Sette anni dopo – Daniele Viaroli

12494246_10208490410442933_433787013_oUn cielo così azzurro in una giornata così nera. Il profumo delicato del mare ucciso dall’odore acre del fuoco. Il respiro libero del vento incatenato dai petti immobili dei caduti. Dopo sette anni lo guerra aveva raggiunto l’apice e il culmine.

Lo spirito non esitò. La rabbia guidò la fregata di Rafaeel attraverso i coltelli aguzzi degli scogli. L’odio spinse il capitano a sbarcare il prima possibile, ansioso di sporcare di sangue il cielo azzurro. La sabbia, bianca purezza tra il mare e la morte, scricchiolò sotto i suoi stivali come la bontà calpestata dalla crudeltà delle armi. Fu il primo a mettere piede a Saanirgard, esempio di fulgido coraggio per reclute spezzate dalla paura. Sollevò il capo e sfoderò la spada dall’elsa elegantemente elaborata, ultima bellezza sopravvissuta nell’orrore.

La gelida morsa del vento invernale torturava le budella impazienti di Esyld. Il respiro bloccato della fanteria schierata alle spalle della tenente le metteva fretta. Doveva scuoterli, esaltarli, gettarli nella frenesia sanguinaria della guerra. Strinse le asce con cui aveva mozzato innumerevoli teste e serrò gli occhi. Un’ultima preghiera agli dei della morte per guidare la mano verso una mietitura efficace.

Rafaeel guardò il cielo coperto dal fumo delle case in fiamme. Si portò la mano sinistra accanto al cuore e sussurrò la promessa eterna. Sopravvivere per poterla un giorno incontrare, morire per poterla aspettare. Con un urlo inarticolato scattò verso le linee nemiche. Esyld guardò il terreno, memore della timidezza soffocata dal fetore dei cadaveri. Spostò lo sguardo sulle vele leggiadre delle navi di Nueva Silvara e allungò la mano verso l’orizzonte, liberando il cuore. Un pensiero per volare sopra i mari e baciarlo, un pensiero per restare a sognarlo. Incitando i soldati caricò gli invasori.

I marinai in livrea rossa e oro di Nueva Silvara incrociarono le lame coi fanti bianchi e neri di Saanirgard. Vestiti diversi, culture diverse, facce diverse, stesso odio, stessa rabbia, stessa sete di sangue. La spada di Rafaeel danzò nella mischia, trapassando sogni e speranze in uno spruzzo scarlatto. Proseguì senza sosta, una danza di morte in una tempesta di lame. Fu ferito, ma continuò a lottare, determinato a sgozzare ancora un nemico. Le asce di Esyld spezzarono la confusione, falciando glorie e aspirazioni in un macabro raccolto. Perseverarono senza stanchezza, un turbine di sangue in un balletto mortale. Fu ferita, ma continuò a lottare, determinata ad abbattere ogni avversario.

Un tempo lo stesso amore, ora lo stesso odio. Nei loro sogni ancora il rosso di quel tramonto, nei loro occhi il vermiglio del sangue. I cuori sussurravano loro l’illusione di finire la guerra al più presto per tornare su quel ponte, le menti intonavano la certezza del fallimento, della morte dell’altro. Attorno a loro solamente morte, distruzione e armi dal morso velenoso.

Le loro lame s’incontrarono. La spada di Rafaeel bloccata tre la asce incrociate di Esyld. Acciaio di luce e ombra balenava attorno a loro. Sangue li divideva. Rafaeel vide un demone dal volto distorto, i denti serrati, i capelli scarmigliati, occhi dorati pieni di rabbia. Esyld vide un mostro dalla barba folta, il ringhio animale, il naso arricciato, occhi ambrati ricolmi di ferocia.

Entrambi scorsero la verità al di là della maschera. Il dolore prima della rabbia, l’amore nascosto nell’odio, la speranza oltre il cinismo. Scavarono in occhi profondi come l’abisso alla fine della vita e riemersero nel cielo azzurro.

Il mondo si fermò.

La battaglia scomparve e i loro occhi si scontrarono, esplosero e colorarono il respiro. Rafaeel scorse nuvole dorate gonfiarsi e conquistare l’azzurro idilliaco del gelo invernale. Esyld inspirò il profumo della cioccolata fondente che sovrastò il ferro, il fumo e il sangue. Le lame affondarono nella sabbia, inutili. Non morsero la carne di un nemico quel giorno né lo fecero mai più. La guerra nel cuor guerriero dei guerrafondai placata da un sospiro. L’odio spento dalla memoria di un distacco fatto per essere unione.

Non dissero nulla. Non servirono parole. Bastò l’unico gesto che l’orgoglio permise loro. Un cenno del capo, un assenso, una promessa di seguire solo il cuore. Una promessa che finalmente poterono rispettare.

Rafaeel le afferrò una mano e la strattonò a sé. Esyld fece resistenza, un istante di paura, un secondo di dubbio, poi si lasciò circondare dalle uniche braccia cui avrebbe mai concesso quell’onore. Insieme, uniti in un abbraccio folle e insensato, s’allontanarono dallo scontro, protetti l’uno dall’altra, anime splendenti nell’oscurità dell’umanità.

Corsero il più lontano possibile, la guerra alle spalle, l’ignoto davanti. Fuggirono dall’odio, mano nella mano, cuore nel cuore, sorridendo a quello strano scherzo del destino. Nati per esser amanti, divisi per esser nemici, uniti per superare il limite umano.

Rafaeel, un uomo che aveva perduto ogni amore, ed Esyld, una donna che l’amore non l’aveva conosciuto mai, si baciarono in silenzio, su quella sottile linea candida tra la libertà dell’oceano e la crudeltà degli uomini. Si strinsero in un flusso di speranza e dolore. Le anime si ricomposero nell’ultimo amore.

Lo giurarono. Lo promisero. E rispettarono la parola data. T’amerò per sempre, non ti dimenticherò mai. Mai. Sempre. Una promessa perduta che tornava a vivere come una fenice ardente. Quando calò la notte Rafaeel ed Esyld si baciavano ancora.

Si baciarono ogni giorno, per sempre.

Daniele Viaroli

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