Viola – Elisabetta Gavetti

98e1ab9e97b44022033dfd37fd4f3527Viola stava impalata davanti alla finestra del salotto, a fissare Ivan. Le parole che le erano appena state scaraventate addosso le stavano lentamente scavando dentro, non riusciva a trovarne altre per rispondere.
– Senti no, non volevo dire che… – Ivan si era alzato dal divano, cercando di cucire insieme qualche scusa che potesse funzionare a tamponare gli effetti di qualcosa che sapeva, stava già rivoltandosi contro di lui.
– Hai ragione. Sono io la cretina che ti sceglie ogni giorno dal primo giorno, mentre tu ancora ti stai chiedendo se l’unica volta che lo hai fatto non sia stata una di troppo.
– Ma no, Viola, senti lo sai che parlo senza pensare…
Ma lei era già quasi davanti alla porta d’ingresso, decisa ad uscire.
– Dove vai, non vedi che sta per piovere… Dai Viola senti parliamone….
– Parlane da solo, magari riesci a capirti, perché io sto perdendo le speranze.
Viola uscì senza sbattere la porta, senza lasciare ad Ivan nemmeno la compagnia di quell’eco nel silenzio vuoto dell’appartamento.
Scese le scale di corsa e quasi senza sfiorarne i gradini, senza alzare lo sguardo al cielo fino a che le suole non toccarono l’asfalto della via; allora vedendo quelle nuvole grigio stinto, pensò che in fondo per una volta tanto il tempo era stato clemente con quello che sentiva dentro e fino all’anima, dopo l’ennesima discussione con qualcuno che sapeva di amare, e nonostante questo a volte non riusciva a capire del tutto.
Prese a camminare a passo svelto, ascoltando distratta il fruscio del proprio vestito smosso dal vento. Il paese le fu presto alle spalle oltre la salita, ritrovandosi ora ad attraversare schiere di vigneti ad entrambi i lati della strada. Le crepe nel catrame lasciavano crescere ciuffi di gramigna, quella che, pensò, probabilmente era l’unica pianta in grado di spuntare anche davanti alle porte dell’Inferno.
Ogni tanto qualche macchina le passava di fianco scivolando via, e poteva vedere lo sguardo del guidatore che la sbirciava dallo specchietto retrovisore. Si chiedeva  sempre che ci trovassero nel frugare in quel modo nella sua figura che si allontanava.
Ogni tanto abbassava lo sguardo verso le proprie scarpe, cercava di camminare seguendo l’ombra della linea di margine ormai stinta, occupando meno spazio possibile, non per cautela verso un traffico pressoché inesistente su quel tratto di strada.
Raggiunto il primo, piccolo paese, alzò di nuovo gli occhi al cielo, scendendo verso l’orizzonte e i dorsi delle colline intarsiati da paesi arroccati tra poggi e boscaglie. Il vento sembrava imbottire le nuvole che andavano inspessendosi, mentre in lontananza una foschia bluastra già era scesa sul paesaggio, come una pennellata su un acquerello appena abbozzato.
Dalla prima casa sulla sinistra la voce di una fisarmonica si disperdeva nell’aria umida, strappando un sorriso a Viola che fino ad ora, senza rendersene conto, aveva tenuto la fronte corrugata e le labbra serrate, simmetriche e sigillate.
Chissà se pioverà davvero…” Pensò poi, mentre la musica solitaria già andava diluendosi nel silenzio della via interna, che si stendeva in salita tra i caseggiati, come un fiume tra due rive, seguendo il proprio corso. Non c’era anima viva in giro, nemmeno un gatto poco propenso a socializzare, un vecchio sguardo da una finestra, niente. Solo il profumo di un albero dai fiori bianchi interruppe quella stasi, facendosi cercare tra le mura abbandonate e i cancelli arrugginiti di case ormai lasciate al tempo e alla sua mano rovinosa.

Il pensiero ritornava ciclicamente ad Ivan, alla loro discussione e a ritroso verso la causa, che ora di fronte al vuoto che l’avvolgeva nel paese in apparenza deserto, le sembrava una semplice idiozia. Come sempre del resto, da una sciocchezza tra loro si scatenava un temporale. Si morse le labbra poi, trattenendo un altro sorriso, ricordando quando si erano incontrati, e come le bastò una sera per capire che non avrebbe voluto passare con lui ogni giorno degli anni a venire, finché il destino glielo avesse concesso. Non c’era una ragione, lui non era né del suo ascendente, né cantava sotto la doccia le sue stesse canzoni, né aveva scritte nel cuore le parole delle poesie che lei conosceva a memoria. Sapeva però che avrebbero potuto contare tutte le stelle del cielo senza perderne una, se solo si fossero stretto a vicenda; che avrebbero potuto donarsi l’un l’altro le proprie canzoni, e che raccontare a lui di quelle poesie le avrebbe solo rese più belle, dando loro una nuova luce.
Viola sospirò, mentre stava uscendo dal viale alberato che conduceva verso la fine del paese. Attendeva solo la prima goccia di pioggia per costringersi a tornare indietro, e quella non tardò ad arrivare. La luce del giorno resisteva ancora nonostante il grigiore spesso del cielo, che prese a distillare le proprie lacrime prima con parsimonia, e poi in un rincorrersi sempre più fitto, fino a prendere un ritmo quasi regolare, senza risparmiare Viola.
Forse avrebbe potuto fermarsi sotto al porticato della chiesa, non distava molto dal centro del paese che già stava attraversando. Ma le sembrò un pensiero decisamente poco eroico. E tutto sommato, la pioggia le piaceva, non capiva perché tutti scappassero a nascondersi quando il cielo apriva i propri occhi. Controllava ogni tanto la strada davanti a sé, oltre le curve sul pendio della collina, come se attendesse di vedere spuntare qualcosa. Non aveva più la fronte corrucciata, le labbra sfioravano le note di una canzone di cui non ricordava le parole. E’ bello cantare quando si è sicuri di non esser sentiti. Passò una macchina, sfrecciando sull’asfalto. Viola sorrise pensando che forse agli occhi degli altri aveva l’aspetto di una cane vagabondo, o di una che la ragione l’aveva lasciata nella cappelliera. Un’altra macchina stava per raggiungerla, alle sue spalle. La sentì rallentare, affiancandola: era Luisa, la sua vicina di casa.
– Viola! Salta su che ti do un passaggio…
– Ciao Luisa – le sorrise, serena. – No, no grazie, sei tanto gentile, ma mi stanno venendo a prendere. Scusami, grazie davvero!
Luisa ricambiò il sorriso, con un gesto d’intesa, e ripartì lasciandola poco dopo, di nuovo sola tra la pioggia.
Superata un’altra curva, la strada continuava in quel punto su un rettilineo in salita. Una macchina nera scivolava verso di lei sull’asfalto bagnato. Viola sorrise come una bambina, quando uscendo da scuola ritrova la madre ad aspettarla. Ivan si fermò dal lato opposto, seguendola con lo sguardo mentre attraversava la strada e saliva a bordo, non fradicia ma non certo asciutta. Scosse la testa.
– Ti avevo detto che stava per piovere… Perché non ti sei fermata sotto il portico della chiesa? – le domandò, mentre la macchina riprese a muoversi. Viola osservò qualche istante le gocce che disegnavano costellazioni sul cruscotto, portate poi via dal passaggio dei tergicristalli. Riportò ad Ivan il suo sguardo.
– Sapevo che saresti venuto a prendermi.
La macchina si fermò, frenando dolcemente. Ivan la guardava serio, scuotendo appena la testa. Poi le sorrise, allungando la mano le accarezzò la testa, portando la sua fronte ad incontrare la sua.
– Anche quando ci siamo conosciuti pioveva, ricordi? Erano scappati tutti, tranne tu ed io. – gli sussurrò Viola, tenendo gli occhi chiusi.
– Scusa. – Una singola parola, sembrava pesare quando il mondo intero. Viola aprì gli occhi, portando l’indice a sfiorargli le labbra.

Elisabetta Gavetti

***

elisabetta gavetti26 anni, allevata alla letteratura da Jane Austen, Emily Dickinson e G.K. Chesterton, oggi studio lingue celtiche. La scrittura più che una necessità è rimasta una funzione naturale, sto cercando di uscire dalla logica del frammento per riuscire a ricreare i mondi che conosco nel mondo del racconto.

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