La consapevolezza di un ubriaco – Rachele Bandecchi

11169035_10205863476973786_1785189793_nNon credo in niente. Non credo nell’amore, non credo nella paura, non credo nella gioia, non credo al frenetico movimento umano del sabato pomeriggio.

Sono seduto in bar sporco e maleodorante e sto bevendo il sesto gin tonic di questo soleggiato e rumoroso sabato, il barista, sporco come il suo locale, mi guarda fumare, nonostante il divieto, e non mi dice niente, qui tutti fumano. In questo bar ci si può ubriacare e fumare senza che nessuno di rompa, ogni degradato, come me, è seduto immerso in pensieri sempre più appannati e deliranti, stiamo tutti combattendo contro qualcosa e lo facciamo annebbiandoci.

Le mie mani tremano, i miei vestiti sono strappati e puzzano, i capelli e la barba avrebbero bisogno di un buon barbiere, ho l’alito che sa di povertà e rabbia e nelle tasche pochi soldi ed un libro.

Dopo i gin passo al rhum, scuro caldo potente che mi passa dalla gola alla testa come una scossa elettrica, appoggio la testa sul bancone e guardo il bicchiere semi vuoto, vorrei annegarci dentro a questo momento di dolce inconsapevolezza ed invece lo butto giù tutto d’un fiato, pago ed esco.

Mi tiro su il bavero della giacca e comincio e camminare tra la gente, ho le gambe molli e il cervello vuoto. Vuoto come i bicchieri che ho lasciato al bar, mi fermo davanti ad una vetrina di vestiti da donna e mi guardo, come sono brutto, mi sorrido e continuo a mescolarmi tra la folla che mi evita infastidita.

Non ho amici, non ho una donna, non ho nemmeno una casa e tanto meno un lavoro, non ho neppure un cane rognoso a farmi compagnia, non ho niente e non credo in niente. Sono vuoto.

Sono, anzi siamo, vittime di un capo che ci comanda e ci muove come burattini, non siamo padroni della nostra vita, le scelte non sono mai tali e tutto quello che facciamo è deciso da chi sa chi.

È per questo che mi lascio vivere, è la mia muta protesta a chi comanda, ho tagliato i fili ed ora sono solo ma libero. Niente orari da rispettare, tasse da pagare, baci da dare, compleanni da festeggiare, vacanze da programmare e soldi da contare e ricontare.

I soldi sono il mezzo che il capo usa per comandarci, lo sa che siamo schiavi dei soldi e ci plasma ed induce a fare quello che vuole in cambio di una fottuta sicurezza economica. Ogni giorno la gente spende soldi per farsi bella, per sentirsi sicura di sé, per comprare l’amore di qualcuno, per comprarsi un posto al cimitero, per sentirsi vivi. E allora se avere i soldi vuol dire essere vivi io preferisco non credere in niente e spaccarmi il fegato.

È sabato e le strade sono affollate, vorrei nascondermi da qualche parte per non dover continuare a sentire tutti questi profumi costosi e tutte queste chiacchere vuote, ma dove? Dove posso stare senza essere guardato male e senza dovermi sorbire l’illusione nei loro occhi di essere padroni delle proprie esistenze? che pena che fanno però eh!

Potrei andarmi a scordare in qualche discoteca…no, meglio di no sono troppo vecchio.

Potrei andare a scordarmi in un cinema…no, meglio di no sarei solo un vecchio malridotto in mezzo alla folla di famiglie felici.

Potrei scordarmi tra le braccia di una ragazza ad ore…no, come idea non è male ma non ho abbastanza soldi e poi perché rovinare la serata ad una giovane donna con il mio corpo magro e triste?

Ho già rovinato la vita di Lei. Ogni tanto ci penso ancora a Lei, nelle sere vuote ed annoiate come questa, perdo tempo giocando con i ricordi e Lei è il mio ricordo più bello. La amavo, tanto. Troppo forse. Ma è passato tanto tempo ed è meglio se trovo un posto caldo dove sedermi e smaltire la sbornia, il fegato mi brucia. Maledetto alcool da quattro soldi. Maledetto me che spendo soldi a rovinarmi invece di metter tra i denti qualcosa di appetitoso e caldo.

È la storia della mia vita, ho sempre scelto il freddo e annebbiante alcool consumato lento in bar di periferia piuttosto che un pasto fatto con amore in una cucina luminosa e viva di colori, odori e di Lei.

Che misero che sono, non l’ho amata troppo, non esiste il troppo amore, esiste però il poco amore ed io non le ho mai saputo dare niente che non fossero tristezza e lacrime.

Lei…chissà dov’è, chissà a chi starà preparando la cena ascoltando la radio e canticchiando assorta tra ricette e pensieri, chissà chi riscalda il suo letto, chissà chi le sorride la mattina quando il giorno appena sveglio è carico di possibilità e di sole. Chissà…

Cammino ed inizia a piovigginare, sento l’urgenza di trovarmi un riparo ancora più forte, mi spacca le tempie e salta nelle budella. Davanti a me si para l’entrata del teatro della città, splendente accogliente, caldo che mi guarda invitante. Una breve fila di persone ingioiellate e in cravatta aspetta il proprio turno per entrare ed io mi unisco a loro, do una sistemata ai capelli con le mani fredde e messo su il mio sorriso di circostanza aspetto di arrivare all’entrata.

Gli uomini della sicurezza del teatro mi guardano schifati ma mi fanno passare, ho pagato il biglietto quindi ho tutto il diritto di unirmi alla piccola folla degli spettatori del sabato sera.

Salgo gli scalini morbidi di moquette rossa, mi levo la giacca e respiro l’aria calda che avvolge il mio piccolo corpo stanco, arrivo al palchetto e comincio a guardare, mi inebrio di tutta questa atmosfera elegante e briosa, le voci giù in platea, gli affreschi d’oro sul soffitto e la comoda poltrona, in cui finalmente sprofondo, in un dormiveglia agitato e confuso.

Il teatro, ma certo il teatro, dove tutto è già deciso e provato, attori imbellettati danno sfogo a istinti repressi con il consenso del pubblico pagante, un copione da seguire è tutto così finto eppure così vero. Perché non ci ho mai pensato? La vita è come il teatro, qualcuno ha scritto la tragedia e noi la impersoniamo e siamo pure bravini, a volte ci dimentichiamo le battute oppure dimentichiamo di entrare in scena in tempo ma tutto sommato siamo bravi a seguire quello che il capo ha scritto. Solo quando ci innamoriamo veramente siamo così sciocchi da mettere tutto a repentaglio, nemmeno il capo riesce a trovare un escamotage per farci tornare a seguire il copione, lo spettacolino continua ma senza di noi, manca un pezzo al suo mosaico perché noi da qualche altra parte ne stiamo facendo uno tutto nostro. Ma poi torniamo sempre a recitare nel grande spettacolo perché siamo un branco di codardi ed abbiamo bisogno che qualcuno ci dica che fare, che dire e soprattutto chi e come amare. Che branco di pecore codardi!

Le luci si abbassano e il sipario si alza, i miei occhi si aprono attenti e le mie orecchie attendono curiose che lo spettacolo inizi, non ne conosco la trama ma sono curioso, ho proprio voglia di farmi quattro risate. Niente mi aspetta fuori da questo teatro ed ho bisogno di dimenticarmi tra le sofferenze e le gioie degli attori, ho bisogno di respirare quest’aria calda e di vedere nel buio per non guardare il buio che ho dentro di me.

Ed invece la storia mi prende, è incalzante, gli attori sono bravi mi fanno quasi pensare che credono veramente in quello che recitano, che vivono le emozioni, che sentono le sensazioni.

È così bello questo posto, così dolce questa sensazione, mi sento scivolare dalla poltroncina e scivola via anche il mio ultimo respiro.

Sono morto, il dottore, ce ne sempre uno, dirà che è stato per infarto, io dico che avevo ricominciato a credere e il mio cuore stanco non ha retto la novità.

Avevo ricominciato a credere negli uomini e nella bellezza delle parole, avevo ripreso a vedere la vita come un qualcosa di degno, qualcosa in cui credere, ed il mio cuore non è stato pronto a reggere questa grande rivelazione ed ha smesso di battere.

Mi dispiace che sia finita così, non ho lasciato un grande ricordo di me ma nemmeno debiti e segreti quindi, tutto sommato, l’unico che ci perde in questa fulminea ed inaspettata dipartita sono io.

Che peccato! Scommetto che il grande capo sarà furioso, anche stavolta glielo ho fatta, sono stato io a decidere per me. Che grande sensazione di libertà che è stata la morte.

Rachele Bandecchi

***

Rachele BandecchiMi chiamo Rachele, ho venticinque anni e studio Scienze dell’educazione sociale.
Nei libri ho trovato conforto nei momenti tristi, ho letto nelle occasioni di felicità e in quelle di disperazione.
Si dice: “Si beve per festeggiare ma anche per dimenticare…ogni occasione è buona per farlo.”
Io lo faccio con i libri. Le storie scritte sono, da sempre, mie amiche e compagne di avventura.
Dopo la fine del liceo ho attraversato un periodo di inconsapevolezza e paura del futuro e sono andata in Scozia per allontanarmi da me.  In Scozia ero andata per non pensarmi ed ho cominciato a scrivere, traevo ispirazione dai sogni ad occhi aperti e chiusi, tutto ciò che mi passava per il cervello e per il cuore l’ho tramutato in racconto. Ho lasciato i racconti in un cassetto per anni, ma dopo l’ennesimo trasloco, li ho ritrovati. Li ho letti con occhi nuovi e li ho amati profondamente. Ho corretto qualcosa ma l’essenza di quei pensieri è rimasta come l’avevo voluta in quei giorni scozzesi.
Ed ora mi sento pronta per farli leggere, valutare, criticare e amare.
Insieme alle parole di carta le mie passioni sono Eros e i bambini, ho ripreso a studiare, con grande difficoltà affronto questo percorso, per diventare una buona educatrice e lavorare con loro. I bambini sono la parte migliore di noi e bisogna aiutarli a stare bene, a coltivarsi, a vivere con serenità le prime sfide e far sì che la loro crescita sia un capolavoro e non un immenso percorso ad ostacoli.
Eros è il mio ragazzo da quattro anni, alti e bassi si sono susseguiti, come in tante storie, lasciando delle piccole cicatrici che abbiamo curato con attenzione per farle rimarginare.
Il nostro rapporto è come un libro, alcune pagine sono un po’ strappate ma altre sono piene di parole di Amore e di crescita, personale e di coppia. Stiamo crescendo insieme aiutandoci l’un l’altro quando le buche sulla strada ci sembrano troppo profonde, gioiamo dei successi dell’altro come se fossero i nostri e ogni debolezza o paura viene amata e apprezzata come il sole di primavera dopo il freddo invernale.
Questa sono io, o meglio queste sono le mie forze motrici, ed è per loro che il mio mondo si muove.

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