Una vetrina, uno specchio – Alexia Gulberti

OLYMPUS DIGITAL CAMERACresceva dentro di lui un misto di gioia e apprensione. Gioia perché aveva trovato lei… Apprensione a causa della realtà in cui si trovavano. Sentiva di doverle stare accanto, di non doverla mai lasciare sola, perché lì, in quella montagna, poteva accadere qualsiasi cosa. Dentro quella gigantesca montagna avevano trovato qualcosa di strano, di ingestibile. Un mondo mostruoso senza via d’uscita… Ma proprio in questo mondo così spaventoso aveva trovato lei, l’amore, l’unica persona che era certo avrebbe sempre amato. Rori. E se prima di lei quel mondo era insopportabile, ora con lei, proprio non poteva accettarlo. Meritava una vita migliore di quella della lavapavimenti del livello 562. Eppure non poteva farci niente. Quando tutto era cominciato lui stava percorrendo una scala di servizio, per passare dal livello 12 al livello 13, ma tutti gli altri erano rimasti intrappolati nel livello in cui si trovavano al momento del black-out. Da quel giorno tutto il loro mondo era precipitato e lui era l’unico ad averne consapevolezza. 881 livelli, ognuno con un suo mondo, ognuno con degli ascensori per passare da un piano all’altro. Ma cambiare livello non era così semplice… Per lui non era un problema, ma vedeva gli altri cambiare. Persone che in un livello erano suoi amici e in un altro tentavano di annegarlo. Non aveva mai incontrato nessun altro come lui, nessuno che potesse cambiare livello senza conseguenze. Aveva cercato in tutti i piani per trovare qualcuno che potesse scendere con lui fino all’1 ed aiutarlo a trovare un modo per uscire di lì. Ma non aveva mai trovato nessuno. Aveva incontrato Rori proprio durante la sua ricerca. Era sceso al livello 562 e lei era lì. Si era fermato ad osservarla: inginocchiata per terra, con uno straccio bagnato strofinava forte il pavimento. Indossava una di quelle strette tute argento, caratteristiche di quel livello. Alzò lo sguardo solo per un attimo quando lo vide, poi tornò a spazzare, chiacchierando con le sue colleghe. Aveva gli occhi grigi, dolci e brillanti. Due perle sulla sua pelle ambrata.

Conoscerla era stata la cosa più naturale del mondo. Saliva sempre al 562 e passava ore con Rori, la aiutava con i pavimenti e quando lei rideva qualcosa dentro di lui si scioglieva. Si innamorarono. Ogni giorno lei era lì, davanti all’ascensore ad aspettarlo, ma solo dopo molti incontri glielo chiese. –Da dove vieni?- disse smettendo di strofinare –Voglio dire… L’ascensore… Nessuno ne ha mai preso uno qui, io non ci sono mai salita. Lui si fece serio, aveva inutilmente e scioccamente sperato che quella domanda non arrivasse. Per quanto ne sapeva lei, il suo mondo era stato sempre quello. Non aveva memoria del black-out e di come fosse il suo mondo prima. Era una ragazza felice, era solo curiosa. Rispondere alle sue domande avrebbe intaccato inevitabilmente la sua serenità. –Allora?- lo incalzò –Mi piacerebbe venire con te una volta.-
-No- ribatté. Rori lo guardò perplessa. –Non posso…-continuò lui.
-E perché? Cosa vuol dire non puoi?- anche lei si fece seria.
-Non posso…Fidati di me…-
Rori rimase in silenzio per un po’. –Si, mi fido di te.- disse alla fine –E tu? Tu ti fidi di me?-
-Ma certo Rori- non capiva dove volesse arrivare.
-Allora fidati di me. Condividi con me cosa rende i tuoi occhi così tristi ogni volta che quelle porte si chiudono…-disse indicando le porte metalliche dell’ascensore. –Dimmi perché non vuoi portarmi con te… Non so cosa succede quando ci sali… Non so cosa ti succede!- Posò la fronte alla sua guardandolo negli occhi.
–Non mi succede niente…- era preoccupata per lui. Fissò per un lungo istante quelle perle grigie, poi, senza mai interrompersi le raccontò tutto: i livelli, gli ascensori, il blackout e le conseguenze per tutti tranne che per lui. Rori lo ascoltò in silenzio, per tutto il tempo stringendogli la mano. Quando smise di parlare il suo volto era un misto di incredulità, rabbia, stupore e anche tristezza. –Davvero? – bisbigliò.
Lui assentì –Volevo risparmiartelo… Volevo che vivessi serenamente. Almeno finché non avessi trovato un modo per tornare indietro…-
Rori scosse la testa –No… Non è possibile… Non posso crederci…-
Le accarezzò una guancia –Mi dispiace…-bisbigliò. Poi fu un secondo: un rumore tremendo e insopportabile gli scoppiò in testa. Si portò le mani alle orecchie urlando. Lei scattò in piedi –Che succede?- gridò sostenendolo. Lui vedeva le sue labbra muoversi, ma non udiva il suono delle sue parole. Riusciva a sentire solo quel rumore che gli trapanava il cervello. Tremava e sudava. La gente intorno lo guardava infastidita o curiosa e Rori continuava a dirgli parole mute. Riuscì a raggiungere l’ascensore barcollando. Sapeva che quello era sicuramente uno scherzo dei livelli e che doveva salirci e andarsene. Pigiò il tasto dell’ascensore e le porte si aprirono subito. Era già lì. Dopotutto nessuno si muoveva tra i livelli oltre a lui. Vi cadde dentro trascinandosi dietro Rori. Prima di pigiare un altro tasto c’era ancora una cosa da fare. –Mi dispiace- disse senza sentire la sua stessa voce e la spinse fuori. Schiacciò un tasto a caso e si lasciò scivolare per terra con la schiena contro la parete di fondo dell’ascensore. L’ultima cosa che vide furono gli occhi rossi e lucidi di lacrime di Rori. Poi le porte si chiusero. L’ascensore prese a muoversi. Il rumore cessò giusto in tempo perché potesse udire le mani di lei sbattere contro le porte metalliche. Lui urlò prendendo a pugni la parete. –ti amo!-

Passò le seguenti due ore passando da un piano all’altro, senza mai scendere. Pensò che quel rumore dovesse essere un monito per lui, un avvertimento perché non raccontasse a nessuno come stavano veramente le cose. Ma le sorprese per lui non erano finite. Il giorno dopo, quando salì sull’ascensore per andare da Rori il pulsante 562 non c’era più. Al suo posto un liscio spazio vuoto, come se subito dopo il 561 venisse il 563. Come se il 562 non esistesse più. Al solo pensiero si sentì mancare. Controllò tutti i bottoni, ma nulla. Il 562 era sparito. Cambiò ascensore, ma ancora non lo trovò. Corse da una parte all’altra di molti livelli, controllando vari ascensori, ma non trovò traccia del 562. –Perchéééé?!- gridò con rabbia al soffitto di uno degli ascensori come se qualcuno potesse sentirlo. –Perché?- disse a denti stretti mentre le lacrime iniziavano a scendere –Tornerò da te Rori… Tornerò da te…- I giorni successivi lì passò allo stesso modo. Correva avanti e indietro per ogni livello salendo e scendendo da ogni ascensore. Per evitare di controllare due volte lo stesso annotava sull’ascensore quali aveva controllato. Presto però, per sicurezza, prese a controllarli più di una volta. Dormiva solo un paio d’ore a notte, dove capitava. Iniziò a segnare sul quadernetto anche le caratteristiche dei vari livelli che visitava, accanto al numero degli ascensori e la loro collocazione. Così i giorni che passavano si trasformarono in settimane e le settimane in mesi. Quando la forza veniva meno e la disperazione si faceva strada scendeva all’1 e andava alla “vetrina”. L’aveva denominata lui a quel modo. Era come un gigantesco muro di vetro che si estendeva per tutta la base della montagna. Attraverso essa poteva vedere il mondo reale, il mondo dove erano prima, il mondo che ora solo lui poteva vedere. Quel mondo che li aveva dimenticati, cancellati come se mai fossero esistiti. Sedeva davanti al vetro guardando quel film muto. E ritrovava la forza e la motivazione perché il suo obbiettivo era ritrovare Rori e portarla via da quell’incubo.

Passarono 4 mesi. Poi una mattina eccolo lì:562. Sbatté le palpebre passandovi sopra le dita. Era proprio lì, al suo posto, tra il 561 e il 563. Un bottone tondo, perfino leggermente consumato come se fosse sempre stato lì. Lo pigiò e l’ascensore prese a muoversi. Il cuore gli martellava nel petto. Quando le porte si aprirono si buttò in quel corridoio da colori freddi come se potesse sparire da un momento all’altro. Qualche metro alla sua sinistra c’era Rori, immobile con uno straccio in mano. Non appena i loro occhi si incontrarono corse da lui e lo abbracciò. Sentiva le sue mani stringerlo forte. Il suo corpo minuto premuto contro il suo, scosso dai singhiozzi che la facevano sembrava molto più fragile di quanto fosse in realtà. –Ti amo anch’io…- gli disse. Allora l’aveva sentito quel giorno. Le baciò la testa cingendole le spalle con un braccio, come se potesse sgusciargli via, l’altra mano dietro la nuca di lei.
Più tardi Rori gli disse che aveva provato a prendere l’ascensore quel giorno.
-Cosa?!- le chiese lui.
-Stavi male, non sapevo cosa ti stesse succedendo e volevo cercarti!- aveva ancora gli occhi gonfi e arrossati – Ma non c’erano i bottoni.-
-Come?-
-Nessun pulsante. E lo stesso negli altri ascensori.-
Sorrise amaramente. –Non c’era più il 562- le raccontò ogni cosa che aveva fatto da quando si erano visti mesi prima.
-E’ come se… – iniziò lei –come se avessero voluto evitare che ci rivedessimo.-
Lui assentì. –Ma non capisco perché.- disse – Non capisco proprio nulla di questo posto!-
-Per questo dobbiamo andarcene.- ribadì Rori con decisione.
Fu così che decisero. Insieme. Senza bisogno di troppe parole.
-Sicura?- le chiese. Ma già sapeva che lei era sicura. Glielo leggeva negli occhi. Forse era lui a non essere sicuro. Ad avere paura. Ancora non sapeva cos’avrebbero fatto una volta all’1, sempre se ci fossero arrivati. E poi non sapeva come sarebbe cambiata Rori di livello in livello.
-Tranquillo. Andrà bene.- gli disse lei.
-E se non trovassimo un modo? Se una volta all’1 non trovassimo nessuna via d’uscita?-
-Qualcosa troveremo…-
-Ma tu non sarai tu. Potresti odiarmi.-
Rori prese il suo viso tra le mani. –Sono sicura che, qualsiasi cosa accadrà, una parte di me, qualcosa nel profondo del mio cuore ti riconoscerà.-
-Non voglio metterti in pericolo…-
-So che non permetterai che mi accada qualcosa.- sorrise teneramente.
Schiacciò lei il pulsante. Le porte metalliche si aprirono ed entrarono. Le cinse le spalle e schiacciò il 559. Potevano fare solo 3 piani per volta e aspettare due giorni prima che l’ascensore potesse essere di nuovo utilizzato. Era un’altra regola della montagna. Porte chiuse. Iniziò la discesa. –A presto!- gli disse non appena le porte si aprirono sul nuovo livello. E uscì. Una luce abbagliante lo rese ceco per qualche secondo. –Rori- chiamò correndo fuori. Quel livello era avvolto dalla nebbia, la luce era fioca e le persone tutte vestite di colori freddi e scuri. –Rori!- urlò di nuovo guardandosi intorno nutrendo la vana speranza che lei potesse riconoscere la sua voce. Qualcuno gli sbattè addosso e in un attimo si trovò immobilizzato da due uomini –Ehi! Ma…- le parole gli morirono in gola quando un terzo uomo lo colpì allo stomaco con un pugno mozzandogli il fiato. Il colpo successivo fu allo zigomo destro e mille lampi gli scoppiarono davanti agli occhi. Provò a divincolarsi, ma gli uomini che lo immobilizzavano sembravano sempre più forti, così come i colpi che arrivavano. Quando lo lasciarono andare cadde a terra, li sentì frugargli le tasche trovando poco niente. Non soddisfatti del bottino lo colpirono con un calcio che lo fece piegare su se stesso. L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi furono i loro piedi allontanarsi di corsa. Quando rinvenne era ancora lì, si rialzò barcollando con un potente mal di testa. Doveva trovare Rori il prima possibile. La cercò per ore, camminando rasente i muri e guardandosi intorno con circospezione, evitando chiunque. Nei vicoli c’erano gruppetti di uomini in giacca e cravatta che si scambiavano pistole e coltelli a scatto, nei parchi ragazzi ridevano e fumavano erba, e prostitute popolavano le strade offrendosi a chiunque avesse anche solo un accenno di barba. Stava per passare oltre l’ennesimo quartiere quando la vide. Rori. Seduta a cavalcioni sopra un uomo sulla cinquantina che affondava compiaciuto la testa nel suo seno. Lei rideva in modo stupido. In un attimo fu accanto alla panchina e letteralmente la strappò da quell’individuo, che, quando provò a protestare , si beccò un pugno. –Ma sei pazzo?!- urlò lei, mentre già la trascinava via.-Lasciami andare!- si dimenava. –Mica puoi avere l’esclusiva! Quello paga bene!- La baciò. Quando si staccò da lei le disse –Smettila di parlare così!- Rori lo guardò con un sopracciglio alzato –Si può sapere che cazzo vuoi da me?- Lui scosse la testa e la prese per un braccio trascinandosela dietro. La condusse in un vicolo deserto senza curarsi delle sue lamentele. –Che…Che vuoi farmi?- chiese la ragazza con una nota di timore nella voce. Lui rimase interdetto –Credi che ti potrei fare del male?!- Lo scrutò –Si può sapere che vuoi da me?-
-Ti sembrerà strano, ma noi due ci conosciamo… Solo che ora non ti ricordi di me…-
-No no no! Ma che problema hai?- indietreggiò –Io non ti ho mai visto prima!-
-Ti sbagli Rori! Guardami- le disse prendendola per le spalle.
Lei lo guardò intensamente per alcuni istanti, poi, quando lui pensava di aver scorto qualcosa negli occhi della ragazza, lei scoppiò a ridere. –Credi di incantarmi con gli occhi da cucciolo indifeso? Ne ho conosciuti un sacco come te! O paghi o niente.-
Non sapeva come fare a convincerla, non aveva idea di cosa potesse dirle per far riaffiorare i ricordi. –Allora?- lo esortò lei. –Pretendo almeno il doppio di quello che…-
-Ti amo- disse piano. Serio. Sta volta lei non rise.
-Io non ti conosco…-
-Invece si… Stiamo facendo una specie di viaggio… L’abbiamo deciso insieme, su al 562… -mentre parlava un ronzio prese a risuonargli nella testa. Gli stavano dicendo che stava parlando troppo…
-Cosa? Cos’è il 562?- chiese la ragazza.
Doveva convincerla in fretta prima che il ronzio diventasse quel rumore insopportabile che gli avrebbe fatto perdere lucidità. Le disse che era un livello, le parlò della montagna in cui si trovavano –Abbiamo deciso di provare ad uscire- La testa iniziava a fargli male e in lei non sembrava riaffiorare nulla. Aveva la fronte imperlata di sudore. –Ascoltami ti prego…- le poggiò le mani sulle spalle –Dobbiamo prendere l’ascensore domani…- gemette
-Ti senti bene?- gli chiese Rori, preoccupata.
-Devi ascoltarmi per favore… Dobbiamo salire su quell’ascensore domani…-
-E’ meglio che ti siedi…-
-No! No!- le prese il viso fra le mani come aveva fatto mille altre volte –Fidati di me per favore…-
-C-Come?- chiese lei
Lui ansimava e aveva la gola secca –Ti fidi di me?-
Quella frase sembrò colpirla davvero. La sua espressione cambiò e le sue mani salirono sulla schiena del ragazzo sostenendolo. Forse rivivendo quel viso, quegli occhi, quelle parole… -Tu…- bisbigliò.
-L’ascensore Rori…- si accasciò, ma lei non lo lasciò.
-Si… Si tranquillo- lo cullò –Mi ricordo di te-
L’aveva riconosciuto, e ora poteva lasciarsi andare. Rori era tornata ad essere la sua Rori. Le ore che li separarono dal momento in cui presero furono molto faticose per entrambi. Lei l’aveva aiutato a raggiungere le porte metalliche più precise e continuava a pigiare impazientemente quel tasto verde. Lui aveva un terribile dolore alla testa e il mondo intorno era muto. Dopo l’ennesimo tentativo di Rori le porte si aprirono e poterono salire. Rori pigiò il 556 e le porte si richiusero. In quello stesso istante il rumore cessò e lui sospirò di sollievo. Aveva la testa sulle gambe della ragazza che gli carezzava i capelli. –Mi dispiace…- disse lei toccando il suo zigomo gonfio. –Non preoccuparti…-
-Hai visto?- continuò lei –Ce la possiamo fare.-
Lui assentì e sorrise –Dovrò farti innamorare di me ogni volta.-
-Ci riuscirai- gli fece l’occhiolino.
Presto, forse troppo, le porte si aprirono sul nuovo livello. Lei si alzò e gli porse una mano. Lui la prese e si tirò su, tenendo stretta quella piccola mano nella sua. –Sta attento ok?- gli scoccò un rapido bacio sulla guancia e uscì. Sta volta lui non la lasciò e si mosse subito dietro di lei. La luce abbagliante li avvolse e avvertì una sensazione strana sulla mano di Rori. Come se si stesse rimpicciolendo. Quando la luce sparì tutto fu chiaro. Quella che stringeva nella sua mano era una piccola manina di una bambina. Di una Rori bambina. Aveva i capelli raccolti in una treccia e lo fissava con aria interrogativa con due grandi occhioni grigi e limpidi. Doveva avere all’incirca 8 o 9 anni. –Chi sei?- gli chiese.
-Io… Un amico- balbettò. Non aveva idea di come approcciarsi ad una bambina. Sorrise per rassicurarla, ma ottenne l’effetto contrario e la piccola gli sgusciò via correndo. La seguì domandandosi se in quel livello Rori aveva dei genitori o dei parenti. Se stesse correndo da loro, se gli avrebbe raccontato di uno sconosciuto che diceva di essere suo amico e l’effetto che avrebbero avuto quello parole su di loro. L’avrebbero tenuto lontano da lei. –Aspetta! Non ti voglio fare del male!- La bambina sgattaiolò sotto la staccionata di una giardino e si arrampicò su di un melo, raggiungendo le fronde più fini. Doveva cercare di non spaventarla e convincerla a scendere. Si guardò intorno. Il 556 era un livello pieno di natura con moltissimi alberi e giardini fioriti, strade in terra battuta sulle quali la gente si muoveva a piedi o in bicicletta. L’aria era tiepida e piena del cinguettio degli uccellini. Si sedette all’ombra del melo, con la schiena poggiata al suo tronco. -E’ bello qui. Sai… Io vengo da un altro posto…-
-Da dove?- chiese una vocina curiosa che sembrava provenire da una bella mela rossa.
-Lontano da qui.- non doveva parlarle subito dei livelli o il rumore l’avrebbe colpito e affidarsi ad una Rori bambina era da escludere. –Dove non ci sono alberi così belli.- La bambina non disse niente così lui domandò –Sono buone queste mele?- In tutta risposta una bella mela lo colpì ad una spalla. –Ahi!- Rori rise. –Immagino fosse un modo gentile per dirmi di assaggiarla!- Ne prese un morso e la trovò succosa, anche se ancora un pò acerba. –Allora?- chiese Rori.
-Che c’è?- chiese lui con indifferenza, sogghignando.
-E’ buona?-
-Mmmmh… Non saprei… Ho assaggiato di meglio!- scherzò e sta volta una mela lo colpì in testa. –Ehi!- esclamò massaggiandosi la testa.
-Non capisci proprio niente! Le mele del mio albero sono le più buone e lo dicono tutti!- si lamentò la piccola offesa.
-Rori!-chiamò una voce maschile in lontananza. Proveniva da un uomo sulla quarantina che stava avanzando verso l’albero. –Scendi da quella stupida pianta ragazzina!- Un frusciò gli fece capire che la bambina era salita ancora più in alto. Non voleva farsi trovare. Lasciò che l’uomo sopraggiungesse senza alzarsi e continuando a mangiare la mela. –Chi sei?- gli ringhiò contro una volta arrivato a pochi passi da lui. Aveva il viso paonazzo e dei lunghi capelli grigi stretti un codino. –Questo giardino è mio. Sparisci.- lo incitò.
Il ragazzo si alzò e gli si parò di fronte. –Accidenti… pensò di non aver visto il cartello…-
-Mi stai prendendo in giro?-
Il ragazzo sorrise beffardo. Rori aveva paura di quell’uomo quindi per nessuna ragione avrebbe lasciato che si avvicinasse a lei. -No! C’è forse un cartello che…- L’uomo lo interruppe prendendolo per la maglia e letteralmente gettandolo a terra. Lui si rialzò subito impedendogli di raggiungere l’albero. Lo colpì con l’unico risultato di farlo infuriare ancora di più beccandosi di conseguenza, una violenta testata in fronte. Il colpo lo fece cadere e la vista gli si annebbiò. L’uomo prese a scuotere l’albero –Scendi stupida!- Rori piangeva e si aggrappava ai rami, ma a forza di scuotere la pianta finì per cadere su quelli più bassi. Le dita bell’uomo stavano quasi per afferrare la sua caviglia quando il ragazzo gli si buttò contro. -Lasciala stare!- lo colpì ripetutamente al volto finché rimase a terra –Andiamo!- disse a Rori che gli saltò subito sulle spalle e corsero via. Lui non sapeva dove andare, ma voleva allontanarsi da lì il più possibile. Raggiunsero una specie di bosco, con alberi alti e fronde tanto fitte che il sole filtrava appena. Solo allora rallentò guardandosi in giro in cerca di un posto dove potersi fermare. Scelse un piccolo avvallamento del terreno nascosto da felci e cespugli. –Qui non ci troverà- disse mettendo a terra la bambina e sedendosi accanto a lei. Dovevano passare la notte e poi le avrebbe parlato di ciò che dovevano fare. Quando Rori si fu calmata gli spiegò che quel tizio, Roger, un uomo che sfruttava i bambini del livello per lavorare nei suoi frutteti. –E’ cattivo con noi…- disse. Li picchiava e scherniva per puro divertimento lasciandoli anche senza cibo per dei giorni. I bambini così avevano preso a mettere da parte della frutta, ma se lui li scopriva rischiavano grosso. –Non ti farà più del male vedrai, non glielo permetterò.- Lei lo abbracciò. –Tu sei buono- disse –Ti fa male?- premette un ditino sul bernoccolo che aveva in fronte –Non è niente, tranquilla.-
-Oh beh… è un bel bernoccolo invece. E’ anche un po’ blu!-
Lui rise –A me piace il blu!- passarono così il resto della giornata. Parlando e scherzando. Lo portò anche al “suo laghetto”, solo una grossa pozzanghera, dall’acqua però più limpida che avesse mai visto. Roger non si fece più vedere e verso sera tornarono al loro avvallamento per trascorrere la notte.
-Mi piaci- gli disse Rori accoccolandosi accanto a lui.
-Anche tu mi piaci piccola Rori.- sorrise e con un dito diede un tocco al suo piccolo nasino. –Ora dormi ok?-
Le bastarono pochi minuti per cadere in un sonno profondo. Lui non si lasciò mai andare al sonno, rimanendo in uno stato di veglia. Il mattino arrivò troppo lentamente. Non appena il sole iniziò a filtrare tra i rami. Lasciò Rori accucciata, mentre raccoglieva delle fragoline di bosco li intorno. Tolse la maglietta e la usò come sacchetto. Ne raccolse almeno tre grosse manciate, poi, tornato dalla bambina, le lasciò davanti al suo visino e aspettò che si svegliasse. Poggiato ad una grossa radice la osservava e pensava al loro viaggio, alla strada che avevano ancora da fare, a cosa sarebbero andati incontro e se sarebbero o meno riusciti ad uscire dalla montagna… Rori si mosse e si tirò su sbadigliando e stropicciandosi gli occhi. –Buongiorno dormigliona!- le disse sorridendo, ma non fu preso troppo in considerazione, le fragoline le risultarono più allettanti di lui. Scoppiò a ridere vedendo quel visino imbrattato di fragole fino alle orecchie –Ne vuoi?- gliene porse alcune tendendogli le manine. Le buttò giù in un solo colpo, poi rinfilo la maglietta ormai ripulita. Era arrivato il momento di parlarle, ma prima doveva convincerla a tornare al villaggio per avvicinarsi ad un ascensore. Quando furono abbastanza vicini, iniziò a raccontarle la loro storia. Il solito rumore nella sua testa. –So che ti sembrerà strano piccola, ma credimi…- Rori l’aveva ascoltato senza dire una parola, come si ascolta una fiaba –Siamo dentro una montagna?-
-Già…- disse lui tentando di mascherare il dolore alla testa.
-E noi ci conoscevamo già?-
Stavolta assentì soltanto stringendo le palpebre. –Stai bene?- gli chiese la bambina.
-Sì… tranquilla…- disse – è un rumore…- e si indicò la testa.
Rori sembrò pensare al suo racconto per qualche minuto, poi gli chiese: -Tu non mi prendi in giro vero?-
Faticava sempre più a rimanere lucido. Si inginocchiò di fronte alla bambina e le accarezzò una guancia –No. Puoi fidarti di me.-
-Tu!- fu l’immediata reazione della piccola che le si gettò addosso facendolo cadere sulla schiena. –Rori…- balbettò faticosamente. Ora lei sapeva cosa fare. Ricordava e corse subito all’ascensore. Le porte metalliche sta volta si aprirono subito. Lui l’aveva raggiunta e si trascinò dentro. La bambina schiacciò subito il bottone successivo e si accoccolò stretta a lui. –Ce l’abbiamo fatta. Grazie…- disse Rori. La voce bambina, ma l’intensità delle parole della donna che amava.
Nei livelli seguenti le cose non andarono troppo diversamente. In uno la donna era muta e intrattabile, in un altro una tossico-dipendente in piena crisi d’astinenza, in un altro tentò di ucciderlo credendolo una specie di mutante venuto nel “loro mondo” per trasformarli tutti in cibo per animali. In uno, poi, dovette portarla via con la forza. Fu difficile a causa del rumore che non gli dava tregua e della ragazza che si dimenava urlando e piangendo. Aveva provato a parlarle in qualsiasi modo, ma non c’era verso di farle ricordare. Si prese pure uno schiaffo e Rori tentò di scappare –La vuoi che capire che non ti amo e non potrò mai amarti?! – Mentre la trascinava verso l’ascensore lo colpiva e gli gridava che amava un’altra persona, che lui non era nessuno. Lì il suo amore era per un’altra donna. L’aveva vista felice con lei e per quanto non potesse sopportare sentirla dire ti amo a qualcun altro fu tentato di lasciarla lì, dov’era felice. Lui che poteva darle? Solo incertezza, quel viaggio non aveva una meta certa… Ancora non sapeva dove aveva trovato la forza di portarla via da lì facendola soffrire così tanto. Se l’aveva fatto ricordando le parole che Rori gli ripeteva ogni volta sull’ascensore, il coraggio che gli infondeva, la volontà e la forza di andare avanti che non le mancavano mai. O se l’aveva fatto solo per se stesso, solo perché non sopportava l’idea di perderla.

Ma il livello più difficile da affrontare fu un altro. Aveva appena convinto Rori a seguirlo, si stavano dirigendo verso le porte metalliche quando un colpo esplose. La mano della ragazza stretta nella sua fu come attraversata da una scossa e gemette. Fece appena in tempo a voltarsi che Rori gli cadde fra le braccia. La bocca aperta, gli occhi spalancati. La mano di lui intrisa del sangue che fuoriusciva dalla ferita della donna. La prese in braccio e cercò di trovare un riparo. –Ti porto via, resisti- nessun colpo seguì il primo, così si precipitò all’ascensore e pigiò il tasto del livello .Il passaggio di tre livelli non era mai stato così interminabile. Non poteva credere di averla portata via dal 562, di averla strappata ad un mondo con persone che le volevano bene, che l’amavano. –Rori…-bisbigliò scostandole i capelli dalla fronte madida. –Fidati… Fidati di me…- fu la debole risposta della donna prima di svenire. Continuò a stringerla sperando che, nel livello successivo, con i cambiamenti che sarebbero intervenuti su di lei, anche la ferita sarebbe guarita. E così fu in effetti. E per la prima volta gioì di quel mondo in cui erano intrappolati. Da quel livello in poi le cose si fecero sempre più difficili. Man mano che scendevano in lei si radicavano sempre di più i cambiamenti imposti dal piano. Inoltre iniziava a patire non poco i continui cambiamenti. Era stanca, affaticata e aveva il viso emaciato. A volte si confondeva, aveva dei vuoti di memoria, era psicologicamente provata. Una volta ebbe una crisi non appena salita nell’ascensore. Pianse disperata con le mani sulla testa, faticava a respirare ed era colpita da dei conati di vomito. Le prese il viso fra le mani –Rori… Devi calmarti… Ora passa vedrai…-
-Non ce la faccio più…-sputò tra i denti lei.
-Si invece.- replicò lui –sei forte- per la prima volta era lui a doverle infondere coraggio, era sempre stata lei a spronarlo. –Siamo vicini, siamo quasi arrivati- sospirò –Non sono bravo in queste cose, mi conosci… Sei sempre stata tu a sostenermi… Cerca dentro di te quella forza che hai sempre saputo darmi… So che é lì, dentro di te anche ora…-
-Sento che mi sto perdendo…-
-Non lascerò che accada.-
Rori scosse la testa
-Se ci fermassimo ora, non me lo perdoneresti mai…- disse lui –Qualsiasi cosa ci sia lì- indicò le porte metalliche ormai aperte –io sarò con te ad affrontarlo. E niente ti porterà via da me perché non lo permetterò…-
Lo fissò per qualche secondo –Non lo permetterai…-
Proseguirono di livello in livello affrontando ogni cosa e lottando insieme, finché, finalmente, giunsero all’1. Cosa le sarebbe successo lì? Luce abbagliante.
Si stava dirigendo verso l’imboccatura della miniera come ogni mattina quando qualcuno gli strattonò una manica. Si voltò infastidito essendo già in ritardo. Ad averlo fermato era una donna, non troppo alta, con occhi grigi chiarissimi ed un enorme sorriso stampato sul volto. –Non mi è successo niente! Mi ricordo di tutto, mi ricordo di noi.- Gli buttò le braccia al collo e gli scoccò un bacio sulle labbra. Lui si ritrasse di colpo, stupito. Rimase attonito a fissarla e qualcosa nell’espressione di lei si incrinò –Sono Rori…-

-Beh Rori, per quanto faccia piacere che una ragazza mi baci di prima mattina, ora devo andare a lavorare!- non poté fare più di due passi perché la ragazza si parò davanti a lui.

–Dimmi che stai scherzando.- gli disse sembrando davvero preoccupata. –Ascolta, mi spiace; ma non so chi tu sia.-

-Non ti ricordi?- i suoi occhi si fecero lucidi come se fosse sul punto di piangere così tentò di assumere un tono meno infastidito e più comprensivo. –Io non ti conosco. Forse mi hai scambiato per un altro, magari posso aiutarti a trovarlo. Se mi dici il suo nome…- -No! Sei tu… Siamo usciti ora dall’ascensore, siamo scesi lungo molti livelli per arrivare fin qui, all’uno e…- gemette portandosi le mani alla testa. –Ehi! Che ti prende? Stai bene?- -Io…. Tu devi ricordare. Devo farti ricordare!- gemette più forte e sarebbe caduta se lui non l’avesse sostenuta. –Tu non stai bene, ti accompagno da un dott…- -No!- urlò. Scottava e aveva la fronte imperlata di sudore, pensò che avesse la febbre alta. –Starò bene, ma ascoltami!- Soffriva, ma sembrava determinata a continuare a parlare. –Dimmi, ti ascolto…-
Iniziò uno strano racconto, parlava di un uomo e una donna innamorati che viaggiavano in una montagna suddivisa in vari livelli, ed ognuno di esse aveva cielo, sole, terra… Provò a interromperla pensando che stesse vaneggiando, ma lei continuò. Disse che la donna perdeva la memoria e ad ogni livelli diventava una persona completamente diversa, mentre l’uomo no. Lui ricordava tutto e ogni volta doveva riconquistarsi la fiducia di lei e farle riaffiorare i ricordi. Ora ansimava mentre parlava e la voce le si era fatta flebile, ma continuava a parlare. –Basta ora… Stai male…- -Tu eri quell’uomo, e io quella donna…- rimase a fissarlo, sempre più debole forse aspettandosi qualcosa da lui, ma non aveva idea di cosa dire. Era arrivato al punto da crederla pazza. Rori gli crollò addosso. La testa di lei poggiata al suo petto, le sue mani sulla sua schiena e nella testa gli balenò un’immagine, talmente veloce che non riuscì a coglierla. Lei bisbigliava qualcosa, ma non riusciva a sentirla. Le sospinse la testa verso il suo orecchio –Come?- chiese un attimo prima che il contatto della sua mano sui capelli della ragazza scatenasse un nuovo flash nella sua mente. –Ora sono io a chiedertelo…-riuscì finalmente a sentire –Ti fidi di me?- Qualcosa lo attraversò, con la stessa intensità di una scarica elettrica… ti fidi di me… Quelle parole, dette con il sorriso da Rori… quel sorriso che aveva amato dal primo giorno. Erano quelle le parole che gli aveva detto prima di partire. –Rori!- sussurrò mentre una grossa nuvola scivolava via dalla sua mente restituendogli i ricordi. –Scusami…- sentì una lacrima scivolare lungo la guancia. Mentre la stringeva forte la sentì rilassarsi e riprendere pian piano a respirare regolarmente. Il rumore, era stato quello a farla star male. E ora che lui ricordava era passato, senza bisogno dell’ascensore. Pensò che dovevano andarsene di lì, che dovevano trovare un modo a tutti i costi. Prima d’allora non aveva mai dimenticato. Non c’erano limiti alle stranezza della montagna, non c’erano limiti alle sue prove. Ora però potevano contare l’uno sull’altra. Entrambi ricordavano. –Sei tornato…-

-Tu mi hai fatto tornare.-
La condusse verso la vetrina, ma dovettero camminare per un paio d’ore nel bosco per raggiungerla.

–La vedi?- le disse quando furono abbastanza vicini, senza sapere che risposta aspettarsi. Lui vedeva il mondo fuori, case e strade, uomini e donne indaffarati… Ma lei? Rori si avvicinò alla vetrina fermandosi ad un paio di passi dalla superfice trasparente. Poi iniziò a muoversi da una lato e dall’altro, agitava le braccia e faceva delle boccacce. –E’ uno specchio.- disse

-Cosa?-

-Io vedo uno specchio…- ripeté -un lunghissimo specchio, non ne vedo la fine.-

-Non… Non vedi la gente fuori?-

-No. Ci siamo noi due, il bosco e tutto quello che c’è qui è lì riflesso.- si avvicinò alla superfice della vetrina/specchio e vi posò una mano prima che lui potesse fermarla. Non accadde nulla. Sospirò per il sollievo.

–Deve esserci un modo… Una falla… Qualcosa che possiamo usare per uscire… -pensava lui ad alta voce camminando avanti e indietro

-Cosa pensi che ci sia dall’altra parte?- gli chiese Rori fissando quello che doveva essere il suo riflesso. –C’è il mondo vero, quello da cui siamo venuti- rispose.

–Avvicinati. Vieni qui.- lo esortò. Lui si portò alle spalle della ragazza.

–Poggia la mano accanto alla mia- gli disse. Non appena la sua mano si poggiò sulla superfice, colse il riflesso degli occhi di lei nel vetro, come in uno specchio e, rapido come un fulmine un ricordo lontano anni luce riaffiorò nella sua mente: il suo corpo così leggero nell’aria, le sue braccia strette intorno a Rori, che con espressione stupita iniziava a volare con lui… Poi qualcosa li colpì alle spalle, violentemente, ma non sentì alcun dolore, nemmeno quando il suo corpo rimbalzò più volte sul duro selciato… Rori riversa accanto a lui, supina… Un rivolo di sangue le colava dalla fronte e lo fissava con occhi spaventati… Voleva dire qualcosa, ma non riusciva… Allungò una mano verso di lei, ma prima che le loro dita potessero incontrarsi il buio lo avvolse, fatto prima di echi lontani, poi di silenzio.

Sbatté le palpebre e ritrasse la mano dal vetro, ansimante. Il viso di Rori, pallido e sconvolto parlava da solo: anche lei aveva visto. –C…Cosa?- balbettò. Non fece in tempo a risponderle. La vetrina/specchiò la inghiottì trascinandola per il braccio. –Rori!- urlò lui gettandosi verso il buco ancora aperto dietro di lei. La afferrò per l’altro braccio –resisti!- Ma lui non era abbastanza forte confronto a quella ‘cosa’ –Non ce la faccio- gridava lei –mi fa male!-

-Ti tirerò fuori!- si puntellò con le gambe, ma non ottenne alcun risultato, se non quello di farle ancora più male. Lei urlava per il dolore e lui era terrorizzato, temeva che l’avrebbero squarciata in due.

–Lasciami andare!- lo implorò lei.

–NO! Resisti!- urlò zuppo di sudore.

–Mi dispiace- singhiozzò lei –Ti amo da morire!- e lasciò la presa. In un attimo la cosa viscida e collosa che la trascinava ebbe la meglio e lui cadde indietro. –NOOO!- si rialzò subito, ma sbatté contro la parete solida. Il varco si era chiuso. Davanti a lui non più vetro, non più specchio, ma una lucida parete nera. –Rori!- urlò disperato. Prendeva a pugni la liscia superfice nera e continuava a urlare il suo nome a squarcia gola. Quando ormai le mani erano livide e sanguinanti, poggiò la fronte alla parete. –Rori…- bisbigliò –Cosa c’è veramente di là?-

Si svegliò di soprassalto, spaventata e ansimante. Era seduta su un grande letto, con delle spondine laterali, in un’anonima camera bianca. Attaccati al corpo aveva molti fili, che la collegavano ad altrettante apparecchiature. Addosso aveva solo una leggere vestaglietta azzurra. Aveva sete. Cercò nella stanza con lo sguardo. Accanto al letto c’era un comodino con un paio di cassetti. Allungò una mano per aprirne uno e la consapevolezza di tutto la colpì. Ricordò quella sua stessa mano, che ora aveva un ago infilato nel dorso, venire risucchiata nello specchio. Via da lui. LUI! Per tutto il viaggio l’aveva accompagnata, ma era rimasto là. Ora però lei sapeva! La nuova consapevolezza le colorò il viso di un sorriso, mentre strappava quei fili che ancora la legavano ai monitor e correva da lui, non curandosi delle infermiere che tentavano di fermarla. Lo trovò in una stanza simile a quella dov’era lei, con gli stessi fili addosso, alcuni applicati a delle ventose sul petto. Lo osservò per qualche istante prima di entrare, poi si fece avanti e si sedette sul letto, alla sua sinistra. –Sono qui. Sono Rori.- disse solo –Attraversa lo specchio Daniel…- era la prima volta che lo chiamava per nome. L’aveva letto nel braccialetto di carta che aveva al polso. Lui aprì gli occhi di colpo. Quegli occhi azzurri che avevano incontrato i suoi nel riflesso di quella vetrina non erano più solo un ricordo, o una ricostruzione della sua mente. Ora erano reali, erano lì davanti a lei, la guardavano. Non ci fu bisogno di altro. Si alzò ad abbracciarla. Una mano tra i capelli, l’altra stretta sulla camicia da notte dietro la schiena di lei. –Ne siamo usciti…- sussurrò Rori. Lui le prese il viso tra le mani, carezzandola. Sorrideva. –Avevi ragione. Mi fido di te.- le disse Rimasero stretti in quell’abbraccio a lungo. Pensavano all’incidente, a come ognuno di loro aveva vissuto ogni attimo dopo che il bus li aveva investiti. Rori aveva visto gli occhi di Daniel riflessi nella vetrina del negozio perché lui aveva tentato di salvarla spingendola via dalla traiettoria del veicolo. Lui, invece, in quella vetrina stava osservando il plastico di un nuovo centro commerciale in apertura e solo all’ultimo aveva incrociato lo sguardo della ragazza. Si spiegarono così le diverse reazioni di fronte alla vetrina/specchio del livello1. Pian piano ogni tassello del loro viaggio nella montagna trovo un senso: lui poteva viaggiare perché si era accorto di quanto stava accadendo nella strada, mentre lei era stata completamente in balia degli eventi; Il rumore che li aveva colpiti quando tentavano di far ricordare l’altro era una difesa cerebrale per evitare che il cervello impiegasse troppe energie tentando di accettare una nuova realtà; Anche i cambiamenti di Rori di livello in livello testimoniavano l’abilità del cervello di creare nuove immagini al fine di evitare sforzi eccessivi per accogliere una dimensione del reale che non fosse puramente mentale; e non l’aveva mai chiamato per nome perché non lo sapeva, perché quando erano riversi al suolo, guardandosi l’un l’altro, le voci intorno a loro ripetevano solo il suo…
-Una vetrina…- sussurrò Rori. -Uno specchio…- le fece eco Daniel. Era iniziato tutto così. Una vetrina e uno specchio… E così tutto era finito: una vetrina… uno specchio…

Alexia Gulberti

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Alexia GulbertiCiao a tutti! Sono Alexia Gulberti e studio psicologia clinica presso l’Università degli Studi di Bergamo, dopo essermi laureata in scienze e tecniche psicologiche nel novembre 2013. Sono nata in Vallecamonica il 15/06/1990. Il mio è un piccolo paese tra le Alpi di nome Rino, nel comune lombardo di Sonico. Attualmente però vivo a Bergamo, dove pratico i miei studi.
Fin da bambina ho nutrito una particolare passione per le storie, i miei giochi erano spesso fatti di racconti immaginari pieni di eroi coraggiosi e sentimenti forti. Ad un certo punto però, mi sono messa anche a scriverli questi racconti, facendoli leggere ad amici e parenti e crescendo ho arricchito i miei argomenti, sia grazie alla lettura, sia grazie ai miei studi universitari. E cosi con il tempo mi sono ritrovata a scrivere per diletto e non solo per “compito”. Se con la lettura scopro nuovi mondi, con la scrittura posso io stessa crearne di nuovi e posso viaggiare con la mente esplorando terreni che a poco a poco imparo a conoscere e che mi affascinano passo passo sempre più.
Per questo io non credo in un solo mondo, credo in una miriade di mondi! Che siano racchiusi dentro ad una copertina, che siano nascosti in un file dentro ad un pc o che siano scritti su dei fogli di carta spiegazzati non ha importanza. Ogni parola di una storia è un pezzettino in più di un mondo nuovo.

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