Sulle tracce di Garcia – Lorenzo Scano

1421957540452Le luminarie e le ghirlande al neon, sommate alla voce dello speaker che augurava Buone feste a tutti in spagnolo, gli davano alla testa. L’aria di Natale contrastava di netto con il motivo per cui s’era recato lì, e lui ne era fin troppo conscio. Alla fine della calle il cancelletto elettrico di un condominio s’aprì, accogliendo una famigliola felice e un gruppo di bambini che reggeva dei pacchetti colorati fra le mani. L’interno del cruscotto della sua Mustang, invece, custodiva una SigSauer e un silenziatore artigianale – ennesimo dettaglio che stonava con il clima da festa – che egli stesso aveva progettato e costruito per l’occasione.
Carmine Pajero sbuffò e decise di agire. D’altronde era l’unica alternativa rimastagli per mettere le mani sul malloppo e addosso a quell’infame di Aleandro Garcia. Gli ordini del suo committente erano stati abbastanza chiari: prendi i soldi e scappa, come il titolo di quel vecchio film con Woody Allen, al quale andava aggiunto e occupati di Garcia, senza lasciare tracce. Quell’ultima frase, purtroppo per Garcia, non godeva di ampie interpretazioni. Quindicimila dollari, più il trenta percento del malloppo, erano per Carmine dei motivi più che validi per passare le feste in quelle condizioni – a bordo di una Mustang presa a nolo a Ciudad, aspettando di fare la pelle a un uomo di cui conosceva solo ed esclusivamente le misere credenziali. Oltre alla sua storia più recente, al danno provocato ai membri del cartello, che erano furiosi adesso.
Quello che Pajero più detestava, dell’intera faccenda – e nel suo lavoro – erano gli appostamenti infiniti e logoranti come quello. Sei, sette, otto ore di fila spese ad osservare la facciata di quella piccola villa indipendente ai margini della città. Per giunta non la sua città, ma un immondezzaio a cielo aperto della provincia messicana che alle diciassette era già deserto e assopito come un barbagianni in letargo. Ciudad era distante una ventina di chilometri, e i rumori della metropoli non raggiungevano certo l’agglomerato periferico. A eccezione di un cane che latrava là da qualche parte, nella notte, tutto era quieto e taceva. La famiglia felice e il gruppo di bambini era scomparso all’interno del condominio, e la calle ora era deserta. Carmine era esausto. La mattina della vigilia l’aveva trascorsa così, lontano da casa e dalla famiglia, a spiare l’ombra del suo uomo che si muoveva dietro le finestre della cucina e del piano di sopra. Pajero sapeva che quel disgraziato non se la passava bene. Non era uscito ancora da quelle mura di mattoni e di cemento colorato, e il cacciatore di taglie era sicuro che non lo avrebbe fatto nemmeno più tardi. Addosso aveva una paura della madonna, ed era molto più che lecito che l’avesse. Aleandro sapeva che gli sbirri – la DEA, il Bureau e la Guardia Nacional – da una parte e i Los Zetas dall’altra si erano già gettati a capofitto in una caccia spietata e priva di confini per scovarlo; i primi lo avrebbero arrestato, ed era di gran lunga la cosa più felice che gli potesse capitare. Poiché i secondi invece…
Pajero aveva visto il video, al motel, prima di spegnere il portatile e alzarsi per volare al cesso, dove aveva rigettato la merenda, il pranzo e la cena tutte assieme: tacos al formaggio e tortilla di patate, senor. I membri del cartello erano pazzi. I membri del cartello erano spietati. I membri del cartello erano violenti come pitbull e più sadici della stragrande maggioranza di professionisti in giro sul mercato dei killer a pagamento. Pajero era uno di questi, ma non aveva mai compiuto una violenza simile – nemmeno alla lontana, a dire il vero – a quella del filmato in cui comparivano i Zetas e il compagno di Garcia.
Si chiamava Ernesto Riota, ed era un ex ispettore della Policia Federal che aveva trascorso qualche anno dentro al gabbio per aver sottratto delle prove a carico di Miguel Guzman, un macellaio del cartello accusato dei crimini più efferati; il tizio era così riuscito, tre anni prima, a evitare la galera patteggiando con lo Stato una cauzione salata. Molto probabilmente, era uno di quelli che avevano stanato Ernesto in un tugurio fuori Juarez, assieme a due puttane dalla pelle mulatta, prima di rapirlo e di staccargli la testa a colpi di machete. Questo era avvenuto l’8, il giorno dell’Immacolata. Prima che la lama del coltello lo colpisse alla gola, Ernesto aveva confessato ogni cosa; se l’era fatta addosso e l’obbiettivo della telecamera aveva zoomato la macchia di piscia nel cavallo dei bermuda a coste. I membri del cartello avevano riso e menato il disgraziato. Garcia e Riota avevano teso una trappola ad un comando, due mesi prima, sottraendo una valigia che scoppiava di contante ed era destinata a lasciarsi una scia di cadaveri alle spalle. Avevano agito nella notte, favoriti dalle tenebre e dall’oscurità. Riota aveva detto che Garcia soffriva di una malattia rara, e che gli era impossibile esporsi alla luce solare di giorno. Il comando era composto da quattro affiliati ai Zetas, uno dei quali era il cugino dell’aguzzino più incazzato nelle riprese. Durante l’esecuzione in video, un fiotto di sangue caldo era schizzato sul pannello di vetro della telecamera; un membro degli Zetas, il cui volto era celato da un passamontagna nero come la muerte, si era poi divertito a straziare il tronco di Riota e infine a dargli fuoco. Il titolo del video era Mesaje por Garcia. Messaggio per Garcia. Il cartello l’aveva postato su youtube e la violenza aveva impiegato poco a trasformarsi in prodotto virale. La rete impazziva per quel tipo di cose. Per quanto riguarda le due puttane, poi…
Carmine scacciò dalla mente quelle immagini, ancora vivide, e si concentrò sulla casa. Garcia l’aveva occupata, ne era sicuro; era l’unica della calle e in quel quartiere periferico a non essere addobbata a tema, con ghirlande e babbi natale appesi ai balconcini moreschi. Quello era il motivo che lo aveva indotto a fermarsi là davanti, e il suo sesto senso non l’aveva tradito. Pajero aveva sconfitto la DEA e i Los Zetas, almeno sul tempo: meno di un mese e mezzo e dall’hotel della Baja California in cui alloggiava aveva attraversato la frontiera, spostandosi fra pianori assolati e aride mesas, giungendo prima a Ciudad e da lì scandagliando ogni più piccolo buco di provincia, alla ricerca del suo uomo. Qualcosa era successo, in quei quaranta giorni, e Pajero non si poteva esimere dal pensarci: mentre dava la caccia a Garcia, a Ciudad, qualcuno aveva ucciso una puta a pochi isolati dall’infimo hotel dove il suo uomo aveva alloggiato. Si trattava di una diciottenne, e l’assassino le aveva reciso le mammelle. Nulla di così strano, certo, in quella fogna in cui le donne erano le più soggette alla violenza, alle sevizie, alle torture e agli omicidi; quell’anno ne erano state uccise più di cento. Le orme di Garcia avevano condotto Pajero fuori Ciudad, a Maloperro: l’uomo aveva preso una camera in una piccola pensioncina davanti al fiume. Carmine era arrivato qualche giorno dopo, leggendo su una copia del giornale locale che il cadavere di una bimba di dieci anni era affiorato dalle acque limacciose ventiquattr’ore prima. Da Maloperro aveva guidato fino a un villaggio remoto della provincia, dal quale erano scomparsi tutti i cani e tutti i gatti dalle strade. Esto no me lo explico, aveva bisbigliato un vecchio a Pajero.
E adesso che era giunto laggiù, da un grande cartellone ligneo all’ingresso del quartiere il volto di una tredicenne aveva ammiccato alla luce delle luminarie verdi, i cubitali che da sotto il mento e sopra al petto chiedevano: Quien la ha vista?
C’erano delle connessioni che Pajero ignorava ma che gli affollavano la mente. Il pensiero delle sparizioni e delle morti lo aveva accompagnato per tutta la caccia a Garcia; sognava la puttana mutilata a Ciudad e ripensava di sovente alle parole di quel vecchio, a Maloperro: esto no me lo explico. “Delle coincidenze assurde” si diceva, prima di riuscire a prender sonno e addormentarsi. Ma alla fine l’aveva preso, a quell’infame. L’aveva beccato prima degli sbirri e prima dei narcos, salvandolo ad atrocità capaci di far cacare sotto Ed Gein e compagnia cantante. Il suo committente era un pezzo grosso nella Baja, ed era deciso ad appropriarsi di quel carico a tutti i costi. Garcia non avrebbe avuto scampo. Lo avrebbe ucciso, certo, ma rapidamente e da professionista, con una pallottola nel mezzo della fronte.

Pajero scese dalla macchina e chiuse lo sportello senza fare rumore. Nuove luminarie e altre ghirlande erano state accese nella calle, e dal comignolo di un’abitazione si levava verso il cielo una linea di fumo grigiastro. Il cacciatore di taglie aggirò la struttura indipendente e si fermò davanti a una finestra affacciata sul giardino di dietro; diede una sbirciata a quella che era una cucina e si accertò che Garcia non fosse nei paraggi prima di dedicarsi al bumping sulla serratura della porta a vetri là accanto. Prese mano alla pistola – un’automatica capace di sbalzare un corpo umano contro un muro da una decina di metri di distanza – e tese le orecchie.
Era sicuro d’aver udito una voce, là da qualche parte, oltre la parete che divideva l’ambiente della cucina dal salotto e dall’ingresso principale.
Fu allora che lo scorse. Denso, rosso e copioso. Sangre, il sangue. Un lago di fluidi che impregnava la moquette e si allargava in lungo e in largo nel salotto, strisciando come un fiume verso un androne buio e deserto. A mollo, nella pozza, c’era della carne: un polmone, una mano, un lembo di pelle mulatta. Il cacciatore di taglie puntò l’automatica nel nulla, il fiato corto e i conati che gli minacciavano la gola. L’androne immetteva su una rampa di scale che portavano al piano di sopra, da dove proveniva una luce. Carmine avanzò nell’oscurità, e scalino dopo scalino, capì.
Capì della donna a Ciudad. Capì della bimba di dieci anni nel canale. Capì dei cani e i gatti e comprese le parole dell’anziano. Capì il cartellone all’ingresso del quartiere.
L’unica porta aperta nell’androne era quella di una camera da letto. Garcia era là dentro. Assieme ai membri degli Zetas. Morti. Uno senza testa, un altro privo degli arti superiori. Pistole e mitragliette abbandonate ai piedi di un letto a un’unica piazza.
Gli occhi dell’infame erano tinti di vermiglio e dalle labbra sporche di sangue fuoriuscivano due canini acuminati e letali.
Carmine capì ogni cosa. Rammentò le parole di Riota prima di morire: Soffre di una malattia rara, gli è impossibile esporsi ai raggi solari.
I presagi che lo avevano tormentato nella caccia a quel bastardo erano fondati e reali. Ovunque egli fosse andato, scappando dagli sbirri e dai Los Zetas, Garcia s’era cibato.
Era un… vampiro!
Tutto era così assurdo, tutto era così grottesco. Come le ghirlande e le luminarie incorniciate alla finestra, che dava sulla strada e sul grande cartellone bianco all’inizio della calle.
Carmine gli puntò la pistola alla testa. L’ombra del vampiro sgusciò di lato e il proiettile andò a conficcarsi nella parete. Prima che Pajero potesse muoversi, Garcia gli aveva dilaniato la gola con i canini, squarciando la carne e recidendo la giugulare.
Esto no me lo explico, fu l’ultimo concetto che il cervello di Pajero riuscì a formulare.
Da qualche parte, nella calle, sì udirono le note di un cantico di Natale. La mezzanotte era scoccata nell’attimo preciso in cui la vita era fluita dalla sua gola.

Lorenzo Scano

***

12045208_1479359225727971_6215737600917385391_oLorenzo Scano, classe ’93, comincia a scrivere attorno ai dodici anni. Ma è solo a diciotto, partecipando a un concorso per i licei di Cagliari, che vede i suoi primi due racconti pubblicati. Inaugura il suo percorso con “Vigilante”, che si rifà volutamente alle atmosfere della serie di romanzi e film de “Il giustiziere della notte”, e con “Ultima fermata: rapina a mano armata”. Dal suo primo romanzo, “Una sporca faccenda”, è stato tratto un cortometraggio – dal titolo omonimo – realizzato dalla Biblioteca Multimediale di San Gavino Monreale, visibile su Youtube e nel sito della stessa. Con “Hinterland”, una raccolta di racconti in cui sono protagonisti politici, poliziotti e uomini d’affari corrotti, si è aggiudicato invece una recensione entusiastica sulle pagine di Sugarpulp. A Luglio dell’anno in corso, per i tipi della Watson Edizioni di Roma, uscirà il suo nuovo romanzo.

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