Alcolisti anonimi – Matteo Candelori

unnamedOHIO, INCONTRO ALCOLISTI ANONIMI.

“Tocca a te Brian, vieni qui e raccontaci la tua storia..”
Ci trovavamo in un vecchio edificio fatiscente, retto malapena dalle storie piene di sdegno e dissenso ch’era costretto ad ascoltare. Il volontario che stava lì, come se dovesse interrogarci, lo conoscevo da tempo e lui conosceva il mio nome. Era più o meno la quarta volta che bazzicavo da quelle parti e mai prima d’ora me l’ero sentita di parlare. C’era ogni martedì d’ogni settimana quell’incontro di beoni – come se bastassero quattro parole ogni sette giorni per espiare i peccati che l’alcol induceva a compiere – ed io ci andavo solo e soltanto per ascoltare le storie dei miei – dicevano – amici di bevuta – così li chiamavano, ma io non ero mai stato amico dell’alcol né tanto meno loro amico.
Alla fine mi decisi, puntai le mani sulla sedia che reggeva il mio culo retrogrado e feci forza per alzarmi. Picchiettai un po’ sul microfono e alla fine riuscii a parlare:
“Ciao a tutti..” dissi, “Mi chiamo Brian!”
“CIAO BRIAN!” dissero loro, quasi in coro.
“Quella.. sì, beh, quella che vi racconto oggi è la mia storia da sobrio o meglio la storia che ha reso incompatibili me e l’alcol, nostro nemico comune, che sia ormai un brutto ricordo per qualcuno, o una piaga sanguinolenta per altri di voi. La mia storia inizia due anni fa, d’inverno, faceva freddo e le strade erano difficilmente praticabili. Ero più giovane di due anni e il mio fegato era ancora un buon fegato. Bevevo, delle volte. Non ricordo bene che giorno fosse ma ricordo bene cosa accadde e prego Dio mi faccia scordare. Si avvicinava la notte, cupa e fredda come la morte assonnata, ed io ero fermo a un bar ch’era solito raccogliere derelitti e vecchi atrofici. Mio figlio, Luke, lo avevo lasciato a una festa da un suo amico e le ultime parole che gli dissi furono “chiamami, quando non te la senti più di star qua, chiamami che vengo a prenderti..”
Feci una breve pausa, poi cominciai a parlare di nuovo.
“Mia moglie, sua madre, era morta da appena due mesi e nei successivi portai mio figlio dallo strizzacervelli per farlo sfogare.. aveva undici anni allora e lo psicologo mi disse che aveva riscontrato nelle sue parole accenni di misantropia, di rifiuto verso il genere umano.. “come biasimarlo?” gli feci io… il locale cominciava a svuotarsi, comunque, e da mio figlio nessuna chiamata –davanti a me avevo quattro bicchieri completamente vuoti che forse avevano passato giorni migliori. Mio figlio mi aveva chiamato, ben diciassette volte, ma questo lo vidi soltanto dopo. Decisi quindi di partire tenendomi ai bordi della strada, avevo i riflessi rallentati e l’alcol cominciava a fare effetto rendendo i miei sensi assopiti ma tenni duro e mi schiaffeggiai. Ci misi quaranta minuti in quelle condizioni per arrivare a destinazione. Ma quale destinazione? Arrivai a casa dell’amico di Luke e lasciai la macchina a un centinaio di metri da lì –c’era un rimorchio ribaltato che rendeva impossibile il passaggio. Scesi dalla macchina e percorsi i restanti metri a piedi, trepidante e al contempo assuefatto da un senso di torpore. C’era mio figlio steso a terra. Galleggiava in una pozza di sangue e i medici del pronto intervento non stavano neanche provando a rianimarlo. Quel che più mi restò impresso di quel giorno non furono le domande che mi feci poi, non furono le persone che mi vennero a far domande su chi fossi, cosa fosse successo –come se potessi saperlo- o cosa stessi facendo io nel frattempo.. ciò che si fece strada, con caparbietà, sino all’anticamera del cervello da dove ancora oggi, delle volte, posso sentirlo respirare, fu l’odio inoppugnabile che provai nei miei confronti. L’odio che provi una sola volta nella vita e spesso è proprio attraverso quest’odio che smetti di vivere. Non so bene come andarono le cose quel giorno ma la polizia mi disse che l’autista del tir, ubriaco, non riuscì a tenerlo in strada e mio figlio venne brutalmente travolto. Una persona in grado di reagire, al mio posto, avrebbe ribaltato la sorte che le era stata assegnata dal destino.. io non ce la feci. Iniziai a bere con frequenza -intervallata soltanto dai pochi momenti in cui riuscivo a fissare con vergogna la tomba terrena di mio figlio- e col tempo persi di vista quella che prima del fatidico giorno chiamavo ‘vita’ ..smisi di percorrere i ponti che mi legavano alle poche persone vicine, tolsi le ancore, spiegai le vele e mi abbandonai al frigido cullare di un mare fatto di birra e whisky. La vita non era mai passata così velocemente.”
Presi poi un po’ d’aria, espirai e cercai di finire la mia storia. Credo che a loro servisse più di quanto servisse a me raccontarla.
“Un giorno, poi, mentre me ne stavo davanti la tomba di mio figlio –potrei giurare di aver sentito la morte appoggiarmi una mano sulla spalla, come se volesse confortarmi- vidi un cane spuntare da dietro un albero. Un piccolo randagio di taglia media, senza pretese, bianco come un fulgido bagliore di speranza. Lo vidi far la pipì ai piedi dell’albero e poi venire verso di me. Si fermò ai miei di piedi e per un attimo temei che volesse far la pipì anche su di me. Posò poi le zampe posteriori a terra e iniziò a bivaccare lì con me, di fronte al mio Luke. Non so bene quanto tempo passai lì, ma il Sole cominciò ad arrendersi alla notte e mentre la luce del giorno sommessa diventava sempre più impercettibile, decisi di tornare a casa –una casa che avevo deciso di vendere. Dal cimitero me la feci a piedi e il randagio mi seguì. In fondo mi aveva tenuto compagnia.. e poi perché cacciarlo? I giorni da lì passarono e il cane si guadagnò un nome. Lo chiamai Bart –da Bartolomeo, mio padre; si somigliavano. Una mattina, mentre stavo finendo di traslocare –avevo da poco trovato i compratori- Bart se ne venne fuori dal sottoscala con un diario in bocca, una vecchia moleskine rilegata in pelle nera. Era mezza impolverata e non sapevo neanche cos’altro ci fosse rimasto in quel sottoscala. Bart la lasciò cadere ai miei piedi. La raccolsi, stetti un po’ a guardarla e alla fine cominciai a leggerla. Era di Luke quella moleskine. Mio figlio visse di nuovo grazie a dei fogli bianchi pregni d’inchiostro e lo fece per merito di un cane che incontrai per caso. E se non fosse stato un caso? Quel giorno fu il mio primo giorno da sobrio. Le parole che lessi in quel piccolo libricino furono per me un placebo transitorio che col tempo diventò un vero e proprio farmaco contro l’ipocondria. Ricominciai a vivere. Sentii, per la prima volta dal giorno dell’incidente, di meritare la vita. La casa, alla fine, decisi di non venderla più. Cercai e trovai di nuovo un lavoro. Io e Bart facemmo visita a Luke tutti i giorni..”
Speravo in qualche modo che il mio racconto fosse stato trasportato dal vento, come il polline con le api. C’erano persone che avevano bisogno di me come al tempo in cui finii quasi per mollare io avevo avuto bisogno di quelle persone. Stettero tutti ad ascoltarmi, rimasero lì in un solenne silenzio che a ripensarci mi vengono i brividi. Loro poterono contare su di me. Io potei contare su un cane errante incontrato per caso –o almeno così mi piace pensarla.
La morte saprofaga, che vegliava con prudenza la porta d’ingresso e d’uscita del posto, fece un passo indietro. Niente vittime di cui cibarsi questa volta.
“Andiamo Bart.. su, bello, andiamo!” dissi.

Matteo Candelori

***

10420219_10202738031347072_3418564410373822631_nMi chiamo Matteo Candelori, ho ventiquattro, sono un nostalgico dei tempi che furono –pur non avendoli vissuti per ragioni puramente anagrafiche- e vivo in Umbria, in un modesto paese di ventimila anime vicino Perugia. La mia passione per la scrittura, volendo usare una metafora, la definirei “un piccolo feto nato prematuro, in perfetta forma, ma che necessita di continue cure e attenzioni”. L’interesse per i particolari e la sensibilità che riesco ad impiegare in molteplici forme d’arte convenzionale e non, spesso mi permettono di dar libero sfogo all’estro e alla creatività che di solito risiedono latenti nell’animo di chi poi ne fa uso. Si può forse definire “vita” questa giostra sopra la quale veniamo lasciati il più delle volte soli con noi stessi?

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *