Sospesa tra il sensibile e l’ignoto – Chiara Menapace

Sospesa tra il sensibile e l'ignotoSono la classica studentessa universitaria fuori sede con una famiglia sempre presente nei momenti di difficoltà. Non mi lamento, ho una bella vita e non mi è mai mancato nulla. Però, come molti, penso di aver vissuto tutto con molta superficialità e, forse, di essermi lamentata di come andavano le cose piuttosto che porvi rimedio. Ogni tanto mi sarebbe piaciuto reagire diversamente o forse mi sarebbe piaciuto anche solo reagire. Quando dovevo risolvere qualche problema, preferivo far finta che non ci fosse, lo scavalcavo senza curarmi delle conseguenze. Pensavo che tutto si sarebbe risolto da sé, ma la realtà mi ha colpito più duramente di quello che potessi mai immaginare.

11 novembre 2014

– Buongiorno ragazze! – iniziavo sempre la giornata con questa semplice frase, sospesa a metà tra la verità e la menzogna.
– Ciao, Jasmin. Tutto bene? – La giornata proseguiva con le solite domande, fatte in parte per gentilezza, in parte per convenienza, e con la solita routine: lezioni, pranzo, chiacchiere ed alla fine con la quotidiana passeggiata fino a casa.

Avete presente quelle giornate che iniziano con l’amaro in bocca? Ecco, la mia giornata era iniziata così, lasciandomi con l’incertezza. Pensavo che ciò fosse dovuto alla litigata avuta pochi giorni prima con il mio ragazzo, Eric. Volevo dire, con il mio ex ragazzo. Lo avevo lasciato. Di facciata sembrava un ragazzo stupendo con mille doti, gentile e premuroso, ma infondo avevo scoperto un mostro possessivo ed arrogante. Mi ero spesso chiesta come avessi fatto in un mese a non accorgermene, ma non ero riuscita a trovare una risposta. E continuo a non trovarne una.

Le mie amiche sostenevano e sostengono pure oggi che fossi io la colpa del nostro allontanamento, della nostra fine, non lui. Non lui che mi opprimeva con le sue continue domande, con le sue gelosie, le sue paranoie e forse con i suoi tradimenti. Ero io. Io che ero in parte indifferente, distaccata da lui per poter vivere la mia vita, io orgogliosa della mia indipendenza e della mia voglia di cambiare il mondo, ma che per ora mi accontentavo di sistemare la mia vita. Lui non sopportava il mio distacco e i miei spazi, li invadeva, sfondando la porta blindata che avevo posto proprio per poter vivere come volevo io. La nostra relazione era partita con il piede giusto, c’era attrazione e non parlo solo di quella fisica, ma anche intellettuale. Era un ragazzo sveglio con degli obiettivi da raggiungere, per le sue qualità avrebbe potuto essere il mio principe azzurro. Ma le favole sono frutto di fantasia, non esiste il principe azzurro e nessuno di noi dovrebbe aspirare ad incontrarlo. Dovremmo invece sperare di incontrare qualcuno che ci voglia bene per come siamo, che ci accetti con tutti i nostri difetti, le nostre paure, insomma che ci desideri sempre ed incondizionatamente. Io non ho avuto fortuna, ma non si vince sempre.
Devo essere sincera, non mi ha sconvolto il non averlo più al mio fianco. Il nostro distacco mi ha dato modo di intraprendere nuove strade nel mondo del giornalismo. Avete presente quel sogno nel cassetto che vorreste si realizzasse? Ecco, questo è il mio.

Nel pomeriggio, dopo le lezioni, decisi di passare da una mia amica che non vedevo da tempo. È sempre bello ritrovare le persone che perdiamo di vista nel corso della nostra vita, è gratificante vedere i cambiamenti che il tempo ha causato. Mi rendo conto di essere riuscita a stabilire un rapporto migliore e più solido con persone che ho ritrovato, cambiate, nel corso della mia vita che con persone che frequento da una vita. Discutemmo di tutto, mi mancavano i nostri discorsi. Non erano necessariamente incentrati su argomenti seri, potevamo parlare ore anche di gossip o del più e del meno. Le raccontai tutta la mia vita, cosa era successo, cosa stavo facendo, tutto senza tralasciare un particolare. Mi propose di andare ad una festa che era stata molto sponsorizzata dall’università, anzi più che propormelo mi pregò di andare con lei. La motivazione della sua insistenza era semplice: a quella festa ci sarebbe stata la ragazza di cui lei era segretamente innamorata da una vita. Non potei rifiutare, la volevo vedere felice e sapevo quanto ci tendeva ad Erica. Volevo darle una mano, pur non sapendo assolutamente cosa fare e cosa dire. Ci demmo appuntamento la sera alle 20 davanti al The Joker, il pub nel quale si sarebbe tenuta la festa. Arrivai, come mio solito, con 10 minuti di anticipo e li passai ad insultarmi per essere arrivata così presto, pur sapendo che lei sarebbe arrivata con almeno 15 minuti in ritardo. Così fu, e io rimasi ad aspettarla fuori al gelo, come spesso mi capitava per il mio eccesso di puntualità.

Appena la scorsi fra la gente, la trascinai dentro al locale, al caldo. Parlammo tutta la sera con Erica. Era francese. Benedetta quella volta che ho avuto la brillante idea di studiare francese, raramente avevo idee così geniali!
Intanto la conversazione tra le due aveva preso una bella piega ed era giunto il momento di togliermi dai piedi, ma non potevo sapere cosa sarebbe accaduto di lì a poco. Non potevo immaginare che quella festa avrebbe cambiato tutta la mia vita, che l’avrebbe cancellata, che mi avrebbe costretto a ricominciare da zero.

Stavo parlando amabilmente con delle ragazze appena conosciute, quelle classiche ragazze con le quali puoi scambiare solo due parole e la terza è già di troppo, quando notai in lontananza, fuori dal locale, la mia amica con un ragazzo. La cosa ovviamente mi insospettì, non l’avevo lasciata con Erica un’ora fa? Decisi di andare a vedere. Sono sempre stata la classica amica protettiva, quella che fa da scudo all’altra senza pensare alle conseguenze, quella che si mette nei casini e poi arranca per uscirne. Mi rimprovero spesso per essere così impulsiva, ma, nonostante tutti problemi, preferisco essere così.

Mi avvicinai e sentii che urlavano, urla cariche di rabbia provenivano da lontano. Iniziai a correre, avevo un brutto presentimento. Odiavo avere queste sensazioni, mi davano i brividi e spesso si risolvevano in episodi brutali. Quando arrivai non avevo più fiato, respiravo a malapena. Non ricordo il motivo del mio fiatone, avevo sì corso, ma non ero fuori allenamento. Penso che fosse dovuto all’ansia di non arrivare in tempo, di dover assistere ad una scena raccapricciante da spettatore e nulla mi spaventava di più. Vidi la mia amica cadere a terra, essere bloccata come un animale. A quel punto urlai con tutto il fiato che avevo in corpo, lo feci girare: allentò la presa. In quel momento mi resi conto di chi fosse, era lui, Eric. Lo guardai in faccia con un’espressione di sdegno e rabbia dipinta sul mio viso. Per la prima volta nella mia vita mi resi conto di odiare quell’uomo e di volerlo vedere marcire all’inferno.
Lo spinsi, allontanandolo da lei e lasciandole la possibilità di scappare a chiamare aiuto, le feci da scudo con il mio corpo, non rendendomi conto che lui non voleva Cristine, ma me. La verità mi colpì come un pugno e non un pugno metaforico, un bel destro sullo stomaco che mi scaraventò a terra: provai a difendermi ma invano. Le mie mosse venivano parate, non importava cosa facessi, non riuscivo a raggiungerlo. Lui, invece, riusciva a colpirmi ed ogni colpo era sempre più preciso e potente di quello precedente. Ero a terra, sanguinante e con la mente offuscata dal dolore e dallo sgomento, con lui in piedi di fronte a me a urlarmi addosso. Ricordo alcune delle sue parole: “Tu sei mia! Se io non posso averti, allora non ti avrà nessuno”. Il terrore provato si era impresso a fuoco sulla mia pelle e sulla mia anima, ora so cosa significa subire violenza. Gli ultimi ricordi che ho di quella giornata sono la corsa disperata di Erica e altri ragazzi in mio aiuto e quell’ultima violenza che mi ha catapultato in una dimensione sconosciuta, che mi ha lasciato sospesa tra la vita terrena e la morte. Quei momenti che mi sono sembrati eterni, anche se è avvenuto tutto in un attimo, un attimo che mi ha privato della mia vita.

11 dicembre 2014

La testa mi pulsa, quasi avessi un martello pneumatico in testa, quasi qualcuno stesse cercando di rubarmi i pensieri o stesse cercando di confondermi. Poche ore dopo la mia mente si chiarisce e mi rendo conto di trovarmi in un posto buio. Non capisco cosa succeda, ma sono felice di poter pensare senza quel fastidioso dolore e senza nessuno a disturbarmi.

Ogni tanto mi pare di sentire delle voci, ma forse è la mia mente che mi fa degli scherzi.
Mi è venuta voglia di scrivere, di viaggiare con carta e penna alla mano così da poter annotare ogni fugace pensiero, ma sono qui, immobile al buio. Sembra quasi che il buio in cui sono immersa sia metafora tangibile della mia ignoranza.
Mi sento spossata, mentre delle domande mi rimbombano in testa, tartassano la mia anima, la straziano. La mia coscienza dice: «Non posso crederci, è già giunta la mia ora? Ho appena iniziato a vivere e sono già destinata a morire? Così senza una spiegazione, senza ricordare cosa mi sia successo? No, questo non lo posso tollerare. Qualcuno mi spieghi cosa è successo, ve ne prego.» Credo che la metterò a tacere, ora voglio solo dormire.

14 dicembre 2014

– Come sta?
­– Si sta risvegliando, ma non le assicuro che la sua memoria sia intatta. Il cervello ha subito troppi danni e in più il trauma psicologico le bloccherà probabilmente la memoria. Forse con la riabilitazione ricorderà qualcosa, ma non ne sono certo.
– Non mi importa, io rivoglio solo la mia bambina.

2 ore dopo

– Jasmin? Jasmin mi senti? Sono mamma. Svegliati bimba mia.
In quel momento aprii gli occhi e dovetti strizzarli per poter vedere qualcosa.
– E tu chi sei?
Vidi quella persona piangere. La guardavo e mi rendevo conto che lei era una persona importante della mia vita, ma non riuscivo a ricordare nulla. Vi prego ridatemi me stessa, annaspo nel buio. Qualcuno mi salvi.

Questo ho raccolto dai miei ricordi del risveglio e dai racconti di chi mi è stato vicino fin qui e l’ho scritto in queste pagine perché rimanga per sempre.

Gli anni a venire furono difficili, mi ritrovai a dover combattere un passato di cui non avevo nemmeno ricordo. Mi capitava di avere dei flashback di tanto in tanto, bevendo un caffè o leggendo un libro, di ricordare fatti accaduti in un tempo che non era più mio. La terapia non poteva fare nulla contro la sua amnesia, il suo blocco mentale era permanente. La prima volta che vidi il mio carnefice in tribunale rimasi paralizzata dal dolore, sapevo cosa mi aveva fatto, ma di certo non potevo immaginare che il mio corpo avesse quella reazione. Quando lo vedevo in tribunale, il mio corpo si comportava come se fosse una preda, ma io non aveva paura. Volevo solo giustizia, giustizia per qualcosa che non ricordavo e che non avrei mai ricordato. Tutto sommato ero felice, avevo una famiglia e degli amici presenti, ma soprattutto avevo voglia di ricominciare a vivere con o senza la memoria.

Chiara Menapace

***

Chiara MenapaceSono Chiara Menapace, una trentina che ormai ha messo radici nella stupenda Milano. Ho sempre pensato di non essere portata per la scrittura, ad essere onesti ho sempre odiato scrivere, ma qualche anno fa ho iniziato ad avvicinarmi a questo fantastico mondo. Si può facilmente dedurre che non sia più riuscita ad uscirne, che non abbia più provato a cercare una via di fuga da questo luogo ricco di creatività e voglia di mettersi in gioco. Sono una ragazza eclettica, solitaria ed ironica, ma soprattutto auto-ironica. Il mio motto è “Mai prendersi troppo sul serio”.
La citazione che più mi sta a cuore è di Robert Frost che nel lontano 1916 scrisse:
« Two roads diverged in a wood, and I —

I took the one less traveled by,
And that has made all the difference »

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *