Insomnia – Ginevra Miranda

12030880_892766287481152_59007225_nDamaride si alzò dal letto senza bisogno della sveglia anche quella mattina; come sempre la casa era deserta anche se portava i segni di persone indaffarate che avevano fretta di arrivare in tempo al lavoro. Vestiti gettati ovunque di chi si svegliava sapendo di dover correre a prepararsi e a fare colazione al più presto per poi non trovarsi a correre lungo la strada, che era forse peggio di pensare di doversi dare una mossa.

La gente di città generalmente preferisce lo stress mentale al sudore

pensava Damaride mentre assonnata guardava nello specchio il suo caschetto scompigliato, il viso pallido. Ancora una notte passata in compagnia dell’insonnia che andava e veniva, che per poche ore sembrava lasciarla dormire serena, ma che poi senza preavviso rendeva le gambe di Damaride pesanti, così lei le piegava e le stringeva. In seguito avvertiva un lieve dolore al petto, allora Damaride si rigirava nel letto per soffocare quel fastidio. Infine l’insonnia arrivava agli occhi. Damaride aveva sempre avuto paura del buio, ma quando non riusciva a dormire, non chiudeva gli occhi nemmeno se lo voleva con tutta se stessa. Continuava a guardarsi allo specchio. Che cosa le prendesse di notte non lo capiva, ma non voleva interrogarsi troppo su questo perchè chissà che ragioni strane aveva per soffrire di insonnia. Anche la stranezza, come tutto ciò che non seguiva un corso regolare, la terrorizzava.
Tutto sommato, quella mattina, a casa deserta e con la prospettiva di una giornata priva di impegni, Damaride pensò di possedere un animo forte. In fondo, nonostante la stanchezza per il poco riposo che da anni la perseguitava, lei conduceva la sua vita sulle proprie gambe, anche se piuttosto barcollanti. A volte bastava davvero un soffio per farle perdere l’equilibrio e trovarsi quindi a fare i conti con quanto era duro l’asfalto. Damaride, però, aveva deciso di non pensare né al suo sonno effimero né tanto meno a tutti i lividi e i graffi che la sua pelle bianca presentava.
Da questi pensieri la distrasse il suono del microonde: il caffelatte era pronto. La ragazzina si ricordava bene delle raccomandazioni del medico su come prevenire e curare l’insonnia, una di queste era quella di evitare il caffè. Il caffè era per lei veleno. Peccato che Damaride era consapevole di trovarsi all’interno di un circolo vizioso, come il vortice che stava creando lei stessa mentre girava il cucchiaio nel latte. Come poteva rinunciare ad almeno tre caffè ogni giorno se la notte prima non aveva dormito? In questo modo, però, la bevanda non l’avrebbe aiutata a riposare durante la notte seguente.

Intrappolata nei problemi in un concatenarsi infinito di effetti collaterali.

Le piaceva questa definizione del suo stato attuale, in qualche modo la aiutava a riderci su. Ma quella mattina Damaride aveva il presentimento che sarebbe stato un giorno speciale perché avrebbe smesso di pensare, ecco scoperto un modo per essere forti. Si pettinò bene i capelli, si vestì e uscì di casa con pochi soldi e le cuffie per la musica. Al bar sotto casa erano finalmente arrivate le sue sigarette preferite, e si sentì subito precipitare in quel famoso circolo vizioso delle cose che nuocciono alla salute. Damaride comprò quelle sigarette e si diresse verso il parco cominciando a toccare ansiosamente il pacchetto. Tutto sommato, nelle ricadute del genere (e per “ricadute” Damaride intendeva “cose che mi fanno male ma a cui cedo ugualmente”) trovava un po’ di ironia nel notare che il giovane barista le aveva sempre venduto, assieme alle sigarette, accendini rosa, lilla o viola. Così mentre camminava nel parco, fantasticava sul perché solitamente si trovava in mano accendini proprio di quei colori; la spiegazione più banale era certamente che Damaride aveva il visino di una bambina e le bambine amano quei colori. Oppure semplicemente il barista vendeva quegli accendini a lei perché era poco opportuno darli agli adulti, oppure (ipotesi che le piaceva molto di più) quegli accendini erano un augurio. Un augurio allegro di pronta guarigione.
Damaride sorrise, fu un sorriso buffo con la sigaretta tra le labbra. Cominciò a camminare un po’ più spedita, ascoltando la musica. Era tanto tempo che non faceva una passeggiata al parco, forse anche più di un anno, però conosceva una strada che non avrebbe mai dimenticato. Era fatta di vie strette e sempre fresche perché circondate da alberi e cespugli, e dava l’impressione di allontanarsi sempre di più da qualsiasi edificio, persona, rumore. Non c’era nessuno nei paraggi, finalmente. Damaride rallentò il passo, ormai respirava solo attraverso le sue sigarette, e sgranò gli occhi per guardarsi in giro. Trovò una panchina nascosta da ogni cosa, dalla quale si faticava addirittura a scorgere il cielo; lì nessuno avrebbe sentito i suoi colpi di tosse in aumento. Si tolse il maglione e si sdraiò sulla panchina, il suo braccio invece pendeva fuori quasi come se fosse morto, le punte delle dita reggevano il filtro fumante.

Ogni sigaretta bruciata è la volontà di essere salvati. Da chi, da cosa in fondo lo so solo io, che sto mandando in fumo i miei giorni. Ma quante sigarette, quanta gente disperata vedo intorno a me. Quanto tempo dura l’azione del dolore? Non importa, la gente come me lo soffia via dal petto e lui riemerge e si sospende per un po’ nell’aria come le nuvole che si agitano in questo cielo grigio.

Per un solo momento, quando la piccola Damaride si voltò verso il pacchetto quasi vuoto, giurò di non leggerci più: “il fumo uccide”, ma

E’ tempo di reagire.

Ginevra Miranda

***

gineIl mio nome è Ginevra Miranda e ho vent’anni tondi tondi. Una bellissima età che parla da sé; a detta di molti è addirittura la migliore. Si dice che sono nel fiore della bellezza della vita. Io, per la verità, delle potenzialità di questo fiore so ben poco e credo che in fondo questo sia normale, considerato che un fiore, per quanto possa sentirsi profumato e candido, è bello per gli altri e non per se stesso. Per quanto possa essere fiorita la mia vita, una cosa so di sapere: il fascino della mia età sta nel sentirsi a tratti grande e potente, a tratti delicata e piccola.
Con queste consapevolezze, conduco la mia vita il più serenamente possibile a Muggiò, un paese in provincia di Monza Brianza, più Monza che Brianza,  preciso solitamente io.
Ho viaggiato molto poco, ma le avventure che mi hanno sorpreso resteranno per sempre impresse nella mia mente, alcune hanno lasciato il segno nel mio cuore. Dicono che di ritorno da un viaggio, l’animo non torna mai uguale a come era in partenza. E’ così vero. Un nuovo viaggio non porta solo nuove esperienze, nuove scoperte, ma regala anche nuove visioni della realtà e nuove abitudini con cui ci troviamo a fare i conti al nostro ritorno.
Il viaggio che ha avuto eco nei miei giorni da quando ho volato in aereo fino ad oggi è stato quello in Irlanda, patria agli occhi miei di indipendenza e libertà la cui storia rappresenta per me una strana coincidenza. Infatti visitando Dublino e zone limitrofe, ho scoperto quanto gli irlandesi lottarono per la loro identità nazionale e quanto al giorno d’oggi siano orgogliosi della fatica, del sangue versato e finalmente della loro liberazione.  Così, passo dopo passo in una città colma di ragazzi in divisa scolastica e i più strambi artisti di strada, di vento e di aria di pioggia, di nuvole grigie e di verde speranza, mi sono promessa che anche io in qualche modo avrei dovuto trovare la mia strada. Non sapevo come però, e a quel punto l’Irlanda fu ancor più generosa con me: alla mia voglia di ribellione affiancò una musa ispiratrice.
Conobbi Rebecca, una ragazza irlandese che custodiva nella sua borsa un quaderno dalle pagine colme di disegni e poesie. Per dieci giorni sfogliai i suoi pensieri, fino al giorno prima di partire, quando chiuse per l’ultima volta il suo inseparabile quaderno e mi disse che avrei dovuto scrivere anche io qualcosa, una volta a casa. Sorrisi e non le risposi, pensando che fosse una cosa assurda.
Tornata a casa, disfatte le valigie e stampata qualche foto ricordo, mi procurai un quaderno e feci attenzione a comprarlo dalle pagine bianche. Cominciai a scrivere.

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