La ragazza senza nome – Chiara Menapace

La ragazza senza nomeCome avrete capito dal titolo di questo scritto, io sono la cosiddetta ragazza senza nome.
Il nome è qualcosa che ci identifica facendo sì che le persone attorno a noi ci considerino persone a loro volta. Senza nome siamo nessuno, non abbiamo identità e quindi siamo destinati a rimanere al margine della società o a perire come il capriolo albino, escluso dal suo branco perchè facilmente visibile e quindi pericoloso per la sopravvivenza del branco.
Possiamo distinguere due categorie fra questi senza nome: i deboli e i sopravvissuti.
Fin da quando sono nata, ho sempre pensato che non ci fossero differenze fra queste categorie, del resto parlavamo sempre di esseri umani dimenticati dalla società. Mi sbagliavo e me ne sono resa conto man a mano crescendo.
I deboli si lasciavano trasportare dagli eventi come manichini senza vita, sperando di poter vedere ancora una volta il sorgere del sole, vivendo sulle spalle dei sopravvissuti così da poter risparmiare le loro energie usando quelle di altri. I sopravvissuti invece erano coloro che si ribellavano alla loro condizione, cercando di riemergere dall’inferno in cui erano nati, incapaci di arrendersi, capaci di abbassarsi ai lavori più umili pur di restare a galla. I sopravvissuti ovviamente lavoravano in nero, non sarebbe stato possibile per loro lavorare con un contratto e avere qualche assicurazione.
Vi chiedete perchè? Senza nome significa senza possibilità di avere un documento d’identità. Sulla carta la mia gente non esiste, sono solo dei fantasmi vaganti nelle vie di periferia. La maggior parte di loro è analfabeta, per questo non sanno come chiamare i propri figli, sono come i primitivi che si parlavano attraverso suoni gutturali e di conseguenza non sono capaci di diventare qualcuno.

Il mio nome è Lea, sono nata in questo mondo, dove il più caparbio vince tutto.

I miei genitori erano gli unici del gruppo a saper scrivere e leggere, ma quando non hai più nulla da offrire la società ti isola e da quel momento in poi diventi senza nome. Questo è il motivo per cui sono riuscita ad avere una educazione decorosa e sono diventata qualcuno in questo mondo confusionario. Giustamente vi chiederete come sia riuscita ad avere una identità e dei soldi una ragazzina come ero io al tempo, facciamo un passo alla volta.
La mia storia inizia alla tenera età di 6 anni. In una situazione normale sarei stata la tipica bambina in cerca di coccole dai suoi genitori, con la smania di voler avere tutte le bambole del mondo, ma non era il mio caso. Dall’eta di 4 anni ero diventata la più abile ladra tra il mio popolo, non perchè facessi particolare pena alle persone, ma semplicemente perchè le persone erano attirate dalla mia bellezza, come le falene sono attirate alla luce. Le persone mi si avvicinavano per osservare la mia pelle diafana, gli occhi blu mare e la mia corporatura praticamente perfetta per essere una senza tetto, rimanevano così estasiati da non rendersi conto che nel frattempo io rubavo loro soldi e magari qualche gioiello. Non mi erano mai interessate le carte di credito e nemmeno i documenti, non volevo diventare qualcuno rubando l’identità a qualcun altro. Tutti mi chiedevano perchè non rubassi interamente il portafoglio, il motivo era semplice: ad un certo punto la polizia sarebbe riuscita a risalire a me localizzando le carte di credito e di conseguenza sarebbe risalita al mio viso. Ovvio il viso, non la mia identità, quella non la conosceva nessuno. Raggiunsi in qualche anno la cifra necessaria per potermi presentare all’anagrafe con i miei genitori, che fortunatamente avevano ancora i documenti, ed avere l’onore di acquisire una identità, di diventare qualcuno per la società. Poco tempo dopo mi iscrissi in una scuola nel Bronx della città, così da poter sembrare una ragazza normale in quel gruppo disastrato di ragazzi. Continuai a rubare fino a quando non potei lavorare, feci diversi lavori e molti in contemporanea. Barista, governante, bidella, assistente.. insomma tutto quello che era disponibile. Spaccandomi la schiena tra lavori e scuola superiore, conclusi il liceo ed ebbi una borsa di studio per poter intraprendere la carriera di interpretariato. Nel corso degli anni ero riuscita a “mantenere” i miei genitori in quel buco di posto, ma volevo riuscire ad assicurare loro un futuro prospero e senza preoccupazioni. Nonostante tutto non si erano mai arresi, avevano continuato a cercare di essere assunti da qualche parte, ma essendo nulla tenenti venivano gettati via come spazzatura. Ero adirata con tutto il sistema, volevo bruciarlo, ma non potevo o avrei affondato definitivamente i miei.
Mi ero sempre chiesta come avessero fatto i miei genitori a finire in quell’inferno, erano dei brillanti insegnanti, come avevano fatto a ridursi così?
Un giorno mi decisi a chiederglielo. La situazione, a pensarci ora, doveva sembrare alquanto strana o comica, tutto il mio popolo che ci guardava discutere con lo sguardo perplesso. Vi ricordo che molti erano analfabeti o, grazie agli insegnamenti dei miei, lo erano in parte, quindi non riuscivano a capire cosa stessimo dicendo.

Per la prima volta i miei mi raccontarono della loro vita, quando tutto era spensierato e felice, quando non li sfiorava minimamente il pensiero di essere messi al margine. Tutto era iniziato con una lettera anonima, mandata alla scuola in cui lavoravano i miei, nella quale c’era scritto: “I proff. Stephen Lauren e Kristine King, di tacito accordo, hanno picchiato selvaggiamente l’alunno Robert Swan”. In una situazione normale una lettera del genere avrebbe scatenato una serie di eventi: una chiamata alla polizia, un’investigazione, un’accusa con relativo processo o un proscioglimento da tutte le accuse. Questo non era successo, i miei erano stati messi subito alla gogna senza che le forze dell’ordine potessero chiarire quello che poteva essere solo un malinteso. Erano stati portati direttamente davanti ad un giudice che, stranamente, aveva deciso la loro sorte: l’esilio.
Dovevo essermi persa qualcosa, del tipo: ma i processi sono un optional? Pensavo che fino a prova contraria il sospettato fosse innocente, che la legge fosse uguale per tutti e che tutti avessero diritto ad una giuria e a potersi difendere. Così non era stato per i miei, che erano finiti a dover rovistare nelle immondizie e a sperare che loro figlia nascesse sana in condizioni che sane non erano.

Non ci impiegai molto a capire che il corso di interpretariato non mi soddisfaceva, ero troppo presa dal capire il perchè dell’esilio dei miei per potermi concentrare sugli esami e avevo bisogno di soldi, l’università mi impediva di avere più lavori. Cambiai improvvisamente ed entrai in polizia per poter indagare sul caso dei miei.
Appena riuscii, in tempo da record, a diventare detective e dare così stabilità alla mia vita e a quella della mia famiglia, mi capitò un caso simile a quello dei miei. Due insegnanti venivano accusati di molestie nei confronti di un alunno e, a differenza del poliziotto che aveva seguito il caso dei miei, io mi misi subito all’opera per capire non solo l’identità dell’anonimo, ma anche il collegamento con il casi dei miei. Avevo subito capito che tra i due casi c’era un collegamento, questa mia tesi era infatti confermata dal tipo di linguaggio utilizzato nella lettera e dal fatto che entrambe erano state spedite dalla stessa casella postale. In qualche mese raccolsi abbastanza informazioni da poter affermare che la lettera anonima proveniva da due persone diverse, ma con in comune gli stessi ideali, probabilmente entrambi facevano parte della stessa setta. Grazie all’indirizzo della casella di posta utilizzata da entrambe le persone anonime, scoprii che esisteva una setta chiamata “No name”. Questa associazione religiosa era collocata nella stessa via della casella di posta ed era famosa non solo per far utilizzare esclusivamente quella casella dagli adepti, ma anche per essere stata spesso coinvolta in questioni non propriamente adatte ad una setta religiosa. Avevo scoperto che nel passato la setta aveva pagato poliziotti per estorcere confessioni false o per non indagare su alcuni reati commessi dai loro adepti ed era riuscita anche a modificare il normale iter di processi giuridici. La setta si occupava di convincere i suoi seguaci a liberarsi dalla loro vita agiata e diventare dei senza nome per espiare i loro peccati così da potersi finalmente elevare sopra i comuni mortali. E tutto questo “rito” di espiazione lo compivano i figli, che nascendo in condizioni disperate dovevano lottare per la loro sopravvivenza fino a quando non fossero riusciti ad entrare nella società.
Ovviamente chi moriva o non ce la faceva a tagliare il traguardo veniva lasciato a morire, diventava lo scarto dei senza nome.
La cosa mi fece rabbrividire, come si poteva solo pensare di inculcare un pensiero così malato? Espiare i peccati attraverso i figli? Così da farli vivere nella miseria e spesso condurli verso morte certa? Continuavo tuttavia a non capire il collegamento tra la mia famiglia e i due insegnanti, i miei non conoscevano persone così malate di mente, tranne i miei “compaesani”, e anche i due insegnanti erano delle persone normali. Cosa mi sfuggiva?

Un pomeriggio mi ritrovai a discutere con un mio collega di quel caso che, nonostante tutto il tempo che ci avevo dedicato, non riuscivo a risolvere. Lui mi fece una domanda banale: hai controllato che i tuoi non facciano parte di quella setta? Di primo impulso gli avrei tirato una sberla e urlato contro tutte le cattiverie che mi stavano passando per la testa, ma poi mi resi conto che non avevo mai pensato ai miei come possibili carnefici di loro stessi.
Ero sempre stata convinta che fossero le vittime, le vittime di una società malata, nella quale la meritocrazia e la giustizia non esistevano quasi più.
Mi ero lasciata trasportare dal mio amore per i miei genitori e forse non avevo visto che la verità era sotto i miei occhi. Decisi immediatamente di indagare in modo più approfondito sulla setta e di interrogare i due insegnanti e i miei genitori.
Non avrei mai pensato di dover affrontare la verità in quel modo, sbattutami in faccia dai miei così infervorati dal loro credo. Non ci potevo credere, non potevo credere che i miei avessero escogitato tutto quello che avevo passato solo per seguire una stupida religione, per potersi sentire a posto con la loro coscienza marcia. I genitori che avevo reputato perfetti o quasi si stavano rivelando i miei carnefici, quelli che con la scusa di volermi temprare nel carattere e nel fisico mi avevano mandato a vivere nell’inferno in terra. Ora mi si chiarivano tante cose, il fatto che loro non dimagrissero, che andassero ancora in chiesa e che il loro conto in banca esistesse ancora. Mi chiesi mille volte come avessi fatto in tutti quegli anni a non farmi queste domande, ma tuttora credo che l’affetto nei loro confronti mi avesse resa cieca di fronte alla verità.
Grazie ai miei colleghi e alla sottoscritta, la setta venne liquidata e i miei, come i due insegnanti, vennero messi in prigione per sfruttamento minorile e per non aver rispettato i doveri dei genitori nei confronti dei figli.

Sono passati tanti anni da quella scomoda scoperta, che mi ha allontanato definitivamente dai miei genitori. Sono rimasta sconvolta da quanto una religione possa influenzare le persone fino a renderle succubi e incapaci di capire e decidere della loro vita. Quella setta aveva convinto i miei che solo il mio sacrificio avrebbe permesso a loro di vivere in pace con la loro anima e Dio, aveva plagiato la loro anima e la loro mente. Nessuno dovrebbe avere il permesso di decidere per gli altri, di cancellare la loro esistenza, di convincerli che solo il suicidio della propria identità e di quella della progenie identità porti alla redenzione. Ognuno dovrebbe, anzi deve, pensare liberamente con la propria testa, finche la morte non prenda il sopravvento sulla sua natura umana. L’anima possiamo salvarla solo credendo in quello che siamo e cercando di essere moralmente corretti verso ogni essere vivente. Eliminare l’identità di una persona è il modo più efficace di toglierle quel briciolo di dignità e nessuno dovrebbe mai permettersi di pensarlo.

“L’identità di un uomo consiste nella coerenza tra ciò che fa e ciò che pensa.”
→ CHARLES SANDERS PEIRCE
Ma se non pensiamo, cosa faremo? E soprattutto chi saremo?

Chiara Menapace

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