Domenica – Francesco Filippini

12366872_10207252879273145_301910139_n– Ti insegnano che andrà tutto sempre bene, che l’arcobaleno è alla portata di mano, ma mentono.
– Come darti torto? Hai ragione. – disse guardando fuori dalla finestra, mentre le nuvole s’addensavano.
– Di recente penso molto, le mie giornate sono così vuote. Così penso ai giorni addietro, ma la nostalgia mi sale per la gola, bloccandomi il respiro, guardo l’orizzonte, ma sto ancora peggio. Dove sarò fra due decadi? Ho paura. Ho paura di non essere felice, di arrivare a metà del sentiero e di non essere soddisfatta di nulla. Tutto questo perché la mia vita mi sembra troppo corta e ho paura di non viverla bene, ho paura di morire, e così mi aggrappo ad un qualcosa, a un filo, quel filo che dovrebbe condurmi a Dio, convincendomi che lui c’è, che esiste, che, prima o poi, mi darà ascolto e tenderà la sua mano verso la mia. Mi convinco che la vita è bella, che non devo aver paura di lasciare la Terra. Voglio credere in qualcosa, ma il mio cuore sussulta.
Continuai a guardarla attentamente, continuai a contemplare quel viso così giovane eppure già così profondamente timoroso. Quelle parole continuavano a vorticare nella mia testa.
– Sono i problemi dell’uomo da sempre – le dissi tentando di consolare il suo animo – Come t’ho detto prima, il problema è che ti insegnano che c’è sempre il lieto fine, ti fanno sperare nella venuta di un principe azzurro che ti salverà, ma, ahimè, molto spesso egli si perde nella tortuosa via che porta alla torre d’avorio chiamata mente. Che sia per il drago o per la sventura questo non ci è dato saperlo.
– Già… – disse lei senza togliere lo sguardo da quel vetro lucido, quasi fosse incantata dal danzare delle cupe nuvole sulla sua testa – Sono sempre stata abituata a vedere sempre tutto rose e fiori, e tutt’a un tratto la dura realtà, come una porta, mi sbatte in faccia. E così mi rifugio in qualcosa, mi affido a Dio. Mi sembra di recuperare un po’ di quella positività che ho sempre gelosamente custodito dentro di me. È la mia ancora di salvezza.
– Dio è per i deboli.
– Ti potrei dire che non credere in lui è da deboli allora. Ci vuole molto più coraggio ad avere fiducia in Dio che non arrendersi alla realtà, non credi?
– Dio, Allah, Jahvè, o qualsivoglia nome tu gli dia, è stato creato per chi non riesce a darsi una spiegazione razionale della vita. È per i pigri, è per chi si affida ad una preghiera solo per sfuggire all’inevitabile abisso, promettendo un paradiso dimenticato oramai da tempo immemore. Dio è per i deboli perché non esiste, è stato creato dall’uomo e con lui cesserà di esistere un giorno. Coloro che non hanno più fiducia nel genere umano si affidano a qualcosa di impalpabile, come l’aria.
– Perché mi domando. Perché l’uomo dev’essere così egocentrico da pensare di essere l’unica forma esistente nell’universo? Io non ho le prove per dimostrarti la veridicità della sua esistenza. E tu d’altro canto non hai le prove per smentirmi. Si possono solo rispettare i punti di vista.
– Stiamo facendo un discorso teologico o filosofico? – chiesi io con sorriso beffardo perdendomi nelle sue vitree perle.
– Entrambe le cose forse. O nessuna delle due. Dipende solo dai punti di vista, un po’ come tutto direi. Ognuno ha la propria filosofia di vita, chi è ottimista per la metà di qualcosa, e chi è pessimista e vede il bicchiere mezzo vuoto. Penso di essere sempre stata nel primo gruppo di persone. Già essere qui è un dono, ma basta un attimo, una deviazione sbagliata che un sogno si tramuti in un incubo d’esistenza. Tutti la pensiamo in maniera differente, c’è chi crede in qualcosa che alberga al di sopra delle nuvole, e chi come te crede solo in sé stesso. Chi può dire che io ho torto e tu hai ragione? Nessuno! E nessuno mai dovrebbe arroccarsi il diritto di sputare sentenze senza rispettare il pensiero altrui. Ma forse il mio è solo uno sciocco e utopistico pensiero da ragazza di provincia che crede ancora in troppe cose. Chissà, magari un giorno, andando avanti con gli anni, arrivata forse alla soglia dell’età della ragione, premettendo che ce ne sia una, guarderò indietro e vedrò solo nel riflesso di un vetro una sciocca bambina speranzosa e legata ad un lieto fine. Per certo so una cosa, se l’uomo avesse capito di rispettare le opinioni altrui tante brutte cose non sarebbero accadute. Ma come si sa l’uomo è tale proprio perché erra.

Forse bene non compresi le amare parole che uscirono dalla sua pallida bocca, ma in me un senso di angoscia stava prendendo piede, come se mi avessero rubato le speranze che avevo celato in un cassetto.
– Anche questo temporale che sta arrivando io non sono sicura da cosa sia scaturito, non so di chi sia il frutto. Natura e Dio non possono combaciare? In fondo penso che basti avere un po’ di fede.
– La fede la si impone a chi è steso sul letto di morte.
– Perché intendere fede solo nel suo più piccolo significato di combattere per un credo? Per me la fede è combattere per la speranza. Per qualcosa di bello e che valga la pena di esser visto.
Un profondo silenzio pervase la stanza. Ero ammutolito. Il ticchettio delle lancette regnava sovrano.
– Guarda. Inizia a piovere.

Francesco Filippini

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