Lo sguardo – Stefano Visigalli

Morire di classe, Gianni Berengo GardinA tutti quelli che gridano in silenzio, e non vengono ascoltati.

Lei sfilò per il corridoio col camice bianco e le cartelle cliniche dei pazienti. Aveva la pelle bianca e lucida, i capelli le scendevano fino a mezza spalla, dorati. Dava un senso di freddezza. Lui le sorrise: aspettava da lei un segno, un corrisposto umano che potesse confermare la loro appartenenza al medesimo pianeta. Lei lo vide. Vide il suo volto contrarsi e poi distendersi in un ampio sorriso. Ma non rispose. Proseguì con l’andatura decisa, frutto forse di una disciplina faticosa e ricercata, fino allo studiolo in cui si rinchiuse. “Abbiamo un marchio, Thomas. Da sempre chi sta di là, e non ha visto o provato, vede in noi un segno. Alcuni di grazia, altri di inferno. Chi è sceso in se stesso perché la necessità della vita ha costretto la sua mente in un labirinto, e ne è riemerso, per alcuni serba un tesoro, per altri e forse per se stesso pure, porta uno stigma. Di questo stigma, nessuno ci libererà. L’hanno sempre fatto: chi non rientra nella curva della normalità, chi per grazia o disgrazia divina, per volere o disvolere celeste abbandona il mondo dei sani, per sempre porterà con sè il lontanissimo, remoto cartellino giallo della follia. E ci saranno ben poche porte pronte ad aprirsi, ben pochi convenevoli e dottoresse sorridenti ad accogliere i nostri mal di pancia. Se esiste una voce che può salvarci, questa non sarà pronunciata da nessuna icona di salvezza. Le porte si chiudono, e la solitudine inghiotte quella vita che si era costruita dopo. Ma come sono miopi: essi non vedono un dopo. Noi, che per lungo tempo non abbiamo visto che il silenzio, un dopo lo vediamo. E a questo ci dobbiamo tenere. La salvezza è nello sguardo.”

Thomas aspettò che il suo compagno di stanza terminasse il lungo monologo, e poi lo guardò con quei suoi occhi, di traverso, cavandosi gli occhiali per portarseli al mento. Si grattò la barba e non potè parlare, perché un ricordo sopraggiunse improvviso ad abitarlo. Vedeva una spiaggia dorata, e lui bambino che correva verso il mare col secchiello e il retino da pesca. Lontani i barcaroli si adagiavano agli scogli, i palombari lasciavano affiorare i loro capi mimetici a pelo dell’acqua. Il sole mandava come un odore di pace, la luce era un telo lucidissimo, caldo, un grande ventre che tutti raccoglieva. Thomas non si spiegò il virare del ricordo. Rammentava solo che quel giorno dorato della sua infanzia, quel cielo senza nubi e di chiarissimo celeste, esplose in un acquazzone. Ricordò la voce di sua madre che lo chiamava fuori dall’acqua, il suo sconforto, la bellezza della pioggia che lo faceva creatura anfibia. E poi la spiaggia d’imporvviso vuota, e come l’impressione che tutto fosse invaso da fantasmi. Ricordò la corsa alla riva, e il riparo tiepido del caffé sulla spiaggia. Poi le gocce che scendevano lungo i paramenti del bar, l’affollamento, la gente che accorreva e le bambine così belle che asciugavano i capelli sotto le mani delle nonne dal lungo costume a un pezzo.

“Thomas, non mi rispondi? Ti prego ” e lui,Thomas, si svegliò come da un sogno, come da una commedia: “questo tuo silenzio” proseguì l’improvvisato amico “rispondimi.Ho bisogno del tuo consenso come si ha bisogno del pane.”

Entrambi ne sapevano di retoriche. Ma la malattia ha il pregio di ridurre il mondo alla sua essenzialità: questo condivide con la letteratura più alta: la sacralità del poco. Del poco essenziale.

La dottoressa capelli d’oro uscì di nuovo dallo studiolo e si diresse da Thomas. Thomas fremeva in sé come un bambino, come quel bambino sotto l’acquazzone. E ancora gli venne in mente di ricordare. Ma le parole della dottoressa lo riportarono ad abitare questo mondo.

“Sig.Thomas, le sue analisi…lei non ha niente. Si ricordi di prendere le medicine. Le faremo ancora una visita, poi se ne andrà a casa. E’ contento?”

Ma no, pensò Thomas, impossibile. Io non posso esistere che nel dolore di questa condizione. Anche il corpo mi è terra straniera. Sono un apolide dell’anima. In questo c’è il senso del mio esempio. La dottoressa annuì quasi avendo percepito il contorcersi del pensiero di Thomas.

Nel tornare a casa Thomas guardava la lunga fila di alberi sul ciglio dei vialoni, l’ombra che gli riversavano addosso. E pensava al mare, e al suo corpo sgombro dal peccato, dalla colpa. E pensò davvero al suo compagno, inevitabilmente consegnato alla vecchiaia e presto, alla morte. La salvezza,pensò, davvero è nello sguardo.

Stefano Visigalli

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