Prigioniero – Mario Altrui

uomo-molfetta-coltello-moglie-tuttacronacaMi hanno preso. E ora sono dietro queste sbarre gelide che tengono prigioniero il mio corpo e la mia mente. Prigioniero di me stesso.
E ora qui siamo:
Io e la mia vita. Faccia a faccia
Io e le mie bugie. Faccia a faccia.
Io e le vite degli altri. Faccia a faccia.
E ogni tanto si mescolano queste tre cose e, quando succede, è un casino che non ti immagini. E’ un bordello di roba, di pensieri soprattutto, che ti saltano in testa e non sai perchè e non sai da dove arrivino, non sai nemmeno se siano reali. Non sai in realtà cos’è vero e cosa no. È tutto lì, tutto confezionato per saltare fuori dalla scatola magica e rovinarti la giornata. Anzi no, a rovinarti il momento. Sì, perchè poi non sai che da quella scatola potrebbe uscire anche qualche ricordo piacevole e ti rassereni. Ma quali ricordi piacevoli posso mai pescare io?
Il mio fardello era quel bambino, ed è qualcosa che non avrei dovuto dire a nessuno. E fino a quella sera ero riuscito a tenermi dentro quel segreto, quel mio orrore personale.
Da solo, nel mio appartamento, trenta anni di vita buttati a lavorare in nero, problemi con la droga, gli alcolici, amicizie malfidate, nessun vero amico e soprattutto un lavoro che alla fine, se l’unica cosa che sai essere è l’uomo di strada, ti ritrovi a fare: il criminale. E mi riusciva bene, devo dire. Si trattava perlopiù di intimidire, di maltrattare a parole e con pugni tutti quelli che il mio capo disprezzava.
Quando iniziai a fare anche rapine in ville e case, ho visto dei bei soldi passare per le mie tasche. Ma molti di questi finivano dritti nelle tasche di quelli che mi facevano lavorare, all’organizzazione, e quelli che avevo io di certo non potevo affidarli ad una banca. Non sono mai riuscito a godermeli. Era l’unica cosa che sapessi fare: non avendo mai finito la scuola, il mondo del lavoro mi era inaccessibile, e ricordo ancora chiaramente quando dieci anni fa quando tutto peggiorò. Avevo cambiato città, perchè avevo fatto una mossa falsa e non potevo certo permettere a quei bastardi poliziotti di acchiapparmi. Una sera incontrai un vecchio amico: avevamo dei bei trascorsi insieme, mi disse che c’era un buon giro di affari lì in quella zona, e che di forze fresche ce ne era sempre bisogno. Mi fidai.
Furono anni terribili per quella città: andavo avanti lasciandomi dietro una striscia di sangue, mentre incrociavo il mio cammino con tanti uomini lasciandoli quasi sempre o morti o vivi a metà. Rapinavo negozi, li incendiavo, rovinavo le vetrine. Senza mai farmi beccare, senza mai farmi rinchiudere qui dentro. Ma non era destinato a durare.
È orribile questo posto. Non c’è da combattere soltanto gli altri prigionieri che sono come me, devo anche combattere me stesso. Ed è impossibile, se resti chiuso tra quattro mura per tutto il giorno e per il resto della tua vita. Comunque, dicevo che mi riusciva bene rapinare e uccidere.
Mi diedero da assaltare e rubare una casa: roba forte, mi dissero. Gente che si gode sul serio la vita, di quelli che cambiano telefonini ogni mese. A tutta la famiglia. E insomma lì dentro potevo trovarci una fortuna, il colpo che “manco una rapina in banca”. Ovviamente si trattava di fare anche uno sgarro al proprietario, membro di non so quale partito politico. Ma di queste cose, io non mi sono mai interessato.
Roba da non crederci quella villa. La cassaforte, dopo essere stata aperta, era come un acquario: potevi immergere le mani nei contanti. Non fu difficile entrare eludendo i sistemi di sicurezza, né aprire quel pezzo di metallo: avevo un esperto con me di queste cose, non mi avevano mandato da solo. C’erano altri tre che, dopo aver aperto la cassaforte, si diedero da fare per ripulirla e portare tutto via. Istintivamente invece io andai in cerca di altro per la casa. Finii in camera da letto dove sul comodino, da fuori, avevo visto dei diamanti. Non potevo certo trattenermi. Non avevo mai sbagliato nulla fino a quel momento, mai un errore in vita mia, eppure si svegliarono marito e moglie. Avevo fatto cadere un orologio, che non mi ricordo su cosa andò a sbattere. Il marito aprì gli occhi lamentandosi. Fu incredibile, ma in quel momento non avevo nulla a portata di mano per stordirlo, nemmeno la torcia che avevo prestato a uno. Non persi tempo e lo soffocai col cuscino, mentre l’altra strillò e fui costretto a zittirla con un bel pugno, che la fece ricadere tra le lenzuola.
Iniziò poi a strisciare a terra e a frignare. Stupida donna. Stavo raccogliendo la mia roba e me ne volevo andare al più presto: avevo perso troppo tempo a zittire il riccone. Ma realizzai in quel momento che qualcosa era andato storto con l’allarme: sentii le sirene dei dannati poliziotti e lo stridio delle gomme che inchiodavano le macchine all’asfalto fuori la villa. Non seppi mai cosa successe davvero con quell’allarme, pensai solo a scappare il più in fretta possibile. Tentai di abbandonare la stanza, ma incredibilmente la donna, urlando e piangendo, mi si gettò addosso bloccandomi. Era una furia nel suo frignare, era fuori di sé perchè le avevo ucciso il maritino. Senza pensarci, tirai fuori il coltello e divincolandomi glielo piantai nel cuore. Non emise più lamenti. Quando mi giro sulla porta vedo questo bambino, che era lì, che aveva visto tutto, che aveva gli occhi fuori dalle orbite per quello che avevo fatto. Già alcune lacrime solcavano il suo viso. Impazzii: ero fuori controllo, dovevo scappare al più presto perchè già sapevo che non avrei mai potuto sopportare questa prigione.
Impazzii perchè lui, piccolo, aveva visto tutto e lo avrebbe ricordato per sempre. Non la mia faccia, ma i suoi genitori senza vita. Doveva serbare quel ricordo così orribile per sempre?
Lui era lì, col suo orsacchiotto sottobraccio che sembrava uscito da un film, col suo pigiama bianco. Dopo quella notte non lo indosserà mai più perchè quel pigiama divenne tutto rosso, intriso del suo sangue.
Ero invasato, fuori controllo, ma gestii bene la mia fuga e ancora, come sempre, non mi presero.
La solitudine nel mio appartamento in cui mi ritrovai, dopo quella sera, mi ha reso pazzo. L’immagine di quel bambino iniziò a tormentarmi giornata dopo giornata, e tentavo di sciacquarla via ogni sera col vino. Di giorno resistevo, tenevo duro, non davo modo a quell’abominio di venire a galla. Ma il troppo vino mi ha forse tradito. Avevo un vicino sul pianerottolo che alcune volte era stato gentile a risolvermi alcuni problemi in casa, roba di tubature e via dicendo. Non sapeva troppo di me e quel che sapeva era frutto di mie bugie. Una sera mi bussa, mi chiede di fare meno casino, di abbassare il volume della musica, ma vede che sono ubriaco. Insomma per farla breve, sotto l’effetto del vino gli canto tutto. Forse piangevo anche prima di collassare rovinosamente in preda a vomito e convulsioni. Quel gran bastardo si spaventò e la prima cosa che fece fu chiamare un’ambulanza. Dai dottori ai poliziotti il passo è breve.
Mi ha fatto rinchiudere in questa prigione in men che non si dica. E ora, qui dentro, qui nella mia testa, è tutto un casino e non riesco proprio ad uscirci più.
Quando sei normale, una persona normale dico, comunque è diverso. Sono cose che affronti una alla volta, magari due. Poche volte tre. Fare i conti con la propria vita, beh, chi non lo fa ore, minuti e quarti d’ora? Non puoi vivere senza fare i conti con essa. Non puoi fare niente, anzi non puoi dire di stare facendo niente, se intanto non fai i conti con lei. Tenere a freno quell’istinto omicida, che ogni volta che hai un coltello in mano e sei vicino ad una persona che odi particolarmente, inspiegabilmente ti collega il cervello agli occhi e ti fa vedere già la scena del torace insanguinato. Normalità è contenere tutto questo. Non saperlo controllare, sarebbe pazzia. Purtroppo io ero pazzo, e già da molto prima del bambino. Purtroppo io non potevo vedere più i coltelli. Mi facevano venire in mente la vita esile che avevo troncato. L’unica di cui veramente mi fosse importato qualcosa. Iniziai a vederli anche se nella mia cella non c’erano, coltelli e bambino. Il primo che venne a farmi visita fu lui con quel suo pigiama schizzato di sangue, con i suoi occhi grandi e lacrimosi. Mi tormentava, mi appariva ovunque, senza dire niente. Facevo tutto io nella mia testa, riempivo io quei suoi silenzi ghiaccianti, e rispondevo con urla sempre più strazianti ogni giorno che passava, ogni volta che per mandarlo via mi sbattevo la testa contro il muro, i pugni contro questa cella. Finché quel muro divenne come il suo pigiama.
Rosso sangue.

Mario Altrui

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