Sul filo del rasoio – Chiara Menapace

Sul-filo-del-rasoio“Respira! Dannazione, respira!”

Mi hanno sempre insegnato a vivere intensamente, immergendomi nella quotidianità per trovare qualcosa di straordinario, qualcosa che valesse la pena vedere, assaporare.
Ho sempre pensato che avere paura fosse stupido, un sentimento da cui stare ben lontani, ma mi stavo sbagliando. E non avevo ancora una idea di quanto.
Avete presente quei momenti in cui ci si ritrova a dire: “Ero nel posto giusto al momento giusto”? La mia storia inizia così, in un supermercato qualsiasi persa a decidere quale dentifricio comprare, insomma a pormi i grandi quesiti della vita.
Ricordo di aver avuto accanto una madre con il suo bambino, ridevano e il bambino faceva delle facce buffe per tirare su di morale la madre. All’inizio non capivo perchè volesse farla ridere, pensavo che volesse solo fare il bambino e fare, permettetemi, lo scemo, così osservai la madre che mi aveva sempre dato le spalle. Era piena di lividi: un labbro rotto, un occhio nero, i segni delle dita sul collo, potevo solo immaginarmi come fosse ridotta sotto i suoi vestiti. Lei mi guardò, evidentemente si era accorta che la stessi osservando, mi sorrise e disse: “Il mio ex, capita”. Ricambiai il sorriso, ma non riuscì a risponderle. Volevo dirle quanto mi dispiaceva, volevo chiederle se potessi fare qualcosa per aiutarla e invece niente, me ne stetti lì in piedi come un ebete a sorriderle, o a provarci almeno. Anche il suo bambino, fra l’altro bellissimo, mi guardava con i suoi occhioni grigi e con l’espressione tipica dei bambini vivaci, quel misto di euforia e di astuzia.
Non ebbi nemmeno il tempo di salutarlo o di fare qualcosa che sentì uno sparo.
Di primo impulso pensai che fosse stato un petardo, ma no, non poteva essere, troppo vicino, troppo rumoroso e troppo terrificante. Ero forse finita in un attentato terroristico? Non era la prima volta che un terrorista faceva fuoco in un supermercato. No, peggio, mi ero ritrovata ad assistere ad una esecuzione.
Mi girai verso destra, l’uomo alla cassa si riversò per terra con un buco in fronte. Il secondo colpo fece crollare per terra sanguinante una signora di più o meno 40 anni, non morì subito. La vidi a terra a chiedere pietà per la sua vita, a scongiurare l’assassino di risparmiarla, ma lui le puntò l’arma tra gli occhi e premette il grilletto. Lo sparo riecheggiò nel supermercato insieme alle urla delle signore vicine al luogo dell’ultimo delitto. Lui le guardò, i suoi occhi grigi mi ricordavano quelli del bambino accanto a me, ma erano freddi e distanti, accecati dalla follia. Premette di nuovo il grilletto, ma non successe nulla. L’arma si era inceppata. La guardai bene, era un vecchio revolver probabilmente comprato a basso prezzo. Era malconcia, ma aveva funzionato abbastanza a lungo per giustiziare due persone.
In quel momento vidi dal mio nascondiglio che le porte erano tutte state sbarrate, non che la cosa mi sorprendesse, ma mi sorprendeva il fatto che l’uomo non fosse entrato a volto coperto e che non avesse chiesto i soldi dalla cassa. Mi resi conto che il suo obiettivo era un altro, anzi che i suoi obiettivi erano altri. Ed erano nascosti insieme a me. Sgozzò con immane ferocia le donne accanto alla cassa e cominciò ad urlare come un pazzo: “Roberta, tu puttana, esci! E porta con te quell’obbrobrio di tuo figlio! Diventerete le mie bestie da macello!”
Ero terrorizzata, guardai la donna e capì che di lì, vive, non saremmo uscite.
Eravamo nascoste bene, ma non avevamo modo di spostarci senza farci vedere. Decisi di far nascondere il bambino in uno scatolone mezzo vuoto e di sperare nella sorte. Come avevo immaginato lui ci trovò dopo poco, mi guardò e nei suoi occhi lessi sorpresa. Non si aspettava che ci fosse qualcun altro, evidentemente aveva fatto male i calcoli. Quell’espressione non rimase sul suo volto a lungo, mi guardò e poi si voltò verso la “sua” donna: “Visto che ne ho l’occasione, ti mostrerò cosa ho intenzione di farti.”
Mi prese e allontanò da lei di un paio di metri, così da far sì che lei vedesse bene la scena, che morisse di paura intanto che mi torturava. Cercavo di dimenarmi, ma mi resi conto che il mio corpo non reagiva come avrei voluto. Avevo sottovalutato la paura, lei si era presa il controllo del mio corpo lasciandomi inerme.
Sentivo la mia carne lacerarsi sotto la lama del coltello, non abbastanza da uccidermi, non abbastanza da farmi perdere coscienza, ma abbastanza da farmi venire da vomitare. No, urlare no. Dal primo taglio sulla mia pelle avevo deciso che quell’uomo non mi avrebbe mai sentito urlare, né mi avrebbe mai visto piangere. Mi urlava addosso, ma stavo perdendo i sensi. Non mi dimenavo nemmeno più. Decise che il gioco era finito, si era stufato. Mi pugnalò più o meno all’altezza del fegato e ruotò il coltello. Stavo per svenire, ma non so come mi tenette sveglia abbastanza a lungo per farmi sentire la lama lacerare la pelle del mio collo e con buone probabilità lacerarmi la carotide. Volevo urlare e piangere, ma ora non riuscivo più a farlo. Crollai per terra sanguinante, pensando che fosse finita. L’ultimo ricordo è l’urlo straziante di quella donna e il pianto del bambino. Pensai che quello sarebbe stato il mio ultimo ricordo e mi svegliai giusto in tempo per vedere di fronte a me i corpi esanimi e torturati della donna e del bambino.
Non ero morta, ero quasi stupita, pensavo che mi avesse lacerato la carotide o che il buco nel mio fegato mi avesse fatto morire dissanguata. E invece no, ero viva e sentivo le voci di alcune persone. Svenni di nuovo, evidentemente di sangue ne avevo perso parecchio.

I medici e la polizia mi raccontarono cosa era successo, come ero arrivata in ospedale, in che condizioni, del medico che mi urlava: “Respira! Dannazione, respira!”, della carneficina, del DNA sotto alle mie unghie, dell’orrore. Mi fecero così tante domande che imparai a fingere i malori o ad inventare scuse. Quell’essere, quell’uomo non era riuscito ad uccidermi, ma ci stavano riuscendo gli agenti di polizia a forza di farmi ricordare quell’orrore. I medici erano contenti delle mie condizioni. Appena il mio stato di salute me lo permise, iniziai a rimettermi in forma. Avevo la necessità di mettere su qualche kg di muscoli, ero diventata pelle ed ossa e secondo il mio psicologo non sarei mai riuscita a tornare ad essere sia fisicamente che mentalmente quella di prima. Usai lo sport e lo studio matto e disperatissimo come modo per stare lontana da tutti, non riuscivo a guardare in faccia in miei genitori, figuriamoci delle persone estranee.
Mi sentivo un pupazzo senza anima, l’avevo persa quel giorno insieme alla mia voglia di vivere intensamente e al mio disprezzo verso la paura. La paura era una costante nelle mie giornate, c’era sempre qualcosa che mi facesse pietrificare: un suono, una persona, un movimento.
Ero stufa di avere paura, ma a mano a mano mi resi conto che la paura era ciò che mi aveva salvato. Se in quel momento non mi fossi mossa, la mia vita sarebbe finita. Imparai che chi non ha paura muore velocemente e che la paura ti lascia due scelte: paralizzarti e lasciarti morire o sfruttare l’adrenalina e la pazzia necessaria per sopravvivere.
Dopo aver provato sulla mia pelle quell’orrore, finalmente realizzai di aver vissuto come un acrobata che cammina lentamente sul filo. Avevo sempre creduto che quel filo rappresentasse la mia vita, la costante paura di cadere e di non riuscire a rialzarmi, ma non era così. Avevo capito che, anche fossi caduta, avrei avuto abbastanza coraggio per rialzarmi e continuare con la mia vita senza essere obbligata a rimanere in equilibrio sul filo. Quel filo alla fine non rappresentava il mio modo apatico di vivere, ma il muro che si era creato tra me e il mondo esterno. Avevo così paura di cadere che mi ero nascosta nella mia stessa paura, paura che in questo caso mi aveva reso apatica e immobile.
Ebbi la prova del mio coraggio, se così lo vogliamo chiamare, quando ricevetti la visita del mio avvocato. Mi stava spiegando la strategia che voleva adottare per inchiodare quell’uomo, imparai quel giorno il suo nome, Sandro. Non ho molti ricordi della strategia del mio avvocato, ma un dettaglio mi aveva colpito.
“Noemi, devo chiamarti a testimoniare. So che sarà dura, ma devi far vedere alla corte quello che hai passato. Devono provarlo anche loro.”
Volevo solo scappare, ma non potevo. Non potevo fuggire e lasciare che quel mostro non pagasse per l’orribile crimine che aveva commesso, quindi restai, ferita ma restai.

Chiara Menapace

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