Grido muto – Francesca Di Biase

immagineUno sguardo assente, due trecce nere spettinate.
La mano a penzoloni sul letto, in equilibrio un libro aperto, con delle pagine antiche, un raggio di sole sul cuscino, quasi a voler incorniciare la scena e un fiore appassito, senza odore, vicino al letto.
M. si trova in una stanza da cui non esce e ha deciso di non parlare più al mondo.
Mutismo selettivo per alcuni, necessità per lei, se proprio si deve definire in qualche modo.
A volte osserva fuori dal terrazzo della stanza dove si trova, mentre in alcuni giorni chiude gli occhi ed è come se quel mondo, non osservandolo, scomparisse, smettesse di esistere.
Due occhi grandi da cui la luce ha smesso di penetrare, come un cielo senza stelle, un dipinto nero, una tempesta senza pioggia.
Una volta erano verdi, come il mare d’inverno, come l’ultimo barlume di speranza che accarezza gli uomini.
Da quando il silenzio è il suo rifugio, sono grigi e hanno smesso di emanare la luce che da sempre li aveva caratterizzati.
M. ha deciso di chiudere la bocca anche per mangiare.
Sembra così serrata da credere che sia sempre stata così, ma così non è, da quella bocca, una volta, una voce candida emanava consigli, parole di incoraggiamento, baci fugaci, dolci come la notte e amari come il giorno.
Oggi M. non teme la notte e il giorno, ma non vuole più essere; come se tutto ciò che era stata un tempo, non potesse più bastare per poterle donare vita e così, quella vita che credeva di amare, si era ben presto rivelata un enorme contenitore vuoto, svuotato d’energia, d’amore, di coraggio.
M. a volte sorride, poi, improvvisamente, si ferma e piange a dirotto, le sue lacrime sembrano enormi fiumi che s’incontrano dalle foci di tutto il mondo per ballare insieme alla luna.
Ieri M. si è distanziata dal suo stesso letto socchiudendo gli occhi, ha afferrato un oggetto vicino al comodino dimenticato dall’infermiera e ha iniziato a buttarlo sulla finestra, rompendo interamente il vetro.
Il suo volto si rispecchiava in quei vetri e la sua immagine ne usciva confusa, ma perfettamente in armonia dentro quel caos.
Una scheggia ha toccato il suo braccio e lei è rimasta ancora ferma, immobile, senza dire una parola e fissando lo schienale del letto, voltata di schiena.
Dopo dieci minuti ha iniziato a tremare e a piangere ancora.
Dopo essersi calmata è tornata a fissare un punto, questa volta il soffitto e tutto il corpo era paralizzato e impenetrabile.

Quanto è impossibile non comunicare, nonostante la nostra forza di volontà, piccola come la nostra esistenza, rispetto al mondo, alla natura, al corso della vita.
Quel corpo così immobile e gracile era così in sintonia con quell’anima ferita, rotta, calpestata, da formare un tutt’uno il cui confine fra vita e non-vita aveva perso il suo significato, si era dissolto in minuscole particelle colorate.
Non si riflette mai abbastanza su quanto la vita dipenda da noi, da una banalissima scelta: viverla o no.
Noi siamo i padroni delle nostre vite e possiamo distruggerle in un secondo.
Perché distruggere è sempre più facile di costruire e gli uomini hanno sempre preferito, nella storia, le scelte più semplici.

Un giorno M. ricevette la visita di una persona misteriosa.
Indossava un impermeabile lungo beige e aveva due occhi azzurri nascosti da un paio di occhiali, un modello classico e piuttosto comune.
Le lesse il capitolo di un libro, poi se ne andò silenziosamente, sfiorandole la mano destra, con lo sguardo abbassato e lasciando aperta la porta.
M. rimaneva impassibile, ma subito dopo quella visita la sua solitudine assumeva un peso differente, era più amara, più lontana da quel silenzio così ricercato. Le sue parole riecheggiavano nella sua mente, mescolandosi andavano a formare un cerchio a spirale, in cui non riusciva a destreggiarsi.
Inquieta nell’animo, ma senza parole.
Perfino quando lui non parlava, nella sua mente, i pensieri sembravano incontrarsi ed insieme sembravano ululare per poi riposarsi insieme, distesi su un prato.
Le emozioni più profonde non hanno bisogno di essere tradotte in lingua, hanno un linguaggio loro e spesso questa verità viene ignorata perché ammetterlo significherebbe ammettere che noi uomini non possiamo controllare tutto ciò che ci riguarda e questo, per alcuni, è interpretato come una sconfitta.
L’uomo dall’impermeabile tornò altri giorni e le lasciò sul comodino due libri.
M. era voltata dalla parte vicina alla finestra e non lo guardò mai negli occhi, ma sentì la sua presenza.
Lo riconosceva dal suo passo, dal suo odore, ancor prima che la sua mano le accarezzasse i capelli e la fronte per poi posarsi fugacemente sulla sua mano.
Quell’uomo adorava le sue mani, le guardava quando lei parlava ancora, quando le appoggiava sul suo volto o le sovrapponeva l’una sull’altra ascoltando gli altri.
La osservava come fosse un fiore raro, immerso in un enorme prato verde, pieno di margherite.
Fra tutte le margherite, lei era per lui una rosa da custodire con cura ed attenzione e per proteggerla da ogni urto aveva deciso di regalarle libri.
Ad ogni pagina lei poteva viaggiare anche restando in quella stanza, come aveva sempre fatto.
Anche se lei aveva deciso di non parlare, lui sapeva che dentro quella ragazza silenziosa c’era un mondo fatto di emozioni, di pensieri, di riflessioni e anch’esso andava custodito, alimentato come un fiore ha bisogno della sua acqua, come un bambino ha bisogno del latte materno.

Passarono sette lunghi giorni dall’ultima sua visita e M. aveva finito di leggere i libri e aveva posato un fiore e dei petali su un libro.
La scelta non era ovviamente casuale, l’uomo evidenziava interamente le pagine che lei aveva più apprezzato e le rileggeva più e più volte, senza mai guardarla.
Poi non commentava, ma le regalava un sorriso dicendole “A presto” e si allontanava.
M. a volte si alzava, lo vedeva dalla finestra, lui non si girava mai, ma la sua presenza sembrava dissolversi in poco tempo, al di fuori di ogni logica spazio-temporale.

Ti seguo nel buio della notte, quando i tuoi pensieri non ti lasciano in pace e si posano nel vento dei mali invisibili, da cui non sai più dove ti trovi. Se al di là di quelli o immersa dentro di loro.
Non cercare una via d’uscita, ma io sarò lì a percorrere insieme a te quella strada, fino a quando la luce del sole riuscirà a rischiarire il peso dei pensieri, dei ricordi, rendendo i tuoi giorni simili alla bellezza da cui sei stata creata, che è dentro di te, ma che al momento, per te, è muta.
Un giorno riscoprirai la sua voce e la sua essenza vivrà in te per tutta la vita.
Ma il ricordo di quell’ombra vivrà per sempre in te, insieme alla luce riscoperta, perché non si può essere autentici se non si concepiscono insieme i due opposti.
Per ogni luce vive sempre un’ombra e viverci insieme ti renderà davvero viva.
Era questo che avrebbe sempre voluto dirle, specialmente adesso.
Eppure preferiva parlare per metafore, attraverso i libri, le cui pagine per lei e per lui, costituivano un punto di riferimento per muoversi nel mare della vita.
Così pensò a quanto fosse naturale non riuscire ad usare la voce: forse per questo anche lui avrebbe dovuto essere chiuso in una stanza?

Ma quante persone fuori da quella stanza non riescono a comunicare, pur parlando.
Si potrebbero scrivere pagine e pagine di niente, di parole usate per comunicare convenevoli, di parole che si dicono solo per gli altri, non pensate, o pensate da altre persone.
Il peso di scegliere quali usare, quali sono le più adeguate, quante le più opportune in un dato momento, quante ferirebbero gli altri, quante ferirebbero noi, lo porteremo sempre con noi, come un bagaglio che spesso penseremo di lasciare in qualche parte del mondo, per poter vivere più leggeri.
Non esisterebbe la parola “indicibile” se tutte le parole si potessero usare liberamente, volando come tanti uccelli migratori in volo per altri mondi.
Forse è anche per questo che ci sentiamo chiusi in una stanza anche noi, che le pensiamo e ci troviamo a non poter volare insieme a loro.

Francesca Di Biase

***

francesca di biaseNata a luglio del 1992. Studentessa in scienze dell’educazione, al terzo anno in corso, presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Ha conseguito il diploma come tecnico dei servizi sociali, presso un istituto professionale milanese. Amante della letteratura, sopratutto giapponese, apprezza Murakami Haruki, Yukio Mishima, Banana Yoshimoto. Negli ultimi anni si interessa di fotografia e di letteratura di viaggio leggendo, in particolare, Fosco Maraini. Lavora nel sociale, occasionalmente come animatrice per feste di compleanno per bambini e come educatrice professionale domiciliare con ragazzi disabili. Quest’anno inizierà un tirocinio formativo come educatrice penitenziaria.

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