Color ocra – Mario Altrui

a72b08ae3d_7063812_medLe dissi: “ Ascoltami, da quanto tempo non mi ami più?”
In quel preciso istante distogliesti lo sguardo dal mio. Quel giorno il caldo non si sopportava, e tu lo dimostravi stretta in quei pantaloncini attillati con le gocce di sudore che ti scendevano lungo il viso, attorcigliata su quella sedia a due passi dal balcone spalancato. Lontano, il sole stava già calando. Tutto era immerso nel particolare colore del tramonto. Forse a causa di quella domanda scomoda, tornasti in terra ed, allungando un braccio verso un quaderno, iniziasti a scarabocchiare.
“Perché sai io ho provato a mantenere questo dannatissimo rapporto vivo. Ho provato in tutti i modi a buttarti nella mia vita, sempre stando attento alla tua di vita. Ma mi è sempre sembrato di stare dalla parte sbagliata, di essere sempre nel torto. Voglio solo sapere che cosa ti sta succedendo.”
Fuori, da qualche parte, si udivano le grida innocenti dei bambini e il costante martellare di un pallone in un cancello. Le loro uniche preoccupazioni erano racchiuse in una sfera. Sarebbe stato bello sfidare le leggi del tempo e tornare a passare giornate intere in mezzo a loro, tra un passaggio e un tiro, sfidando macchine e lampioni.
Sul quaderno non c’erano disegnato nient’altro che cerchi e un accenno del tuo nome. Mi degnasti di una risposta: “Non c’era più spazio per te. Facevo le mie cose e non mi veniva in mente di chiamarti. “
Troppo vaga. Spazientito, continuavo a girare nervosamente in tondo in quella stanza inseguendo un qualche filo che avesse la capacità di tirarmi fuori da quel labirinto. Continuava a sfuggirmi.
“E poi tu avevi i tuoi esami…” Scossi la testa. Decisi di prendermi la testa tra le mani su quel divano di casa tua così nuovo, così comodo. Non era quello sul quale c’eravamo amati, quello dove avevamo inventato nuovi modi di fare l’amore. Continuavi a non guardarmi, il tuo nome era ormai completo. Lo stavi ornando di fiori.
“Da quanto tempo?”
“Due mesi, uno forse.”
“E in tutto questo tempo il nulla?”
Al mio fianco era dunque sempre stata una bambola di pezza, inerte, senza pensieri e senza volontà. Anche durante quella festa, racchiusa in quel tuo vestitino d’incanto, sfoggiavi le tue doti di ballerina e mettevi me in imbarazzo, io che non avevo mai avuto i movimenti giusti e il ritmo nel sangue. Un sorriso dipinto in volto come il tuo trucco, i veri momenti di gioia erano quando ti approcciavano gli altri. Ridevi con me, mi baciavi e mi prendevi la mano, ma l’unico che riempiva d’amore questi momenti ero io. Tu eri senza vita. Io sono stato tanto cieco da non notarlo. Stavo lentamente realizzando d’averti persa.
“Non c’è nessun altro, ovviamente.” Ci sei soltanto tu, di nuovo. Questo è il punto, certo. Ho perso questa voglia di ragionare, di capirci qualcosa, ho perso la voglia di parlare. Ecco la mia sconfitta, ecco il momento in cui realizzo che il mio posto è fuori da questa camera, fuori da questa casa. Per sempre. Il momento in cui metto in discussione tutto il mio passato, fino a che la fatidica domanda non mi opprime. Ma non la dirò mai, non avrò il coraggio di chiederti se c’è stato un momento, uno solo, nel quale mi hai amato davvero.
È il momento in cui ti guardo e capisco che non stai nemmeno più pensando, i tuoi tratti sul quaderno si fanno più veloci, più violenti. Le figure geometriche prendono il sopravvento tra i quadretti bianchi. Tutto qui? Non riesco ad andare via per il semplice motivo che sei ancora lì, seduta su quella sedia e non mi stai guardando. So benissimo che la paura mi opprimerà quando sarò dall’altro lato, quando sarò tra le mura che mi hanno cresciuto e tra le quali tu non appartieni più. In quel preciso istante tu invece sarai già un passo avanti, già proiettata in un mondo tutto tuo. Io rimarrò indietro, andrò sempre indietro e tu sempre avanti. Non dovrebbe succedere, ma sento che accadrà. E allora non voglio lasciare questa stanza perchè se la lascio, perdo tutto. Non come è successo a te, che una mattina ti sei alzata dal tuo letto e hai sentito che non amavi più il tuo uomo. Non può essere così anche per me.
Non voglio diventare così.
Mi alzo e ti guardo, ma mi contraccambiano solo i tuoi capelli raccolti in una coda bellissima. Dovrei dire qualcosa, così, giusto per un finale degno di questa storia. Ma sono troppo spaventato e troppo arrabbiato, troppo diviso. Potresti dire anche qualcosa tu. “Dovresti andare, non avevi una partita tra un’ora? “
Hai lo sguardo del domani, quando me lo dici. È il tempo a condannarmi. Devo abbandonare questa stanza prima che mi ci perda definitivamente.

Mario Altrui

mario-altruiMi presento: sono Mario Altrui, nato 23 anni fa in quel di Napoli. Ho una laurea in Lettere Moderne e scrivo recensioni e articoli sul mondo delle serie tv, la mia seconda passione dopo la letteratura. Il mondo delle serie televisive, infatti, è solo d’adozione: ho scelto Lettere proprio per seguire la mia passione nel leggere e nello scrivere. Tuttavia non ho mai pensato di pubblicare niente di quello che scrivo, almeno fino ad ora, quando ho pensato fosse il momento giusto per mettermi in gioco.

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