Imprevisti – Luca Bellettato

12527919_10207237714375516_1949881208_nFinalmente. La giornata era finita e come tutte le sere i pensieri erano soliti riaffiorare nella mia mente. L’orologio segnava le sei ed il mio turno era ormai terminato: la casa brillava di luce propria.
La suoneria del mio cellulare si fece sentire: era Claudia che mi ringraziava del week-end appena trascorso; due giorni al mare veramente stupendi, lo ammetto. Riesco ancora a percepire il dolce profumo di fritto misto che ci eravamo gustati in quel ristorante sulla spiaggia. Il tramonto era vicino e il verde dei suoi occhi si mescolava perfettamente con il rossastro del cielo, delicato e rilassante. La amo.
Un’altra vibrazione. Stavolta era Paolo, il mio migliore amico, una persona davvero speciale, unica, con cui non riesco a fare a meno di mostrarmi per quello che sono: un cretino.
Ci saremmo dovuti vedere più tardi, solo dopo aver gustato le fantastiche lasagne di mia madre, impregnate di cremosa besciamella. Non vedevo l’ora.
«Alle 21,30 in punto sono da te… Marco, niente ritardi!»
Sì, dovrei farcela, pensai, data la mia spiccata incapacità di arrivare puntuale a qualsiasi appuntamento.

A cena terminata mi preparai per uscire: jeans e solita maglietta nera a maniche corte, abbigliamento azzeccato per quel caldissimo trenta di luglio.
Roma era sempre bella, in qualsiasi momento della giornata e anche dell’anno,
luci ovunque, atmosfera suggestiva, strade affollate.
Arrivato in fondo alla via, una mano sulla spalla mi fece comprendere che Paolo mi aveva raggiunto. Avrei riconosciuto fra chiunque quel tocco poco violento, ma pur sempre deciso.
– È tanto che aspetti? – mi chiese affannato.
– Non ti preoccupare, sono appena arrivato – risposi soddisfatto di essere lì, senza aver permesso che lui mi aspettasse per ore.
– Perché non andiamo a bere qualcosa? – Domandò, con quella sua voce roca.
Giunti al bar, presi il mio solito cappuccino e mentre lo sorseggiavo con tranquillità, Paolo cominciò a sfogarsi, come sempre.
– Sono tre giorni che non ci parliamo…– fece una pausa.
– È arrabbiata con me perché dice che non le dò attenzioni. Sai come sono… Introverso, permaloso e poco esplicito…– sussurrò.
Lui e Virginia erano in crisi. Stavano insieme da due anni, ma era come se da sei mesi non avessero più una relazione. Avevo provato a parlarci, ottenendo purtroppo pessimi risultati.
– Hai cercato di risolvere la situazione?– Gli chiesi, preoccupato che quel rapporto si sarebbe presto concluso.
– Andiamo!– Esclamò irritato e fu allora che mi resi conto che avrebbe voluto tornare subito a casa.
Nonostante la sua volontà, arrivati a destinazione ci fermammo a parlare sulla solita panchina nascosta in una nicchia: era sempre stato il nostro rifugio, il nostro confessionale, fin da bambini.
– Che fai domani?– mi chiese, rompendo bruscamente il silenzio.
– Non ne ho idea, probabilmente rimarrò a casa a studiare, anche se non ne ho nessuna voglia… – ancora silenzio.
– Beh, io vado allora– dissi deciso.

In quell’istante percepii una strana sensazione sul dorso della mia mano.
Probabilmente sarà un insetto, che schifo!, pensai.
Mi si gelò il sangue: era il palmo della mano di Paolo.
Mi stava accarezzando e non riuscivo a guardarlo negli occhi, ero inerte, non riuscivo neanche a staccarmi, persi il controllo del mio corpo, paralizzato e sconcertato da ciò che stava succedendo.
Non so come, ma finalmente trovai il coraggio di alzare lo sguardo.
Il mio migliore amico era lì, davanti a me e mi stava guardando come non mi aveva mai guardato. Non riuscivo a parlare.
– Ma che fai?– sussurrai impaurito.
– Shhhh..– mi zittì, portando il suo dito alla mia bocca.
– Chiudi gli occhi– sospirò.

Non so per quale motivo, ma obbedii e dopo un secondo le sue labbra toccarono le mie… Sentivo il suo respiro, la sua barba ispida che sfiorava le mie guance.
Sembrava impossibile descrivere quello che mi stava accadendo.
Mi sentivo come travolto da una tempesta, risucchiato in un ciclone, spaventato dalla sua forza, ma determinato a farmi trascinare dal vento.
Aprii gli occhi e lui era di fronte, mi fissava.
In un batter d’occhio se ne andò, senza neanche salutarmi, forse consapevole di aver rovinato una grande amicizia.
La sveglia delle sette mi fece sobbalzare repentinamente, tuttavia quel giorno era per me diverso, aggettivo che rispecchiava come mi sentissi.
Ero sbagliato, fuori luogo, posseduto da un qualcosa di indescrivibile, la cui unica colpa era quella di avermi fatto stare bene.
Claudia mi stava aspettando al cancello, ma il mio cervello era rivolto altrove;
di Paolo neanche l’ombra, non era venuto a scuola.

Non capivo cosa mi avesse scombussolato e soprattutto non capivo perché quell’attimo con lui mi avesse traumatizzato così tanto.
Sensazioni forti e vive dentro di me, pronte ad esplodere in così poco tempo.
Libertà. L’unica parola che avrebbe potuto riassumere il mio stato d’animo;
turbamento, sconcerto, paura. La paura di non essere accettato, o meglio, capito.
Tutte le certezze che avevo in quel momento erano ormai crollate, come un palazzo che si riduce in mille pezzi dopo un terremoto e che si ricostruisce con fatica.

Quel terremoto, però l’aveva combinata grossa: mi aveva per sempre cambiato.

Luca Bellettato

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