Pagina bianca – Irene Serra

3564484484_c350b85f3e“Ho un forte bisogno di scrivere.”
A lui questo può dirlo. L’ha incontrato da poco ad una fermata del pullman. La barba bruna e uno zaino sulle spalle. Pioveva e il naso le colava a intermittenza.
Aveva appena affondato il viso nell’ennesimo fazzoletto quando si era sentita toccare la spalla.
Il pullman che lui stava aspettando era stato soppresso, era stata questa la scusa.
“Sai come arrivare alla stazione?”
Aveva dato solo un rapido sguardo in fondo alla strada, senza dubitare della veridicità della sua affermazione.
In parole povere ci era cascata, in pieno.
“Sì, ti accompagno.”
Non avrebbe mai accompagnato nessuno da nessuna parte, o almeno nessuno sconosciuto incontrato ad una fermata del pullman, ma qualcosa in questo caso la aveva convinta a fare uno strappo alla regola. L’aveva strattonata, spinta via e aveva lasciato che l’imprevisto, l’impreparato, il non calcolato entrasse a gran velocità prima che lei facesse in tempo a rialzarsi, a scrollarsi la polvere di dosso e riprendere il suo posto, guardiana.
“E’ come se avessi perso il filo e non sapessi più dove ero rimasta.”
Parla un po’ da sola, ma sa che lui l’ascolta.
Il suo sguardo è curvo su chissà quale storia, la penna in una mano e la sigaretta accesa nell’altra. Lo sta disturbando e lui la lascia fare.
“Scrivere alla fine è un po’ come leggere, non trovi? La storia è sempre e solo una, solo che ognuno la racconta a modo suo”
Il tavolo di legno vicino alla finestra scricchiola sotto il peso della mano di lui che continua, veloce e imperterrita, a dar vita a qualcosa.
Quando si sono conosciuti, l’autunno era appena iniziato e ora sono gli alberi spogli quelli oltre il vetro della finestra, un grande abbraccio di rami secchi le cui foglie giacciono a terra ammucchiate da un giardiniere negligente e inzuppate da una prima, timida, nevicata di città.
Posa la penna sul foglio e si gira a guardare le sue spalle. Questa volta lo zaino è lontano, lasciato cadere di fianco alla porta, subito dopo averne varcato la soglia.
Scava dentro di sé, protetta dalla distrazione di lui, tenta di portare in superficie un sentimento che non c’è, ed è rabbia quella che le nasce improvvisamente all’interno dopo essere rimasta a mani vuote, un grande eccesso d’ira che si trova a dover frenare con tutte le forze che ha. Inizia a detestare la sua voce, il colore dei suoi occhi, quel suo continuo toccarsi la barba con la punta delle dita, sente di non reggere più perfino il ritmo del suo respiro.
Lui si volta, finalmente.
“Non è la stessa cosa,” dice “scrivere e leggere sono due cose ben diverse.”
“Odio la parola cosa.”
“Non dovresti odiare, è un sentimento inutile.”
“Però esiste.”
“Esiste anche la parola cosa.”
Ride, lei. Una risata leggera e breve, prima di tornare seria e voltare lo sguardo nuovamente sul suo foglio.
“Non penso tu possa scrivere così a comando. Devi essere paziente, devi aspettare l’ispirazione.”
“E’ così tanto che non scrivo, un tempo lo facevo in continuazione.”
“Lo so.”
“Ne ho bisogno.”
“Lo so.”
“E’ molto più complesso di una semplice ispirazione.”
“Quanto complesso?”
“Molto.”
Il tavolo scricchiola nuovamente, ma questa volta non sotto il peso delle parole. Sono le zampe del gatto a posarsi sopra di esso e percorrerlo a passo felpato leggere ed eleganti.
Tocca con la mano il suo pelo morbido e freddo e il gatto alza la coda e si lascia accarezzare amorevole.
Fuori la neve ha smesso di cadere.
Lui fa un ultimo tiro, poi spegne la sigaretta accartocciandola nel posacenere e lascia cadere la penna sopra al quaderno ricoperto di frasi.
“Una tazza di tè?” le chiede. La guarda sorridendo con lo sguardo che usa sempre quando pensa di conoscere in anticipo le sue prossime parole.
“Quello alla vaniglia?”
Sorride annuendo e lui le schiocca un bacio sulla fronte, prima di alzarsi e dirigersi verso la cucina.
Il gatto è ora intento ad annusare la punta della penna che non ha ancora iniziato ad usare. Forse dovrebbe richiuderla, si consumerà l’inchiostro.
Si chiede come gli dirà che non ha voglia di sentirsi dire che odiare è un sentimento inutile, che quel suo modo di toccarsi i baffi le fa saltare i nervi, che non c’è nulla in lui a farle provare qualcosa.
Se lo chiede mentre il gatto si acciambella assonnato sul foglio bianco, stropicciandolo e rendendolo definitivamente inutilizzabile.
Socchiude gli occhi gialli da felino e la guarda, come non aspettasse altro che la prossima mossa.
Lei ride, con quel suo riso leggero, poi prende a grattarlo piano dietro l’orecchio sinistro.
Il gatto approva e ricambia dando il via a un concerto di fusa scoprendo e ritraendo lentamente gli artigli delle zampe anteriori.
Avvicina l’orecchio alla sua pancia, quasi posa la testa su di lui, prova a sentirlo meglio.

Irene Serra

***

14248100_1445328715494072_1026614080_oMi chiamo Irene Serra e vi scrivo perché seguo da molto il vostro progetto e leggo regolarmente la maggior parte dei racconti che pubblicate. Dopo ripensamenti vari ho deciso finalmente di provare ad inviarvi anche io un paio dei racconti brevi che solitamente scrivo e poi tengo per me. Vivo a Torino, ho vent’ anni e studio Culture e Letterature del Mondo Moderno all’università. Ho iniziato a scrivere a tredici anni, dopo aver letto “Il diario di Anna Frank”. All’inizio ero un fiume in piena e devono esserci ancora una lunga serie di quaderni nascosti in uno scatolone della cantina a confermalo. Poi, piano piano, il fiume si è placato, ma ancora adesso, molto spesso, mi capita di riprendere in mano carta e penna e lasciare che quell’importante parte di me esca fuori spontaneamente. Ho amato follemente le sorelle Bronte, i personaggi femminili di Jane Austen e i paesaggi magici di Gabriel Garcia Marquéz, ma questi sono solo alcuni degli autori che mi vengono in mente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *