Tutti giù – Leonardo Maria Erba

 TUTTI GIùTutti comodi.

Sono le tre ed il locale è ancora pieno.

Il cielo. Qui a nessuno importa del cielo. Ogni tanto passa una delle Peleiadi (così sono chiamate le stelle cadenti in Agosto) ed io la catturo con lo sguardo, attraverso i finestroni del soffitto a travi troppo basso.

Ognuno dei clienti è seduto, ora sorseggiando beveroni colorati, ora con la faccia imbluita da uno schermo-cellulare.

Raramente parlano. C’è una musica tale che non si sente nulla, solo l’infrangersi periodico dei bottiglioni vuoti nel bidone.

Eccone una, segna in cielo con la sua riga evanescente.

Esprimo il desiderio.

Non esito: è sempre quello lì, lei.

Non m’importa niente di tutte ‘ste coppiette abbagliate dagli schermi ed intontite d’alcool. Ogni poco uno ride, a turno, sgranando i denti e sobbalzando leggermente sulla sedia. Il suono non si sente.

E’ ancora lei il mio desiderio. Lei che la voglio, lei che la amo, lei che ne ho bisogno ma mi ruba l’aria dando corpo a tutti i miei sospiri. Lei che ora è un abbandono, lei che devo raggiungerla, anche solo per cessare di aspettarla.

La sala è interamente illuminata da candele -pare che Sir. Thomas Edison non sia passato di qui- ed io mi aggiro tra i tavolini a cambiare le candele consumate.

Lei si chiama Sara, ora. Sono state molte altre,  prima. Lo ricordo come fossero pagine di storia, come la data della presa della Bastiglia: 1789, della vittoria a Waterloo: 1815.

Lei invece è ora, 12 Agosto 2013. E’ adesso che punge, adesso che mi fa sospirare, adesso che mi fa traballare con lo sguardo dentro al nulla mentre sono un sonnambulo tra i tavolini, colmo di un vuoto che combacia con lei.

Due si alzano: il tacco di vernice nera della signora vacilla al primo ergersi come un primate che si fa bipede. Lui è già due passi avanti e lei si regge al tronco verticale che tiene la struttura, riesce a dileguarsi. Tavolo due centrale. Lo raggiungo. Via i bicchieri, via il posacenere, le cannucce ed un pacchetto di Wiston blu stritolato. Via il menù. Un colpo di straccio per pulire l’alcool variopinto che viene asperto in ogni dove, manco fosse acqua benedetta.

Divago mentre passo lo straccetto: al liceo facemmo un esperimento (senza intrugli di pozioni ed esplosioni, come quasi fa ora il barman dietro al bancone): una trottolina dagli spicchi colorati (erano più o meno i tutti colori dei nostri drink) la trottolina veniva fatta girare, e i suoi colori si fondevano tra loro, mescolandosi in un bianco luminoso.

Chissà perché, invece, lo straccetto con il quale lavo via tutti i colori dell’alcool si ostina a spremere fuori sempre un torbido liquame nero.

Ecco fatto, il due centrale è pulito. Non c’è nulla sopra, è vuoto. Mi appoggiato al bancone e mi fisso su di lui. Mi ci si conficca l’intelletto in quel tavolino vuoto, come una lancia che ancora trema mentre sfrecciano bagliori siderali sopra la mia testa. Perdo molti desideri.

Sono rapito da un’angoscia che mi rende un modulo lunare senza propulsioni, nell’orbita di un tavolino vuoto.

Sono una ranocchia raggelata che gracida nel fondo di un pozzo.

Quel cazzo di tavolino è privo d’ogni connotato, è da iniziare. E l’inizio è una cosa impossibile. Ma dai. L’inizio. Non esiste l’inizio.

Ma arriverà, non certo a causa mia, arriverà qualcosa da lontano che tutti chiameranno “l’inizio”. E invece no, quello è l’eterno che scorre, è una tappa dell’infinito essere. Ed ha già prenotato quel tavolino a mia insaputa. Magari con lo sguardo innamorato di due amanti, ma non m’illudo, più probabilmente con un diciottenne alcolizzato, una sfilata di maschere, oppure con lei che mi sorride. Le infinite possibilità, chissà chi è che le decide.

Lei che mi sorride, con la frangia mossa sulla fronte e quegli occhi fondi dove io mi specchio, e nei quali si compone l’universo se lei guarda il cielo.

Restate tutti giù.
Che nessuno vada via!

Non muovetevi da lì.

Il dolore che io sento è riempito se restate, ne sarò immune come lei è immune all’amore. Lasciatelo sopire, ve ne prego.
E fatemi galleggiare nella vostra inconsistenza, lasciatemi tornare a riveder le stelle come prima.

Mi hanno detto che stasera lei, che non è accanto a me, osserva quelle stelle.

State tutti fermi, non muovetevi da qui.

Leonardo Maria Erba
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Leonardo Maria ErbaLeonardo Maria Erba (1991 – 2076) è forse il maggior esponente della sua individualità.
Membro del genere umano, studia, dorme, recita e si dimentica le cose. Attualmente ha 23 anni e vive a Pisa, patisce dure crisi identitarie eppure raggiungerà presto la coscienza di sé, ma questo importa poco dato che insomma sarà già molto più il tempo in cui così non è.
Entusiasmo e malinconia, consapevolezza, stupore, ciliegia.

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