Dirty woman – Laura Pagura

12048870_1056195754391048_441067441_n– Come fai?

Avevo lasciato per ultima la domanda che mi premeva di più.

Lei era una prostituta.

Io, io ero solo una giornalista curiosa.

Non sgranò gli occhi come mi ero aspettata, mi squadrò e, poi, socchiuse gli occhi.

– Vuoi proprio saperlo?

– Sì.

– Faccio come devo fare: me ne sto lì buona, faccio quello che gli uomini si aspettano: succhio i loro cazzi, faccio dei magnifici pompini…spero sempre di farli venire con quelli…poi chiedo se hanno il preservativo, non lo vogliono, vogliono provare a fregarmi allora mi dimeno dico no, no ed ecco che lo tirano fuori. E, poi, e poi sai come va a finire…Qualche urletto, qualche frase per compiacerli. Sono uomini.

– Sono uomini.-  ripetei. – Lo sai che non sono tutti così. Hai mai subito violenze?

– Secondo te non è una violenza fare sesso controvoglia? No, una volta uno mi ha picchiato…ho preso un sacco di botte, sono stata a letto per giorni, non riuscivo a camminare.

Vestivamo entrambe i nostri abiti migliori: lei una minigonna stringata e una maglietta di Betty Boop scollata, io un vestito nero che mi appariva tremendamente lungo rispetto alla sua gonna.

Mi aveva raccontato di come sua madre l’avesse spinta sulla strada a quattordici anni perché soldi a casa non ce n’erano e io mi ricordai della mia e non piansi solo perché ero seduta su una sedia di fronte ad una prostituta con il cuore duro come il cuoio.

Che cosa avrei potuto dirle? Che ci accorgemmo di mia madre solo quando smise di riuscire a fare retromarcia senza distruggere la macchina? Che ci accorgemmo di lei solo quando la trovammo agonizzante in una pozza di vino scadente nel tinello di casa nostra?

Dissi solo: – Mia madre era alcolizzata.

– La mia si faceva. Io dovevo stare per strada per pagare le sue dosi. Poi è morta, per fortuna. Chi si fa non ama nessuno, mia madre non mi ha lasciato niente se non brutti ricordi.

Avrei potuto sottoscrivere quella frase: avevo visto come aveva perso la via, la strada, chiudendosi in un letto a bere dopo la morte di mio padre. Avevo sentito l’odore di quel vino scadente per infiniti giorni. L’avevo trascinata in clinica, l’avevo vista rialzarsi e cadere innumerevoli volte, finché era morta e con lei erano morti i miei sospiri.

– Ecco. Volevi sapere cosa fa una prostituta…Non credevo che ai giornalisti interessasse questa roba. Noi stiamo sulla strada, siamo invisibili.

Sì, vi vedono solo gli occhi gialli nella notte dei cercatori d’amore: un amore impuro che non conosce pace.

– Cosa credi che cerchino da te quegli uomini?

– Tette enormi, pompini…

– No, cercano qualcosa di diverso…Cercano la fuga dalle loro case, dalle loro mogli indaffarate e abbruttite. Cercano il calore e qualcuno con cui sfogarsi senza impegno.

Alla sua bocca mancavano due denti, si chiamava Aniska ma non veniva dall’estero, aveva detto che suonava bene e, poi, i clienti preferivano le straniere.

– Non so cosa cercano, so cosa vogliono da me.

Avevo setacciato le strade di notte per riuscire a trovare una prostituta che volesse concedermi le sue parole: poi, avevo trovato Aniska.

Piccola, minuta, senza denti, i capelli lunghi che le ricadevano sul seno morbido e prosperoso: sembrava una bimba disegnata da un mangaka.

– E tu cosa vuoi da loro?

– Quello che voglio anche da te: soldi. Voglio costruirmi una casa, fuggire da questo mondo di merda…

Anche mia madre voleva fuggire: da noi figlie, da se stessa. E, così, beveva.

Nessuno mi leverà dalla mente mai i loro sguardi uguali: Aniska e mia madre.

Lo stesso grido di aiuto: salvami, salvatemi.

– Se ti levassi dalla strada e ti dessi un lavoro?

Mi guarda con lo stesso sguardo di ferro di poco prima:

– So fare solo questo. E’ il mio destino.

– No, non lo è.

– Io devo fare soldi.

– I soldi, Aniska, le cose…non so come dirtelo, finiscono per possederti.

– No, i soldi non mi possiedono, mi servono. Voglio uscire da quel palo di merda, da quella roulotte del cazzo.

– Potresti diventare la mia segretaria, che ne so…qualcosa di pulito.

Mi guarda con tenerezza infantile e poi dice in un soffio alzandosi: – Posso andarmene?

– Perché? L’intervista non è finita.

– Cos’altro cazzo vuoi sapere?

Come ci si sente a morire ogni giorno, più volte al giorno tra le braccia, le tenaglie strette di uomini affamati.

Vorrei parlare ma le parole non escono, dico solo quello che avevo detto a mia madre l’ultimo giorno della sua vita:

– Non sei sola, Aniska. Volevo solo dirtelo.

Sorride, scappa via e mi lascia finalmente piangere in completa solitudine.

Avevo cercato di ripulire la mia coscienza sulla sua pelle: mi chiesi che cosa faceva dell’amore qualcosa di sacro, mi risposi che era sicuramente la tenerezza.

La tenerezza di chi ti sfiora prima di entrare in te, di prenderti tutto e lasciarti senza niente.

Quella sera ripassai in macchina dal lampione di Aniska: la vidi appoggiata al finestrino di qualche cliente. Mi dissi che non le avevo chiesto come si sopporta il freddo d’inverno a stare mezze nude in strada. Mi risposi che avrebbe riso della mia domanda. La vidi fuggire in quella macchina, per una nuova notte fugace da schiava, per qualche soldo, solo per qualche soldo.

Laura Pagura

***

12047596_1056195571057733_632710647_nSono Laura, ho 24 anni. Scrivo perché non so fare altro, scrivo perché la scrittura è ricordo, è autoanalisi, è passione. Sono una futura ex-studentessa e il mio sogno è quello di continuare a scrivere fino alla fine dei miei giorni, raccontandoli tutti uno per uno, perché la scrittura è vita, la scrittura è emergenza.

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