Legàmi – Matteo Candelori

12064285_10206714808223189_1095945136_nDopo il nostro viaggio in Alaska, mio padre, mentre tornavamo in aereo a Milano, mi raccontò di quando aveva letto, mesi addietro, un piccolo libricino sul ciclo vitale dei salmoni rosa. È da quell’episodio che aveva deciso di portarmi a visitare Kodiak per la fine dell’estate. C’era stato un periodo in cui, prima di partire, aveva fatto visita più volte ad un suo amico pescatore. Tornava a casa la sera tardi, quando ormai anche i cani del vicino avevano perso la voglia di farsi notare adottando la politica del triste latrato. Era un continuo parlare di questi pesci coriacei, della loro forza, dei loro famosi voli pindarici a pelo d’acqua. Per lui erano animali straordinari i salmoni. In aereo, mentre stavamo sorvolando l’Oceano Atlantico ad una quota di circa diecimila metri, repentino disgiunse le labbra, più veloce di un serpente, poi disse:
“Sono pesci, eppure non si fanno assoggettare dai dogmi che la natura impone loro…”. Fece un piccolo cenno con la testa, come a congratularsi con quello che gli stava per uscire di bocca da lì a poco, poi disse, “…così, anche se in maniera non convenzionale, vivono due vite: quella di un pesce… quella di un uccello!”.
Dopo la morte della mamma, lui non era stato più la stessa persona -o almeno così mi disse chi lo conosceva prima che la mamma venisse a mancare. Era caduto nella cosiddetta spirale depressiva acuta; un concetto abbastanza delicato da affrontare all’epoca, meno ancora adesso che si parlava spesso di graziosi pesci stoici e deliberatamente suicidi. Sì, perché mio padre mi aveva raccontato tutto su di loro, compresa la tendenza a morire dopo essersi riprodotti.
“Durante la stagione riproduttiva, dopo aver abitato l’oceano per gran parte della loro vita, i salmoni, in massa, migrano verso i fiumi da loro scelti per deporre e fecondare le uova…”, si guardò attorno, poi proseguì, “Risalgono il letto del fiume, controcorrente, alla mercé di grandi massi e orsi famelici che attendono impazienti di cibarsi delle loro carni. I fortunati che riescono in questa impresa, infine, s’ abbandonano al lento cullare del cheto fiume che attende il parto. Tutti i salmoni, dopo che le uova sono state tempestivamente fecondate, muoiono. Lasciano la prole in balia del fato e della buona sorte”.
Non appena smise di raccontare, l’hostess annunciò che l’aereo si stava preparando per l’atterraggio e che ci sarebbero voluti ancora diversi minuti. La mamma non l’avevo conosciuta. Casa era priva di ogni sua foto che potesse in qualche modo aiutarmi a capire come fosse fatta. Il suo volto per me era un abisso nel quale non mi ero mai potuta specchiare. Avevo più volte pensato a cosa le fosse successo; mio padre, quando domandavo qualcosa di lei, esordiva sempre con un laconico “tua madre non c’è più, è morta quando eri piccola!”. Quasi ogni giorno chiedevo a mio padre come se ne fosse andata, ma ogni volta che tentavo di parlarne, il suo corpo reagiva in maniera convulsa, refrattaria, come se dovesse proteggersi da un virus letale. Si chiudeva in se stesso per giorni, e il suo autismo, che si palesava allora con preoccupante frequenza, faceva la sua comparsa come in uno scadente canovaccio sub-teatrale.
Da quando si era appassionato alla storia dei salmoni, invece, il suo piccolo problema era andato assottigliandosi fino quasi a scomparire del tutto. Lo si poteva riconoscere soltanto nel suo sguardo a volte perso, vacuo, inebetito. Di rado, si perdeva lungo una linea immaginaria posta più o meno all’infinito. Io lo lasciavo fare. Lasciavo che parlasse di tutto quello che voleva, anche di un argomento all’apparenza banale come quello che aveva interessato le nostre vite negli ultimi mesi. Guardando dall’oblò vicino al quale ero seduta, sembrava che l’acqua di cui era composto l’oceano fosse come una strana continuazione dell’aereo stesso, di tutti i passeggeri; perfino di me stessa, della mia rigida anima da adolescente.
“Papà… posso sapere come è morta la mamma? Tu te lo ricordi ancora, vero?!”, chiesi io, forse interdetta, ma speranzosa.
Lui mi guardò, poi si guardò attorno ed ebbe come un sussulto, un breve spasmo facciale dovuto probabilmente allo stress che una tale domanda gli aveva provocato. Poi, contro ogni mia più rosea aspettativa, disse: “Tua madre è morta poco dopo averti dato alla luce. Qualche ora prima del parto, la placenta da cui ti nutrivi si è staccata e tua madre è andata incontro a delle complicazioni dovute molto probabilmente all’emofilia di cui ha sempre sofferto. Dopo un veloce scambio di opinioni con i medici, per niente recalcitrante, tua madre decise che era più importante che nascessi tu. A quel punto un’interminabile attesa. Lei non ce l’ha fatta, tu sì. Si è sacrificata affinché nascessi. Ha sacrificato la sua anima pur di riuscire a sfiorarti… come fanno i salmoni, giusto?!”
Quando ebbe finito di raccontarmi di mia madre, si girò di scatto e si mise a fissare il sedile che aveva di fronte. Fargli altre domande, ora, sarebbe stato come togliere la sicura ad una bomba che aspettava soltanto di esplodere.
L’hostess, dal fondo del corridoio, picchiettò un po’ sul microfono, poi disse:
“Si comunica ai gentili passeggeri che tra circa tre minuti saremo arrivati a destinazione. Vi ringraziamo per aver viaggiato con noi”.

Matteo Candelori

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