Madame Tussauds – Francesco Filippini

11211924_10206330656298147_1872939575_oMe la ricordo bene quell’estate. Il nostro fidato amico Davide ci veniva a prendere tutti nella grande piazza del nostro paese, era il più grande della compagnia e l’unico ad avere una macchina completamente sua, anche se un rottame per noi era la nostra piccola limousine dove tutto sopra aveva sapore dell’estate. La musica a tutto volume che fuoriusciva dalle casse rimbombava nelle nostre teste piene di gioventù come un fiume che straripa dagli argini. Erano i tempi dei primi baci dati al caldo rassicurante del sole che si rifletteva lungo tutta l’infinita distesa che il Lago ci donava. Serate memorabili, dove sotto le stelle si consumavano i primi desideri nascosti, era il tempo delle prime esperienze. I primi bicchieri di vino, le prime canzoni urlate al vento, sperando che qualcuno, magari da lassù ci sentisse.

Era il tempo delle prime sigarette, dei primi bagni della mezzanotte, il tempo dei primi spinelli, aspirati con foga e con una leggerezza malinconica. Tutto era perfetto, ci sentivamo invincibili, i padroni di un mondo solo nostro, dove le preoccupazioni erano lontane, spazzate via dal tepore del primo sole di giugno.

Quell’estate mi ricordo che presi una cotta per una ragazza. Lei era più piccola di me di qualche anno. Non ricordo bene dove la incontrai, ma nitido è il ricordo delle sue labbra che si stampavano sulle mie ancora acerbe. Quell’odore di nuovo mischiato al gusto amaro ed effimero del fumo era inebriante, era come una droga per me.

La cosa poi non durò molto. Lei dovette partire per fare un viaggio nelle Americhe. Un viaggio che sarebbe durato un anno o forse più.

Sotto le stelle avevamo pronunciato promesse, sincere come il sorriso di un bambino, ma troppo grosse, troppo pesanti per degli adolescenti capaci a mala pena di impostare una sveglia che la mattina seguente avremmo maledetto.

Dio, cosa darei per riavere indietro quel tempo. Cosa darei per sentirmi ancora giovane una volta, per avere ancora il vigore dentro e l’eccitazione per la follia.

E’ proprio vero che quando si inizia a crescere, quando si inizia ad avere un lavoro stabile, una famiglia, una casa da pagare, una macchina, tutto scivola come pioggia sugli scogli, abbandonati all’idea che un giorno non ci saremo più, tutto cade nella quotidianità, tutto cade nella banalità. Finisce il tempo dove tutto è concesso, ed inizia il tempo dove tutto è dovuto. Se non per te per qualcun’ altro, se non per te per tua moglie, per tua figlia piccola.

Quella ragazza non la vidi mai più.

Solo qualche anno più tardi scoprì che aveva trovato la fortuna e l’amore negli Stati Uniti.

Io l’America non l’avevo mai vista, invece. Mi sarebbe sempre piaciuto camminare per Central Park, fare un giro alla casa di Elvis, meditare con i nativi.

I sogni e le speranze di gioventù si erano infranti come onde sopra lo scoglio di una nascita inattesa. Nessuno di noi era pronto, chi in fondo lo è?, mi chiedo a volte. Ma non così, non a vent’anni. Mi sono ritrovato sbattuto sulla strada della vita troppo presto. Non avevamo un soldo, io dovevo ancora finire l’università, dovevo ancora finire di sognare. Fui come svegliato nel bel mezzo della notte, senza preavviso.

Non vi dico la faccia di mia madre quando lo venne a sapere. Si, lo scoprì, perché io oramai da qualche anno non abitavo più nel mio nido puerile. Avevo deciso di spiccare il volo da solo. Oramai mi andava tutto troppo stretto, dai vestiti al letto, dalla città alle solite facce finte. Così mi trasferii a Londra, lavorando per un paio di anni come sguattero in un ristorante italiano dove spacciavano il più tipico dei nostri prodotti come fosse oro. E quanti soldi riuscivano a fare quelle due vecchie cariatidi che gestivano il locale.

Quanto io le odiassi solo il diavolo lo sapeva. Mi facevano pulire piatti senza sosta per anche tredici ore. Venivo pagato meno di uno schiavo. La realtà, però, era che a me non importava, ero sereno. Riuscivo con il mio misero stipendio a permettermi un monolocale vicino alla fermata di Northwood, in un quartiere malfamato, in zona sei. Dividevo quelle poche stanze con un taciturno Spagnolo che a malapena si accorgeva che c’ero. Sempre con la testa davanti allo schermo del computer, incurante del mondo al di fuori dello schermo.

Dopo qualche mese passato in quella topaia arrivò la notizia migliore che potesse capitarmi. Uno degli zii di mia madre lasciò questo mondo e con il suo corpo una sostanziosa eredità, che finì diritta sul mio conto in banca. Non mi domandai perché fossi stato menzionato nel testamento. Non avevamo mai avuto questi grandi rapporti, eppure avevo sempre avuto una profonda ammirazione per lui. Mi sarebbe piaciuto forse conoscerlo di più. Ma poco m’importava all’epoca: avevo un decente portafoglio finalmente e Londra tutta da conquistare. Mi sentivo come uno dei leoni della piazza di Trafalgar, avrei ruggito finalmente anch’io sulle sponde del Tamigi.

Piano piano iniziai ad inserirmi nell’ambiente, nuove amicizie, nuovo appartamento in una zona decente. Senzatetto e prostitute erano solo un ricordo lontano, sbiadito. Come le nottate passate a guardare le stelle cadenti nel giorno di San Lorenzo. Erano bigi anche i volti dei miei compagni di avventure passate. Provai a rimettermi in contatto con loro qualche volta, ma anche l’amicizia, un legame che consideravo indissolubile, cadde sotto i colpi della distanza. Le giornate passavano veloci, fra l’odore della nebbia e il ticchettio della pioggia sul mio ombrello arrivò anche Novembre, e con l’inizio del primo freddo i primi problemi.

Avevo sperperato tutti i miei averi tra una mano e l’altra di poker, tra un bicchiere e l’altro di qualche discoteca e, sì, anche tra i seni prosperosi di qualche “amica”. E così fui costretto a tornare con la coda fra le gambe al mio vecchio lavoro, umiliato e abbattuto. Sotto i ghigni e gli sguardi di quelle due vecchie streghe mi sentivo piccolo, affranto. Avevo visto il cancello del paradiso e proprio prima di poterci entrare ero stato sbattuto nuovamente tra le lingue di fuoco. Fortunatamente riuscii a tenere il mio appartamento, il solo pensiero di dover tornare a mangiare zuppe riscaldate al microonde mi dava i brividi. Tra un piatto da lavare e l’altro, una delle proprietarie morì d’infarto. Un colpo secco mentre stava facendo il bucato. La cosa non mi dispiacque affatto. Anche se provavo un po’ di pena, morire tutta sola senza qualcuno che la consolasse. Inebriato dallo sconforto e dalla stanchezza, decisi che non sarei morto solo, non volevo ritrovarmi a settant’anni senza una fede al dito. Non volevo che l’unica compagnia fossero l’Alzheimer e l’apparecchio acustico. No io volevo amare, volevo vivere una vita piena d’ avventure e porre nell’ultima pagina la frase: “visse felice e contento fino all’ultimo dei suoi giorni”. Ero convinto che avrei avuto successo, non sapevo bene in quale campo ancora, ero sicuro che avrei avuto anche una bella macchina ed una moglie felice. Strano a volte il destino.

Qualche giorno dopo l’accaduto andai, preso non so da quale senso di colpa, al funerale della mia, oramai defunta, datrice di lavoro. Mi stupì il fatto che partecipò tanta gente, ma d’altro canto non mi stupì affatto quanto poco fu speso per darle una degna sepoltura.

Mentre il prete recitava una cantilena soporifera, lo osservavo. Quel buffo naso paonazzo occupava per tre quarti il viso, lasciando spazio a due piccoli occhietti furbi nascosti da un paio di occhiali dalla montatura nera ed incastonati come piccoli diamanti. I radi capelli, segno dell’età, lasciavano qua e là spazio alla fronte corrugata e grondante di sudore.

Non mi ero fatto bene un’idea a proposito di quel prete. Ero sempre stato piuttosto schivo e malfidente verso la Chiesa. La vedevo come una fiera da combattere, una bestia che si celava dietro una maschera d’oro massiccio, mentre si riempiva la bocca di belle parole. Mia madre, invece, ci credeva in quell’istituzione, ci credeva eccome. Mi obbligò a fare tutti i sacramenti, ma dopo la cresima decise, non senza pentimenti, di lasciarmi prendere la mia strada.

In cosa credevo non lo avevo mai capito. Non sapevo bene se credevo realmente in qualcosa. Forse non mi ero mai soffermato a pensarci troppo, vedevo il giorno della mia morte comunque molto lontano, e lasciavo l’affare dell’aldilà al mio Io futuro.

Eppure quel funerale mi fece riflettere, e mentre, me ne stavo assorto nei miei pensieri più intimi, incrociai lo sguardo di quell’angelo dai capelli vermigli. Fu come un miraggio, un fugace sogno. Una scossa mi attraversò la spina dorsale ed i pensieri oscuri e di morte fecero spazio nella mia testa al suo sguardo penetrante.

Finita la cerimonia, con fare spavaldo ma galante, un po’ spaccone ma comunque gentile, andai a fare la sua conoscenza. Mi disse che era una delle nipoti della vecchia signora e mi stupì il fatto che una così bella creatura potesse essere imparentata con una strega quale fu sua zia. Mi chiese come facesse un italiano a conoscere la sua amata zietta, e trattenendo il veleno le dissi che ero il lavapiatti del ristorante. Non capii bene se nel suo sguardo c’era una nota di ammirazione o soltanto disgusto e dandomi una fredda stretta di mano, si congedò.

Tornando a casa in metro non riuscivo a smettere di pensare a lei, ai suoi occhi e ai suoi bei capelli ricci. Non potevo essermi preso una cotta, non avevo il tempo di pensare anche ad una ragazza. In quel periodo, infatti, mi stavo applicando nello studio dell’inglese per poter passare il test d’ammissione all’università. Ero andato a Londra senza un mero obiettivo, ma sentivo che mi mancava il mondo accademico, avevo voglia di scoprire e di diventare uomo, e senza cultura un uomo è ben poco.

Una sera, mentre servivo ad un gruppo di Indiani una tagliata di manzo, dalla finestra del locale vidi passare come un fantasma nella notte un ciuffo di capelli rossi a me familiare. Lo stupore fu ancora più grande quando il campanellino della porta suonò annunciando l’arrivo della mia bella dama. Che poi mia non era, però la immaginavo già mia, la sognavo tra le mie braccia.

Con aria stupita mi salutò e mi domandò cosa ci facessi in sala. Risposi balbettando che dopo la scomparsa di sua zia l’altra proprietaria mi fece salire di grado e oramai da qualche settimana lavoravo come cameriere, orari più decenti e paga migliore. E così, scrutandomi nuovamente con quello sguardo indecifrabile, si sedette ad un tavolo con altre persone lasciandomi affogare nelle mie fantasie.

Sfinito dalla mole di lavoro di quella sera, mi apprestai a chiudere le luci della cucina, spazzai un poco per terra, tra uno sbadiglio e l’altro udii degli schiamazzi provenire dalla strada, così curioso andai a vedere. La ragazza dai capelli di fuoco stava imprecando contro un’altra persona, maschio o femmina non saprei dirlo, era troppo buio, eppure riconobbi la sua voce e la luce del lampione per quanto debole si rifletteva su quella chioma dal colore del sangue. Lesto girai la chiave nella toppa e lentamente mi avvicinai alla ragazza. La chiamai un paio di volte con i primi appellativi che mi venivano in mente. Mi accorsi solo allora che non sapevo nemmeno come si chiamasse. Prendendola sottobraccio le chiesi se andasse tutto bene ma lei, sobbalzando, mi diede uno spintone e tra una biascicata e l’altra capii che doveva aver alzato troppo il gomito quella sera. E così, scusandomi con il malcapitato dall’altro lato della strada, la portai, come un eroe, a casa.

Lungo tutto il tragitto subii i suoi discorsi senza senso, ai quali rispondevo solo annuendo intento a cercare la via. Quando finalmente arrivammo, tra un singhiozzo e l’altro, le aprii la porta. Mi disse che ora si sentiva meglio e che riusciva ad andare a letto con le proprie forze. Così, stanco ma felice, fui sul punto di andarmene, quando sentii uno strattone da dietro La ragazza mi sbatté al muro con una forza fuori dal comune e con foga animalesca mi baciò.

Non so cosa mi passò per la testa quella notte, e se potessi tornare indietro, non nego che rifarei tutto daccapo, però, mentre la spogliavo, ansioso di contemplare quel corpo nudo, la mia testa faceva strani pensieri. Come potevo fare una cosa del genere? Non la conoscevo nemmeno! Ma l’animo razionale, come è ben noto, è muto di fronte alla voce della libidine.

Fu una notte indimenticabile.

E indimenticabile fu anche la chiamata che mi arrivò qualche mese più tardi.

All’altro capo del telefono una voce tremolante mi disse che era incinta, che il figlio era mio e che oramai era troppo tardi per non volerlo più.

Dannazione. Dannato Dio, Allah, Buddha ed ogni forma di vita ultraterrena! Come ho fatto ad essere così idiota? Eh no, io le precauzioni le ho prese. O forse no? I dubbi mi attanagliavano la testa e il cuore andava all’impazzata. Ho vent’anni, venti! Ho una vita davanti, devo ancora sbagliare, avere tante donne e tanti soldi. Ed ora come faccio? Sono rovinato, rovinato. Maledetta lei e maledetto vino, ma maledico anche me stesso e il fuoco che quella notte mi arse dentro.

L’indomani ci incontrammo davanti ad una tazza di tè fumante. Lei mi disse che il bambino lo voleva tenere, con o senza il mio aiuto, e naturalmente con o senza la mia presenza. Mi disse che lei era forte, indipendente, e che la sua famiglia sarebbe stata pronta a sostenerla. Beata lei pensai io. Prima che io potessi risponderle scappò in bagno.

Quando ritorna le dico che è stato tutto un errore, che mi dispiace ma che io un bambino non posso averlo, non lo voglio e che non sono pronto a sostenere un fardello così pesante. Sì, sì, andrà tutto bene. E poi lo ha detto lei no? Sono stato fortunato questa volta. Ho schivato il colpo.

L’ho davvero schivato?

Pensandoci bene però le cose si fanno in due. La colpa, se così si può chiamare la venuta di un nuovo individuo, è sempre a metà. Ma io non posso rinunciare ai miei sogni, ho tante cose ancora da fare, tante cose ancora da vedere. Non posso farcela. Non sarei mai un buon padre. Voglio laurearmi in biologia e salvare il mondo. Il danno è fatto, la colpa è di entrambi, però, lei è la madre e quindi è giusto che il bambino resti con lei. Non so nemmeno se è mio quel bambino per giunta. Ma no, no, non potrebbe mai mentirmi. Che ne guadagnerebbe? Sono un cameriere non un avvocato. No, no, adesso me ne vado da qui, le lascerò un biglietto, tornerò in Italia e tanti cari saluti. Non pagherò a vita la sua lussuria, perché suo è stato il primo passo e sua ora è la responsabilità. Sì, sì, risolto, le dirò ciao, tante care cose e auguri per il parto. Sì, sì, le scriverò così. Però poi me ne pentirei, so come sono dannazione. Devo fare l’uomo e parlare a voce. Rimarrò qui e farò l’adulto.

Eccola uscire dal bagno, ora io le spiegherò e le dirò tutto.

Quelle parole non mi uscirono mai dalla bocca, mi rimasero congelate in gola come neve. E ringrazio Dio o chi per lui, perché se avessi fatto quell’enorme sbaglio, quello di andarmene, non avrei mai visto quanta potenza c’è nell’atto di mettere al mondo un figlio, quanta bellezza c’è in una nuova creatura e non avrei mai capito fino in fondo il significato della parola amore.

Mi sarei perso la bellezza degli occhi azzurri della mia piccola bambina. Mi sarei perso le notti insonni, mi sarei perso i baci, le carezze, le ginocchia sbucciate, i primi amori, i primi litigi ed i primi pianti.

Da giovane pensavo che la vita con la nascita di un figlio finisse, che sarebbe stata la fine della giovinezza, la fine del tempo dei bei pomeriggi sul lago con gli amici e le canzoni. Ed effettivamente è così, ma non è la fine di un percorso, è l’inizio di qualcosa di nuovo. Perché capisci che in fondo, in tuo figlio, ti vedrai giovane per sempre.

Francesco Filippini

*

11739620_10206332548185443_1995522447_nSono nato in una piovosa domenica di Maggio. Quando ero piccolo volevo fare il ninja, il paleontologo, l’entomologo e il violinista. Poi, purtroppo o per fortuna, sono cresciuto. Ascolto grandi classici come Heifetz, Fabrizio Tarducci e Gavin DeGraw. Ho i calli sulle dita per la penna e l’archetto. Porto il Giappone nel cuore ed un amore in testa. Frequento la facoltà di Lettere Moderne a Trento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *