Sbagliato – Luca Bellettato

La malattia di Mio PadreUn altro brufolo era spuntato sulla mia faccia. Dannazione, la crema non aveva funzionato, per cui quella mattina sarei dovuto uscire con quell’enorme vulcano sul mio naso, pronto ad esplodere in qualsiasi momento.
Fortunatamente era inverno e avrei potuto nascondere la bestia sacrilega sotto ad una sciarpa spessa. Tendevo sempre a nascondermi, con qualunque cosa.
“Ale! Smettila di coprirti!”
Laura comparve dal nulla e urlò a squarciagola, rompendo il glaciale silenzio che pervadeva la pensilina. Avrei voluto sprofondare. Tutti la stavano fissando, tutti mi stavano fissando e avevo paura, il terrore di essere giudicato.
“Piantala, ci stanno guardando tutti!” Le sussurrai, in modo che nessuno sentisse.
“Non mi interessa, posso fare quello che voglio!” Ribatté con arroganza.
Eravamo amici, ma non ci somigliavamo per niente.
I nostri genitori erano amici di infanzia, quindi il nostro rapporto era stato forzato, tuttavia era cresciuto nel tempo, permettendoci di costruire una solida relazione.
Dicembre faceva ormai capolino ed eravamo già esausti per la scuola che casualmente avevamo scelto insieme. La matematica era il mio forte, quindi optai per il liceo scientifico; lei mi seguì, possedendo un enorme desiderio di realizzarsi come veterinaria.
Quella mattina una fantastica interrogazione di latino mi attendeva con ansia.
Ero preparatissimo, avevo studiato per giorni interi, ma la mia insicurezza incombente era solita distruggere tutte le mie aspettative.
“Coniuga il verbo amo” strillò la professoressa Galli.
Le mani sudavano e la mia gamba sfiorava di continuo quella della sedia.
Dalla mia bocca non usciva una parola e percepivo tutti gli sguardi dei miei compagni puntati addosso. Sfigato.
In fondo lo ero, con quell’aria da secchione, gli occhiali spessi e l’abbigliamento molto poco alla moda. A me piaceva così, però forse sarei dovuto cambiare.
Avrei voluto essere come Giorgio: sicuro di sé, estroverso e anche leggermente cretino. Con la battuta pronta, riusciva a fare colpo sulle dieci ragazze della nostra classe. Erano affascinate, ma la sua deficienza evidente le riportava immediatamente alla cruda realtà. Avrei desiderato essere suo amico, in modo da essere rivalutato e finalmente apprezzato. Infatti, spesso cercavo di imitarlo, con un clamoroso insuccesso, ero decisamente un po’ troppo goffo.
Tuttavia quel giorno sembrava che il destino fosse dalla mia parte.
Il professore di storia ci aveva assegnato un lavoro di gruppo e casualmente uno dei componenti del mio era proprio Giorgio. Sarei dovuto andare a casa sua, dato che non voleva mai spostarsi, snob e pretenzioso come non mai.
Nel pomeriggio ci incontrammo tutti. Ovviamente anche Laura faceva parte della schiera, in più si erano aggiunti Michele, anonimo e completamente sulle nuvole, e Sara, le cui dita stavano già andando a fuoco a causa del suo intenso messaggiare.
Era la prima volta che entravo in quella casa silenziosa e spettrale. Numerose ragnatele ricoprivano la lampada posizionata nella parte superiore della porta, non rispecchiando per nulla la personalità di chi ci abitava all’interno.
Il campanello rintoccò come nei vecchi castelli vampireschi e una donna minuta venne ad aprirci. Ci guardava con occhi misteriosi, nascosti da occhiali alla moda, in netto contrasto con la pettinatura antiquata. La maglietta leopardata e i pantaloni neri e stretti facevano comprendere come la donna volesse esprimersi, desiderando il centro di tutte le attenzioni possibili.
‘Stessa personalità di Giorgio’ pensai.
Infatti era la madre. Rimasi completamente scioccato dal suo aspetto, ma subito ci accompagnò in cucina, luogo in cui avremmo dovuto svolgere la ricerca sui fenici.
Aspettammo più di mezz’ora e la cosa cominciava ad infastidirmi.
Giorgio amava farsi attendere e soprattutto desiderare. In quei casi non lo sopportavo e avrei voluto ucciderlo. Chi si credeva di essere? I miei quesiti derivavano probabilmente dall’educazione che avevo ricevuto dai miei genitori.
L’altruismo e l’ospitalità sarebbero stato sempre al primo posto, accompagnati da un’educazione impeccabile.
“Possiamo cominciare!”
Finalmente arrivò e dettò subito legge. Facciamo questo, facciamo quello, come era solito fare in classe con i suoi compagni, o meglio, sudditi. Il re si rivolse a me con un’aria superba.
“Alessandro, tu riassumi questo capitolo”. Sprofondai. Mi sentivo inadeguato, ogni volta che mi parlava in quel modo. Il suo sguardo aveva lo strano potere di distruggere la poca autostima che possedevo.
Lo odiavo, ma nello stesso tempo ne ero tremendamente affascinato. Avrei voluto essere a tutti i costi esattamente come lui.
Mentre trascorrevamo il nostro prezioso tempo a cercare di incastrare le nostre proposte in un testo che avesse per lo meno un senso compiuto, la madre di Giorgio irruppe nella stanza.
“Volete un the?” Sussurrò, con quella sua vocina flebile che non rispecchiava per nulla la sua esuberante esteriorità.
Tutti contemporaneamente annuimmo. Fu in quel momento che notai un particolare scioccante che all’ingresso non avevo visto. Il collo della donna era completamente ricoperto da graffi, rossi e piuttosto lunghi. Deglutii, come terrorizzato da qualcosa di spaventoso e provai a non mostrare il mio stato d’animo.
Laura, però se ne accorse.
“Che hai?”mi chiese a bassa voce.
“Hai visto?” Le domandai quasi balbettando, indicandole ciò che avevo notato.
“Il collo..”
Laura si rivolse verso la madre di Giorgio e rimase di stucco.
Tuttavia continuammo la nostra ricerca, ma un altro episodio fece riaffiorare l’argomento.
“Avete sentito la notizia del giorno?” Gridò Michele,
“Oggi un padre di famiglia ha picchiato a sangue sua moglie, riducendola in fin di vita.. Per poco non ci lasciava le penne!”
Giorgio si incupì.
“Si, poverina quella donna.. Aveva in casa il marito da dieci anni e non ha mai avuto il coraggio di denunciarlo.. Non riesco a crederci..” Ribatté Sara.
“Ora basta!” Gridò Giorgio sbattendo un pugno sul tavolo.
“Voi che ne sapete? Non capite nulla! Non avete vissuto nulla! andate al diavolo!”. Se ne andò in camera sua.
Non capivamo cosa lo avesse turbato così tanto. Una cosa, però era certa: lui l’aveva vissuto e i graffi di sua madre non potevano che confermare la mia opinione.
In quel momento un mare di pensieri percorsero il mio cervello. Forse il suo egocentrismo era solamente un campanello d’allarme. Probabilmente la sua solarità e il suo continuo ricercare attenzioni era solo un modo per non pensare. Pur ammirandolo, avevo sempre odiato la sua arroganza che in un attimo ai miei occhi si trasformò in fragilità e disperazione. Era il suo modo per restare a galla, in una vita che gli risultava scomoda e soffocante. Ero contento di essere uno sfigato, o meglio, ero felice di essere me stesso.

Luca Bellettato

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