Zece – Ginevra Miranda

tumblr_nwj9428xsp1qbj6fqo1_1280Ma chi aveva incontrato giorni fa? Se lo chiedeva di continuo ora, sotto le coperte assieme a lei. Che razza di ragazza gli era capitata fra le braccia? E da quanto era sveglia? Non poteva saperlo, ma immaginava lo fosse da molto, a giudicare dalle occhiaie sul volto. Nonostante questo, non accennava a chiudere gli occhi, d’altro canto nemmeno lui distoglieva lo sguardo. Non ancora una parola. Perché poi tutte queste domande sorgevano solo adesso? Non poteva pensarci prima? Prima di invitare una quasi perfetta sconosciuta a passare un intero giorno in giro per la città. Oh sì, era una perfetta sconosciuta, conosciuta ad una festa perché era apparsa ai suoi occhi così perfetta e irraggiungibile. Fece un respiro profondo che sulla pelle della ragazza risultò quasi freddo. Guardandola meglio, tanto irraggiungibile non sembrava, ora che si stava scaldando abbracciandolo e rabbrividendo sentendolo respirare sulla sua guancia. Irraggiungibile non era, ma bella, anche più bella del primo momento in cui l’aveva vista, sì.

Non si aspettava nulla di tutto questo quando le aveva scritto un messaggio e l’aveva invitata ad uscire. Sembrava una ragazza come tante altre: risposte telegrafiche, quasi precotte e riscaldate per propinarle al più presto possibile. Riusciva, al telefono, a parlare di sé senza dire nulla di significativo, forse volutamente. Dal vivo, alla luce del sole, sulla spiaggia con l’acqua frizzante che bagnava i suoi piedi, invece no. Sorrideva e pareva che quel sorriso fosse stato quello di una bambina che in realtà lui conosceva bene e che aveva educato fin dai suoi primi giorni di vita. Da quel modo di sorridere aveva capito tutto, e non aveva bisogno di scoprire altro. In realtà, anche quando si fece sera, non fece fatica a scoprirla. Non era una ragazza dalla mente difficile da decifrare. Allegra, spensierata, ma anche triste quando cambiava la luce e non era in mezzo alla gente. Era proprio come uno di quei giocattoli che facevano compagnia per tutta l’infanzia e poi veniva lasciato lì, un po’ intristito con il passare degli anni, ma sempre con tanta voglia di rivivere.
– Sei bellissima anche quando dormi, lo sai? – disse lui.
Si sentiva impavido se le faceva complimenti ad alta voce, lei, però, non rispondeva. Poteva aspettarselo. Tutto ciò che aveva appreso e sintetizzato su Carlotta, quella mattina in cui il mondo pareva girare molto più lentamente e i rumori (compreso il fruscio delle lenzuola che li avvolgeva) sembravano rimbombare, era la sua imprevedibilità. Una buffa imprevedibilità in tutto ciò che faceva e che subiva. La vita le lasciava delle smorfie sulla faccia, su quel visino così pulito dove tra le rughe di delusione si scorgeva sempre dopo poco la serenità di chi si piega nelle intemperie, ma sa che è fatto per rialzarsi. Quindi gli aveva riempito il pomeriggio di smorfie comiche, faccette buffe e risate tali che sembrava non esistesse nulla capace di demoralizzarla. Aveva imparato che Carlotta non era solo quello, sapeva essere così gioiosa e poi poteva chinare il capo sulle sue ginocchia da un momento all’altro, coprendosi con le onde dei suoi capelli scurissimi e lasciare che la tristezza fiorisse nel suo cuore e si spargesse per tutto il suo corpo, fino al cuore altrui. Affermava con convinzione che la vita era stata certamente tremenda con lei, che aveva imparato, sputando sangue, come sopravvivere senza impazzire alle immagini di persone care agonizzanti, uomini che non sapevano accarezzarla, ma solo metterla in gabbia, spiegava come aveva imparato a ricevere schiaffi e infine a non percepire più alcun dolore. Spiegava come aveva familiarizzato con il soffrire e i brutti ricordi, e come si faceva a dormire sonni tranquilli. Nonostante tutto.

Era tanto. Ecco cosa era ai suoi occhi lei: tanto, troppo. Un cumulo di problemi dagli occhi verdi allungati e dai capelli neri di seta. Fra tutti questi pensieri, si accorse solo ora che stava muovendo lentamente la mano in quella folta chioma: la conosceva da così poco, e pure le voleva bene senza accorgersene. Ma non lo voleva, anche se quella bellezza era un buon biglietto da visita con il quale il destino aveva scelto di presentare negatività nella sua vita. Lei, però, era ancora lì fra le sue braccia, con la testolina che si incastrava perfettamente tra la spalla e il collo di lui e dava l’impressione di aver trovato finalmente un rifugio per ripararsi, se non per sempre, almeno per un po’.

C’era silenzio. Si sentiva solo il profumo forte di lui, che ricordava un po’ quello di un instancabile viaggiatore, un uomo che corre. E si sentiva il profumo di lei, ovviamente dolce, di frutta esotica e matura, dai colori caldi… Caldi come la sua pelle.
– Dimmelo, lo sai che sei bella?
Lui voleva la risposta, chissà per quale motivo. Quella giornata non doveva iniziare con il suono di un messaggio da parte di un amico, con il trillo del campanello o del telefono, e nemmeno con rumore dei motori nel traffico delle 9:30 del mattino. Lui aveva deciso che doveva cominciare con la voce cristallina di quel disastro di Carlotta. Solo quella mattina, al domani non voleva pensarci. Non perché ne avesse paura, semplicemente perché non aveva ancora deciso cosa fare di quella relazione che non era altro che un seme. Non sapeva come costruire un rapporto stabile, dove poggiare il primo mattone su uno scricciolo tremante di dolore che, da quel poco che aveva capito in una giornata passata insieme, per miracolo respirava ancora e si reggeva in piedi. Troppi castelli per aria aveva costruito, maestosissimi, per ritrovarsi ora a chiedersi: “Dove toccare? Come comportarsi?”. Tante domande per poi accorgersi che il castello che immaginava di costruire per una principessa (una generica donna, che non desse troppi problemi), in realtà era una fragile torre di carte eleganti, divertenti, carte che sapevano meravigliare, ma che crollavano su se stesse in un tocco.
– Sì, lo so – Rise lei, e lui pensò immediatamente ad una sola parola: fantastica.
– Ah, allora lo sai – intervenne lui canzonandola e dandole qualche pizzicotto sui fianchi.
Si sentiva sempre più strano, però, sempre più sporco: ciò che pensava era esattamente il contrario di ciò che le sue azioni dichiaravano, eppure non riusciva a smettere di coccolarla. In fondo non voleva mandarla via per non rivederla mai più. Quegli occhi verdi così ricchi di sfumature, quasi gialli in qualche punto, non voleva che si puntassero su di lui, rossi e colmi di delusione. Per prevenire il suo pianto, come si fa con i bambini, lui le sussurrò una ninna nanna, con la sua voce profonda e calmissima. Continuava ad accarezzarla e, passando le mani sulla schiena, si accorse che la pelle diventava poco più ruvida. Così interruppe per un istante i vecchi versi di Zece, la canzone che da piccolo gli avevano insegnato le sue sorelle, e le disse di fidarsi di quelle mani che scivolavano sul suo corpo. Mentiva. Era sicuro che Carlotta, però, sarebbe sopravvissuta anche a questo, era forte e determinata. Avrebbe purificato anche quel momento, poi, ripensandoci immersa nella solitudine. Avrebbe arginato la menzogna in un angolo di quella stanza e si sarebbe tenuta per la vita solo il piacere della giornata passata insieme. Era capace di farlo.
La guardò e sorrise, per un momento temette che lei si potesse svegliare ascoltando quanto scalpitava il cuore sotto il suo petto. Non era possibile, ora sembrava l’angelo più sereno di tutti.

Le avrebbe scritto, tanto con il cellulare alla mano non sembrava lei, ma solo una ragazza come tutte le altre.
Sarebbe sparito tra qualche momento, senza una spiegazione.
Non una parola, la sua presenza si sarebbe solo sfumata nei giorni di lei dissolvendosi nel nulla.
Questo era il da farsi e cominciava a non farsene una grande colpa.
Aveva fatto una scelta di vita: scappare da dove risiede il dolore.

Ginevra Miranda

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