar e mi voltai per osservare che fosse ben dritta. Avevo questa mania.
Entrai nel bar. C’erano i due proprietari, due cugini, uno era al bancone dei liquori mentre l’altro girovagava per l’immenso locale vuoto indaffarato, come sempre. Il bar era vecchio nello stile, si sforzava di avere un aspetto classico, ma la puzza di chiuso e la muffa negli angoli del soffitto lo riducevano ad un grande spazio con luce soffusa e tante storie da raccontare.
“Syd, un Old American.”
“Sì, sì.” Rispose uno dei cugini, quello dietro il bancone, con aria spaventata.
Ero solo lì davanti, ma c’erano quattro vecchi amici seduti ad un tavolo poco distante da me che giocavano a carte. Guardavo il bancone, le mensole strabordanti di liquori, colorati e multiformi. Guardavo Syd, il barista, che asciugava un bicchiere alla volta estraendolo dalla lavastoviglie. Si voltava, prendeva il bicchiere, asciugava, si rivoltava e posava il bicchiere. Danzava dietro il bancone in un turbinio mosso da forze sconosciute. Era pulviscolo nella luce soffusa del locale.
“Allora? Me lo metti o no sto whisky?”
“Sì, sì, dammi tempo per favore.” Rispose lui con una voce sottile, un timbro davvero leggero, e lo sguardo chino sui bicchieri. Aveva una quarantina d’anni, non era sposato e aveva una grande passione per le puttane. Era dotato di un aspetto perennemente trasandato. Era così interessante.
“Cazzo, Roger! Per favore vieni a versarmi un Old American prima che non salti dietro al bancone!” mi rivolsi all’altro cugino, quello indaffarato.
“Syd! Cazzo! Mettigli quello che vuole!” rispose dall’altro lato del locale.
“Ok, subito, scusa.”
“Lo spero.”
Lo vidi allungare il braccio verso le mensole dei liquori e iniziai a prepararmi una sigaretta appoggiandomi al bancone. Posai la sigaretta tra le dita della mia mano sinistra e alzai lo sguardo verso il mio whisky. Era bianco, trasparente. Cercai il barista con lo sguardo e notai che stava posando una bottiglia di Sambuca.
“Porca troia. Ti avevo detto Old American!”
“Scusa, dallo a me, lo bevo io dopo. Ora te lo verso subito.”
“Vaffanculo, bevo quello che hai messo.”
Lui chinò lo sguardo e ricominciò ad asciugare i bicchieri iniziando il suo dolce ballo di rassegnazione.
Afferrai la Sambuca e iniziai a berla poco alla volta. La radio che cercava di trasmettere canzoni rock datate, con quel fruscio di sottofondo, le frasi sulla partita, morenti e inutili, buttate sul tavolino dai ragazzi, Syd che asciugava le stoviglie, il cugino che aggiustava il frigo delle birre. Tutto quello che restava. Mi voltai ad osservarli, guardavo i loro volti e notai che erano così semplici, sereni. Qualcosa doveva non andare.
“Syd…” lo chiamai a voce bassa.
“Sei felice?” continuai.
Esitò e poi rispose “Come?”
“Parlo sul serio.”
“…Sì, cioè non proprio. Mi servirebbe una compagna.” Esitò ancora “Oppure una chiavata.”
Avevo una morsa allo stomaco e la gola chiusa, non riuscivo a dir niente.
“Possibile che è tutto quello che desideri?” chiesi speranzoso.
“E scusa, dimmi tu, cosa potrebbe desiderare un uomo?”
“ Non lo so, cazzo. Non lo so.”
Qualcosa di diverso per ognuno. Anche la fortuna era diversa per ognuno. Io ne avevo poca.
“Che intenzioni hai? Voglio dire… Chi te lo fa fare? Perché ti alzi la mattina per venire in questa caverna?”
“Per guadagnare qualcosa e mandare avanti l’attività…” rispose con un’aria quasi infastidita.
“Ho capito, ma è tutto qui? Mandi avanti il bar e poi?”
“E niente.”
Afferrai il cicchetto tra il pollice e l’indice e lo bevvi a piccoli sorsi. Bisogna lasciare il disinfettante sulla ferita affinché faccia effetto.
Passarono forse dieci minuti quando entrò Mike, un amico di vecchia data. Con lui i punti in comune svanirono intorno al terzo anno di liceo. L’affetto e il rispetto ci permettevano ancora di prendere un caffè insieme.
“Oh, Marcy!” lo chiamai, per il puro gusto di chiamarlo con un nome diverso. Lui mi rispose con un sorriso e si venne a parcheggiare alla mia destra.
“Syd, mettigli quello che ti pare… Allora, che mi dici di nuovo?”
“Niente di che, tu?”
“La solita merda. Con quella tipa poi che hai fatto?”
“Niente, voleva solo prendermi per il culo. Ma io l’ho capito. Che si fotta.”
“Già, hai fatto bene.”
Aspettai che finisse di bere, accesi la sigaretta e uscimmo fuori.
“Andiamo a farci un giro in macchina? L’ho parcheggiata qui di fronte.”
“Va bene, andiamo.”
Salutammo quella brava gente e ci incamminammo verso la macchina.
Accendemmo e partimmo per quella notte umida dove persino la luna e le stelle si rifiutavano di offrire speranza. Dovevo cavarmela da solo.
“Tu invece? A che punto stai?”
“Sta volta ho chiuso io. Non mi andava di riaccoglierla, ancora.”
Gli raccontai lo stretto necessario per evitare di farmi cadere il sudiciume del mondo addosso.
“Però sai, ti dico la verità: va bene così. Voglio dire, quando c’era lei era bello, eccitante, ma sentivo che qualcosa non andava. Mi sentivo perso.”
Lui fece cenno di sì, per dirmi che capiva quello che volevo dire. Ne dubitai.
“Mi sentivo saturo, avevo tutto. Tutto quello che un uomo può desiderare. Capisci? All’università andava bene, mi sentivo bello e forte e poi c’era lei a sorreggere tutto il resto. Ma non c’era rimasto un po’ di spazio dannazione! Non avevo nulla che mi mancasse e questo mi incupiva. Tuttavia cercavo di non pensarci, mi stavo imbastardendo, stavo diventando un uomo.”
Fece ancora cenno di sì, ma stavolta per dirmi che non aveva capito nulla, così aggiunse lui:
“Ho capito… Però, per quanto mi riguarda eh, avere qualcuno al tuo fianco è sempre buono. Ti fa sentire vivo.”
Certo, come dargli torto, i sensi si affinano, diventano felini e pronti ad accumulare qualsiasi piacere passi da quelle parti. Diventi come un buco nero pronto ad attirare tutta la vita, a masticare la terra viva. Mentre il senso sfugge completamente.
“Sì, lo so.”
Stavamo percorrendo le strade tortuose che vanno dal paese alla città, era un giro che facevamo spesso. Imboccavamo quella strada e la percorrevamo fino ad un certo punto, dopodiché la ripercorrevamo in senso contrario fino al paese. Era panoramica, tutta una lunga serie di tornanti e mezzi tornanti che da un lato affacciavano su strapiombi rocciosi. Ci mettevamo su quella strada e a 20 km/h ci scaldavamo e ci confessavamo.
“Miseriaccia” aggiunse lui con un sorriso sincero “ Fino alla settimana scorsa avevo due donne, mi sentivo un fottuto playboy. Donne di qua, donne di là. Una alla volta per favore! Ora Mike è rimasto con il nulla nelle mani. Il nulla!”
Scoppiammo a ridere.
“Non è un male” aggiunsi cercando di far capire il mio punto di vista “Non capisco perché tutti la vedono come una fase negativa, la solitudine. Io solo ora, solo come un cane, sto riuscendo a mettere a posto quel che rimane di me. Ora ho uno spazio vuoto, di mancanza, fatto di sigarette fumate sdraiato su una mezza luna con un piede che dondola contemplando le stelle”. Mi resi conto di aver esagerato, per lui beninteso.
Tornati in paese lo accompagnai a casa. “Ci vediamo domani”.
Ripresi a girovagare per il paese cercando di ricordare con esattezza il messaggio che lei mi aveva inviato, e che mi stava dando da pensare da un paio di giorni. Gli mancavo, mi aveva fatto a brandelli e ora cercava di ricompormi. Ogni tanto con una mano afferravo il cellulare e lo rileggevo, e lo stomaco mi si chiudeva, diventavo ansioso. Aspettava una risposta. Questi attimi erano da sempre i miei preferiti, quelli del dubbio, delle infinite possibilità. Mi crogiolavo in questi lassi di tempo, in questi sprazzi di vita interiore diventavo veramente felice. Avevo il mio spazio vuoto in una mano e la possibilità di riempirlo nell’altra. Certo è che se avessi deciso di riempirlo, di nuovo, avrei abbandonato completamente quel che rimaneva del mio amor proprio. Sarei diventato libero, completamente. Volevo godermi ancora un po’ quello spazio di elettricità, di vita potenziale, così raggiunsi una chiesa che si trovava nel punto più alto del paese dove l’unica illuminazione è un piccolo lampione posto a cinquanta metri dal portone. Parcheggiai e abbassai i finestrini per far fuoriuscire la musica. Scesi e sedendomi sul cofano accesi una sigaretta cercando di pensare il meno possibile, per evitare di consumare la situazione. Solo io, la sigaretta e il lampione. Il cielo era diventato limpido e pungente, il vento aveva soffiato via tutte le nuvole.
Rassegnato ormai dal tempo che correva e dalla ormai limpida visione della mia felicità intangibile decisi di scriverle.
Era solo un’aurora, quella felicità, come quelle che si verificano ai poli. Hanno bisogno del vento solare, le particelle dell’atmosfera, per dar vita a qualcosa di bello.
“Hai perso l’unica possibilità di condividere un tramonto.” Scrissi e salvai in bozze, rimaneva ancora qualche minuto di felicità.
Rimontai in macchina, alzai i finestrini e scesi giù per la strada che portava in piazza. Era quasi mezzanotte e stavo iniziando a svegliarmi, le condizioni erano ottimali. La piazza era deserta, qualche macchina parcheggiata lungo il corso e qualche cane randagio che cercava qualche altro senza cuccia. Sorrisi e mi avviai verso la città, lungo la strada tortuosa e panoramica. Avevo sulla chiavetta collegata allo stereo forse cento canzoni, no centocinquanta. Era sempre difficile sceglierne una senza offendere le altre. “Vai così, questa è perfetta!” pensai. Che chitarra fantastica. All’ultimo lampione che separava il mio paese dalla strada extraurbana ingranai la terza, dopo un po’ la quarta. Prima dei tornanti c’era qualche semicurva e poi un rettilineo. La mia Audi, senza troppi sforzi, riuscì a raggiungere i cento km/h. Sfrecciai sull’assolo di chitarra, mi sentivo un idiota, ma andavo forte e felice. Presi il cellulare dal porta oggetti e lo infilai nella tasca del giubbino.
Con i fari lunghi scorsi le frecce che segnalavano il primo tornante, al che ingranai la quinta e raggiunsi i centoquaranta. I Dire Straits mi massaggiavano il collo come un coach al pugile nell’angolo, mi incoraggiavano.
Ci fu un bel rumore, tutte vibrazioni. Sfondai il guardrail e proiettai l’ombra della mia Audi sui minuscoli alberi che avevo cento metri sotto di me. Un bel viaggio, alla fine. Almeno non avrei conosciuto nessuno di nome Syd. Tolsi il piede dall’acceleratore e mi godetti lo spettacolo. Ero pulviscolo nella luce soffusa della luna.

Donato Pellicano

11012329_929524800413818_333119447_nSono nato nel marzo del 1995, o almeno così dicono. Qui mi limiterò a darvi qualche informazione poco significante sul mio conto, tutto il resto lo trovate nei racconti.
Sono iscritto alla facoltà di Economia e Commercio, anche se al tempo stesso mi assorbono abbastanza gli studi sulla filosofia. Vivo il mio tempo, talvolta in maniera poco omogenea, tra viaggi, letteratura e musica. Quando non faccio questo vado in montagna. Quando non vado in montagna faccio jogging. Quando non faccio jogging sono in un bar. Scrivo per rimediare alla vita.
Ah, mi chiamo Donato Pellicano.

5 thoughts on “Solo carne sul banco del macellaio – Donato Pellicano

  1. Bravo Donato hai descritto molto bene la solitudine che vivono alcune persone quando la vita offre pochi o nessun stimolo!

  2. Non commento per chissà quale ragione o perché ti voglia infastidire, ma solo per sapere se scrivi ancora, da poche righe si può capire tanto.

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