Se non hai un amante, inventalo. – Orsola Lejeune

Era un tiepido pomeriggio di primavera, Camilla stava tornando a casa da lavoro quando ricevette una telefonata da un numero sconosciuto.
Oddio cosa vorranno ora? Forse è meglio non rispondere…
Ma quella volta, come altre, non resistette alla curiosità:
“Pronto?”
“Sei Camilla?”
La voce al telefono era strana, rotta dal pianto e sconvolta. Era una donna.
“Sì, sono io. Chi è?”
“Devi lasciarlo in pace!”
Camilla non riusciva a capire.
“Ma chi? Chi è, che parla?”
“Non ti deve interessare chi sono. Tu devi lasciarlo in pace. Lui sta cercando di rifarsi una vita.”
“Guarda scusami, non so chi tu sia, non so di chi tu stia parlando.”
“STO PARLANDO DI ANDREA! Brutta troia! Tu devi lasciarlo stare!”
La donna continuava a singhiozzare fra una frase e l’altra e Camilla non riusciva a capire di cosa parlasse, neanche le offese riuscirono a farla arrabbiare tanto era strana la situazione.
“Andrea?”
Fece mente locale sugli Andrea che conosceva, ma non le venne in mente niente. Vuoto totale.
“…ma Andrea chi?”
“Non fare la finta tonta. Tanto so tutto.”
“Tutto cosa? Ascolta, io non sto capendo, quindi o cerchi di essere chiara, oppure riattacco perché mi stai solo confondendo. Si tratta di uno scherzo telefonico?”
La donna evidentemente percepì l’onestà nelle parole di Camilla o forse cedette alla sua minaccia di riattaccare e finalmente fornì nuove informazioni.
“Andrea Cartone. Tu sei la sua amante. Lo so, me lo ha detto. Puoi anche toglierti la maschera ora.”
Andrea Cartone… Andrea Cartone… lo stesso nome e lo stesso cognome… non può essere un caso.
A Camilla tornò in mente il viso del suo primo fidanzato, il suo primo vero amore, il fidanzatino del liceo che aveva amato con tutta se stessa, con cui aveva fatto l’amore la prima volta e aveva conosciuto un nuovo mondo e un nuovo sentimento. Quel nome non avrebbe potuto scordarlo mai.
Erano anni che non lo vedeva, anni che non lo sentiva, ma aveva già avuto sentore di strani comportamenti da parte sua, quando qualche volta l’aveva cercata sulle chat dei social network con una certa insistenza ossessiva. Camilla era sempre stata bene attenta a tenerlo a distanza.
Questa donna ora le stava ricordando il suo nome e la stava accusando di essere la sua amante. Non riusciva a capirne il perché.

“No, ascoltami. Non so chi tu sia, ma io Andrea non lo vedo e non lo sento da anni.”
“Stai mentendo.”
“Mi dispiace, sento che stai piangendo ma io non so come aiutarti. A questo punto però vorrei capire cosa sta succedendo.”
La donna si calmò in pochi secondi, il tono si fece più tranquillo e sembrò riacquistare un po’ di autocontrollo.
“Ci possiamo vedere?”
“Certo, anche subito.”
Camilla e la sconosciuta fissarono a un bar lì vicino e, mentre aspettava che arrivasse, Camilla continuava a rigirarsi dei pensieri nella mente cercando di capire cosa fosse successo, ma non riuscendo ad arrivare a nessuna conclusione.
Quando la vide, la riconobbe subito. Aveva gli occhi ancora gonfi di pianto e le guance rosse.
“Ciao, io sono Camilla.”
“Adele.”
La situazione era imbarazzante. Camilla non sapeva da dove iniziare, per lei era tutto surreale.
“Vuoi raccontarmi cosa è successo?”
Adele con le lacrime agli occhi iniziò a raccontarle tutta la sua storia.
Aveva conosciuto Andrea al lavoro, erano entrambi membri di un’agenzia che aveva come scopo quello di motivare le persone.
Camilla non fu stupita che il suo ex ragazzo facesse un lavoro del genere, era sempre stato bravo a manipolare la mente delle persone, era sempre stato un bugiardo patentato. Se lo ricordava, quando da piccoli riempiva i genitori di bugie e si ricordava quanto fosse bravo a farlo, sembrava crederci anche lui mentre le raccontava. Quando erano ragazzi lo aveva sempre giustificato, pensando che i genitori fossero piuttosto oppressivi e questo lo avesse portato ad affinare la tecnica delle bugie.
Ora aveva trovato il lavoro perfetto per lui a quanto pareva, doveva spingere le persone a fare qualcosa di costruttivo. Ecco cosa facevano i “motivatori”.
Camilla se lo fece spiegare da quella ragazza in lacrime e rimase inorridita dal tipo di lavoro che quei due praticavano.
Si era sempre opposta a qualsiasi tipo di influenza psicologica esterna. Aveva sempre pensato che la psicologia delle persone fosse talmente fragile e variabile che non doveva essere manipolata da nessuno, se non da veri medici con le competenze per farlo e, anche in quei casi, non doveva essere manipolata ma districata, e la cosa era ben diversa.
Non osò fare commenti sulla cosa, davanti a quella ragazza distrutta, e la incitò ad andare avanti con la storia.
Adele era fidanzata all’epoca in cui conobbe Andrea ed era fidanzata con il capo di entrambi.
Bene ottima situazione.
In pochi mesi si innamorarono follemente e Adele iniziò a tradire il fidanzato sempre più spesso, non riuscendo a fare a meno di Andrea neanche per pochi giorni consecutivi.
Non riusciva però neanche a lasciare il proprio fidanzato, a cui doveva tutto. Le aveva dato una posto dove vivere quando la madre l’aveva buttata fuori di casa,  gli doveva il lavoro e il mantenimento, perché il lavoro non rendeva poi così tanto. Si era ritrovata quindi incastrata e non riusciva a lasciarlo per correre fra le braccia del suo vero amore, Andrea.
Senza contare che, se Adele avesse lasciato il fidanzato per Andrea, sarebbero quasi sicuramente rimasti contemporaneamente senza lavoro e senza casa.
La situazione sembra sempre più rosea.
Fu in questo frangente che Andrea ammise di avere un’amante, in quanto, non potendo mantenere una situazione stabile con Adele, stava cercando di costruirsi un’altra relazione.
“Tu eri l’amante…”
Adele la guardò con occhi indagatori.
“Ma da quanto?”
“Un anno e mezzo.”
Camilla non resistette, non riuscì a fermarsi, nonostante percepisse il dolore vero della ragazza che aveva davanti, scoppiò in una risata sonora.
“No ascoltami, io sono almeno tre anni che non lo sento e forse dieci che non lo vedo! Non ci posso credere…”
“Non è finita qui…”
La ragazza ormai con espressione piena di vergogna continuò con il racconto.
Adele dopo circa un anno era riuscita a trovare un nuovo lavoro, lasciare il fidanzato e rendersi indipendente. Speranzosa che a questo punto la loro storia potesse essere rose e fiori, iniziò felice una nuova vita.
Andrea però non demordeva e continuava a dirle di non poter lasciare Camilla, che lei aveva troppo bisogno di lui, che ci aveva provato a dirle che non potevano continuare la relazione ma lei aveva minacciato di suicidarsi.
“Quindi scusa, secondo lui, io è sei mesi che continuo a tenerlo legato a me con la minaccia altrimenti di ammazzarmi?”
“Sì lui dice che le cose stanno così… è per questo che io oggi ti ho chiamata. Non ce la facevo più.”
Camilla questa volta non rideva.
Aveva davanti a sé quella ragazza magrissima, con gli occhi gonfi e la faccia distrutta. Aveva compreso dal suo racconto quante ne avesse passate a causa di Andrea e non poté far altro che provare una pena profonda.
“Mi dispiace. Mi dispiace tanto. Non so perché ti abbia raccontato tutte queste bugie. E’ matto.”
“Lo lascerò. Questa volta davvero troverò il modo di lasciarlo.”
“Io credo che sia l’unico modo che hai per uscire da questo incubo. Ha dei problemi seri.”
“Non gli dire nulla, per favore.”
“No, Adele mi dispiace, questo non te lo posso promettere. Lo chiamerò. Non posso permettergli di coinvolgermi in queste follie. Tu cerca di uscirne.”
Fu così che le due ragazze si lasciarono sulla soglia del bar e Camilla guardò andar via quella ragazza demolita e ripiegata su se stessa, con la voglia di proteggerla, con la voglia di continuare ad aiutarla ma con la consapevolezza che non avrebbe potuto fare di più.

Tornò a casa e prese il cellulare. Ritrovò il vecchio numero del suo ex e pregò che non lo avesse cambiato.
Oddio, menomale squilla.
Andrea rispose con voce stupita:
“Camilla?”
Eccola di nuovo quella voce di tanti anni prima.
“Ho appena finito di parlare con Adele.”
Andrea rimase in silenzio.
“Mi ha raccontato di tutte le bugie che le hai detto.”
Il silenzio continuava a rimanere sospeso.
“Andrea, perché lo hai fatto? Perché io? Che senso ha?”
“Tu sei bella, avrebbe visto la tua foto su Facebook.”
Questa volta fu Camilla a rimanere in silenzio, cercando di capire.
“Era umiliante fare la parte dell’amante quando lei conviveva ancora con il suo ragazzo. Mi sono dovuto inventare un’amante anch’io e ho scelto te perché saresti stata una degna avversaria. Tu sei bella e lei avrebbe visto le tue foto.”
“Ma cosa vuol dire la bellezza???”
Camilla cercava di dare un significato a tutte quelle parole che lui le stava vomitando addosso.
“Ma poi lei ha lasciato il suo ragazzo. Perché hai continuato?”
“Il nostro rapporto era stato costruito così. Sul filo del rasoio, sempre con la paura di essere scoperti, con l’adrenalina, il poterci vedere ogni tanto era una conquista. Io avevo paura che se la situazione si fosse appianata, lei mi avrebbe lasciato. In fondo ha lasciato il suo ragazzo solo perché spinta dalla gelosia nei tuoi confronti.”
“Andrea la gelosia nei confronti di chi??? Io non sono mai stata la tua amante!”
“Per lei sì, lo eri.”
Camilla rimase boccheggiante al telefono, non riusciva a capire tutta quella follia. Non riusciva davvero ad arrivare al succo della questione. Lui era convinto che tutte quelle bugie fossero state necessarie. Era convinto che l’amore andasse vissuto così.
“Devo pensare un attimo. Ti richiamo.”

Camilla riattaccò e si distese sul letto.
Cosa stava succedendo a questo mondo?
Andrea era solo uno dei tanti esponenti delle follie che imperversavano ultimamente nelle relazioni amorose: tradimenti, bugie, ferite, cattiverie.
Fra le persone, si era instaurato un meccanismo di incomunicabilità e di egoismo che portava sempre al dolore di qualcuno.
Era diventata una guerra.
Le relazioni invece di essere dei nidi dove ripararsi, dove trovare amore, comprensione e dove trovare “casa”, stavano diventando delle guerre fredde, mai esplicitamente dichiarate ma sempre serpeggianti fra parole non dette.
Follia pura.
Andrea era andato oltre, aveva portato quel meccanismo oltre i limiti convenzionali, ma era solo l’eccesso di una consuetudine che regolava il mondo dove vivevano.
Ecco perché Camilla era tanti anni che rifiutava di mettersi in gioco.
Non voleva più guerre, non voleva più bugie, non voleva più tradimenti.
Non avrebbe più rischiato, se non ne fosse davvero valsa la pena. Questo se lo era promesso.

Richiamò Andrea.
“Ascoltami il tuo ragionamento è folle. In tutta la sua follia posso capirlo e posso percepire il disagio sociale che c’è dietro alle tue parole, ma tu devi farti aiutare da qualcuno.”
“Io non sono pazzo… tu non hai capito la situazione.”
“Andrea io l’ho capita benissimo e spero con tutto il cuore che tu non abbia ragione. Io spero che l’amore non sia quello di cui parli tu. Spero che non ci si debba affaticare con delle cattiverie per mantenerlo vivo. Spero che l’amore sia tutt’altro e a parer mio tu stai distruggendo te stesso e anche lei ragionando in questo modo. Spero di non incontrare mai nessuno come te.
L’importante è che ora tu mi lasci fuori dalla tua vita, che tu non pronunci mai più il mio nome e che non mi usi più per i tuoi sporchi giochi.”
Camilla riattaccò.
Si era arrivati al punto che, se non si aveva l’amante, si doveva inventarlo per concorrere con gli altri.
Camilla non avrebbe accettato queste regole. Non lo avrebbe mai fatto, a costo di rimanere sola tutta la vita.
Dopo pochi giorni aprì Facebook e trovò la foto di Adele e Andrea di nuovo felici insieme.
Adele non aveva resistito e aveva perdonato tutte le bugie di Andrea, interpretandole come segno di vero amore.
Camilla osservò quella foto con tristezza profonda, notando quanta poca forza avesse una donna innamorata.
Dopo pochi mesi i due si lasciarono di nuovo.
Il loro amore non aveva resistito senza il punteruolo del tradimento. Adele aveva un nuovo ragazzo e viveva, a quanto pare, felice.
Che avesse ragione Andrea?

Questa sarebbe stata una domanda che avrebbe perseguitato Camilla per molto tempo.

Orsola Lejeune

One thought on “Se non hai un amante, inventalo. – Orsola Lejeune

  1. Conosco una storia …
    E’ imbarazzante… perché oltre ad essere simile a quella di Camilla, io mi chiamo Andrea. Esattamente come il protagonista dell’altra storia.
    Era il 2002. In autunno, se non ricordo male il primo giorno del mese di Ottobre. In Italia era appena avvenuta una sciagura, ma la chiamavano semplicemente Euro. Dall’alto dei miei 18 anni non mi curavo di politiche monetarie. Le mie preoccupazioni, le mie priorità erano molto frivole, ma allo stesso tempo altrettanto struggenti per un ragazzo di quell’età. La scuola, il calcio, la mia ragazza, gli amici… non in quest’ordine, ma rappresentavano la mia agenda quotidiana e non nascondo che siano stati pensiero e speranza di qualche preghierina prima di andare a letto. “Fa’ che non mi interroghi”, “Voglio segnare domenica alla partita”, “Devo prendere un bel voto, sennò la media va sotto”… Drammi quotidiani affidate alla preghiere di Bart Simpson qualsiasi sul suo “letto di morte”. Perché all’epoca – quando ancora non mi era richiesto di pensare ai rischi delle politiche monetarie, ai problemi di lavoro e alla precarietà del mio futuro – il mio presente era rappresentato da futili punti di riferimento che a me sembravano tutta la mia vita.
    Era il 1 Ottobre. Sì, ne sono sicuro; nel mentre che incedo nello scrivere mi convinco sempre di più che era quella la data esatta. Un mio amico mi aveva appena chiamato perché secondo lui dovevo rendere dei soldi a un tizio. Non voglio essere frainteso, quel tizio aveva ragione; dei miei compagni di classe, tra cui uno di quelli che mi aveva chiamato per darmi la lieta novella, mesi prima gli avevano preso a sassate la fiammante moto nuova. Sassi di quelli grossi, non di quelli piatti e lisci che lanci per far rimbalzare sul letto del fiume. Io avevo la colpa di essere lì con loro quella sera. Quel tizio non mi aveva fatto niente, anzi… io al contrario di altri non ero invidioso di lui. La mia vita non era male… calcio: bene. A scuola, iniziavo la quinta superiore, ma ero uno promettente. Ragazze… una, bellissima. Amici… beh, come si è capito a volte facevano qualche cazzata, ma a me bastavano. Insomma, tornando alle sassate di quella sera di Agosto, mi misi sul mio motorino, a distanza. Non vidi niente, ma sentì 3 botti forti e sordi e preso dalla paura, che in quei casi si mischia al senso di colpa, me ne andai via. <> pensai. <>. Fu in effetti quello il mio capo di imputazione.
    Andai a dire tutto, la sera stessa, al mio vecchio compagno di banco. Un ragazzo di un anno più grande di me con il quale passai un anno indimenticabile, nel vero senso della parola. Poi lui raccontò tutto all’interessato e a distanza di un paio di mesi quelle sassate mi tornarono dritte in faccia.
    Dopo quella telefonata, innervosito dalla situazione che ritenevo ingiusta visto il mio reale coinvolgimento, presi il motorino per andare a trovare la mia ragazza. Lo facevo spesso da due anni oramai, il pomeriggio, dopo scuola. Ricordo che era Martedì, perché non avevo allenamento. Ne facevo solo 3 all’epoca. Feci quella strada come tante altre volte, prendendo la rincorsa sulla discesa subito dopo il cimitero di Trespiano, perché il mio motorino non aveva i rapporti adatti per affrontare in modo sprint la salita del Pian di San Bartolo. Solo io so quante volte, anche sotto la pioggia, per arrivare a casa di lei sono sceso e ho spinto il motorino in salita. 90 chili di ferraglia che se non raggiungeva gli 80 all’ora ad inizio salita non sarebbe stato in grado di portarmi oltre quella salita fino a Montorsoli. Neanche fosse una Delorean truccata…
    Arrivai da lei, in quella casa spettacolare a due piani con un giardino enorme e con un albero su cui lei scriveva i suoi pensieri di adolescente irrequieta e piena di speranze. Quando arrivai lì, quella che chiamerò la “mia Camilla” era strana. Mogia, distante e con un sasso in mano, pronto al lancio. Fu quella la seconda sassata della giornata. Altro che il boomerang di Agosto. Esordì con <>. Poi proseguì con <>. Infine concluse con <>.
    Io avevo 18 anni e quello che ero in grado di dare sono convinto bastasse anche a lei che ne aveva 17. Ma soprattutto, da quello che avevo capito seguendo la sua serie di spiegazioni, era colpa mia. Non le davo abbastanza attenzioni. Sinceramente non capivo. Non avevo gli strumenti per capire. Era la mia prima forte delusione che subivo, soprattutto in amore. Cominciai a farmi degli esami di coscienza che in uno stato mentale dissestato dalla sassate di quel Martedì 1 Ottobre fecero anche male, perché io di lei mi fidavo e se mi diceva che aveva provato questo, allora era vero. Camilla all’inizio ebbe pazienza di ascoltarmi e di vedermi piangere, poi decise che io ero troppo debole perché la sua pazienza potesse continuare a sopportare tutto questo. E quindi basta, non valeva più la pena rispondermi. Non che io avessi provato a chiamarla più di tanto: l’ultima volta che la vidi per strada mi lasciai andare, un’altra volta e parlai con lei; vedendo quella faccia stufa, mi dissi che bastava così. Stavo male, come non ho mai ammesso, ma scoprii che si poteva andare avanti; salvo poi dimenticarlo ogni volta che a stretto giro di boa, quando un mio amore finiva, quel dolore nello stomaco mi riprendeva e mi sembrava insuperabile. Dissi basta e andai avanti cercando di dimenticare chi mi aveva dimenticato così, senza che io ne capissi il senso. Forse perché ero troppo giovane e ingenuo per capire quello che quelle frasi volevano dire.
    La terza sassata, esattamente come un contrappasso, fu quella che face più male. A distanza di qualche mese – vicino al giorno del mio compleanno, in Aprile – la mia Cami si rifece viva. Non le importava granchè che io mi fossi rimesso a posto in qualche modo, che avessi un’altra ragazza di cui ero innamorato, che a calcio eravamo secondi in classifica a un punto dalla Sestese. Lei voleva stare ancora con “quel ragazzo che era sempre stato bravo con lei” e che non era come altri che l’avevano tradita e le avevano mentito.
    Mi chiesi in base a quale esperienza fosse in grado di fare un paragone del genere con me. Come sapeva che ero meglio di altri? In fondo io ero quello che non le dava importanza, quello non abbastanza maturo da farla sentire amata o desiderata. Lei mi aveva detto questo. Era la giustificazione al fatto che lei ne avesse abbastanza da trattarmi come una persona noiosa.
    Feci vari pensieri su questo: forse era solo possessiva e non le andava giù che qualcun’altra camminasse sul suo orticello, argomento che capisco, ma che non rispetto. Almeno non più. Magari gli era presa la nostalgia di quando stava bene; o forse aveva semplicemente conosciuto un simil tronista da Canale5 che l’aveva stregata con i suoi occhi di ghiaccio, per poi scoprire che le piacevano solo i suoi capelli lunghi. Forse si era resa conto che voleva sposarmi davvero, come in quelle favole che ci si racconta quando si è piccoli e inquieti e si sente la pulsione di promettere e mettere le mani su qualcosa, per avere delle certezze. Forse invece aveva solo avuto una scappatella con un mio amico che era tanto stupido quanto simpatico, ma in fondo troppo scarso a giocare a ping pong sulla spiaggia.
    Non lo sapremo mai….perché non mi interessò. Qualunque fosse il motivo probabilmente quello che mi aveva raccontato non era la verità. Quella era solo stata la cosa più semplice da fare per lei: lasciare a me l’incombenza di farmi un esame di coscienza che non era mio. Ma come ho detto non mi importò.. lei era lì e nel riprenderla, insieme, abbiamo ferito un’altra persona che non c’entrava niente e a cui oggi, ancora, rinnoverei le mie scuse per essere stato leggero…e troppo giovane per accorgermene.
    Ma il contrappasso dantesco – che oggi i filosofi della New Age chiamano Karma – non aveva finito di esaurire il suo umorismo e in un’altalena di emozioni puerili – difficili sia da decifrare che da spiegare, soprattutto dal sottoscritto – è inziata una partita a ping pong dove io cambiavo compagno di squadra come un novello Zlatan Ibrahimovic, ma con il romanticismo di Roberto Baggio. Non ho mai avuto nulla da obiettare alle loro reazioni. Le capivo e in un modo tutto mio, le rispetto. Ora come allora.
    Non c’è bisogno che io prosegua in questa narrativa sulla mia condotta; questa è già ampiamente documentata da una variegata letteratura che va da internet alla trasmissione del verbo per via orale, come fecero coloro che resero Achille un immortale agli occhi del mondo.
    Vorrei concentrarmi di più sulla similitudine che ho descritto all’inizio. Su quanto fosse inquietante e imbarazzante che la Storia di Camilla, Adele e Andrea assomigliasse a qualcosa da me già vissuto. Anche io ebbi una relazione con una ragazza che non doveva essere toccata. Lavoravo in una società dove questa era praticamente la First Lady e il mio capo il nostro Donald Trump. Ma non possiamo chiamarla Adele, lei si chiamava Victoria… lei aveva una prigione dorata. Io ero lo schiavo muscoloso che la strappava dalla quotidianità e in modo clandestino e bellissimo ci siamo amati. Forte.
    Ma le gazze ladre sono più attrarre dai luccichii che dai lucciconi. Anche se di lucciconi, dopo Camilla, ce ne sono stati sempre troppo pochi e qui, in realtà, sono usati solo perchè utili alla prosa. Quindi arrivò la vera Adele, che chiameremo lo stesso Adele. La chiameremo così, esattamente come vorrei che mio fratello alla fine chiamasse sua figlia, che magari nasce proprio oggi; ma in fondo sono sicuro che alla fine sceglierà un altro nome, sempre con la A, ma che non sarà questo. Almeno questo Dante me l’ha evitato. Anche se a pensarci bene, in fondo sarebbe stato divertente…
    Quindi ecco la mia Adele, che non era la principessa di Aladdin, ma ci somigliava tanto. Bella come il sole e altrettanto inquieta, come piacciono a me, lei mi aveva fatto dimenticare Victoria e la sua relazione impossibile. Forse amavo Vic solo perché in questo modo avevo l’occasione di alzare il dito medio verso tutto quel mondo lavorativo a cui appartenevo per interessi, ma non per ideali. Come “L’Andrea (più pazzo che) furioso” del racconto della Camilla originale, io, Andrea, sono stato uno dei migliori “dipendenti senza contratto” di quell’azienda. Il primo a raggiungere risultati che andavano al di la di quello che mi veniva insegnato e forse il motivo, come potrebbe dire chiunque che mi ha conosciuto lì dentro, era proprio perché rifiutavo quell’impostazione all’ americana fatta di pugni sul petto e mantra ripetuti ad occhi chiusi e cuore aperto. Forse perché a Firenze si tende a dire: “…ma icchè dice sto fenomeno?!” e quindi grazie anche a questo mio retaggio ho sempre mantenuto la mia integrità che spesso, nonostante tutto ancora viene messa in discussione, forse, semplicemente perché a volte non si vuole accettare che certe cose derivano semplicemente dal mio talento.
    Ancora una volta ecco il Karma, Mr. Kay per gli amici e i congiunti… Victoria non ci sta e mi cerca, mi scrive, mi dice che ha lasciato il Maharaja e me lo ripete provocando le mie reazioni sapendo dove colpire. Adele lavorava con me e il Maharaja. Quest’ultimo non doveva sapere, più che altro per tutelare Vic che come fanno spesso certi animali confusi, non lasciano un ramo senza prima aver lasciato l’altro. Non sapevo come fare. <> mi sussurrava Adele con tutta la calma e l’equilibrio in sua dote. Risposi la prima persona che mi è venuta in mente, non quella che fosse più credibile. No, io non le risposi come fece il vero Andrea. Non risposi che era bella anche perché non avevo bisogno di un candidato all’altezza come Joe Biden, ammesso che quest’ultimo lo sia. Qui la bellezza di Camilla – che non si discute – non c’entra niente e soprattutto non sarebbe stato in ogni caso la cosa che mi avrebbe mosso. Semmai mi mancava la personalità di Camilla, la stessa che trovavo in Vicky; lo stesso fuoco, lo stesso fare gentile da acqua cheta a metà tra chi è pronta a giudicare e chi ha invece un’anima leggera e selvaggia. Questo si, questo mi mancava e l’ho cercato. Sempre.
    Dissi il nome di Camilla perché era un nome comune… no, non è vero. Lei era tutto tranne che comune, soprattutto nel nome. Lo dissi perché pensavo che avrebbe allontanato tutti i sospetti da quella questione che doveva rimanere nascosta, sepolta. E avrebbe concentrato Adele sul mio passato.
    Volevo permettere a me stesso di provare ad essere sereno lontano da ogni turbamento. Lo feci anche per tutelare gli interessi di una persona che non stimavo più e che questa esperienza ha cresciuto. Come ha cresciuto anche me, insegnando ad entrambi a stare soli piuttosto che accompagnati da regnanti pronti ad abbandonarci, in tutti i sensi, se preda dei loro capricci. Vic sta bene oggi. Ha un figlio che non ha sangue reale. Lavora nel volgo e ancora oggi quando può, a modo suo, mi manda un bacio e mi ringrazia senza dirmi il perché.
    Ma il punto non è questo, il punto è che Camilla reagì a questa notizia arrivando a invocare il codice penale. La mia colpa aveva la stessa applicabilità che ha oggi l’abigeato o che ha avuto il conflitto d’interesse in Italia in epoca berlusconiana: si chiamava lesa Maestà, Lex Iulia art. X dell’anno pre-domini, 8 a.C.
    Risposi a Camilla chiedendole scusa, cospargendomi il capo di cenere; le spiegai il perché di una scelta comunque stupida da parte mia. Le dissi come erano andate le cose, che era frutto del caso, colpa di Dante, di Mr Kay o semplicemente di Freud. Ma lei riuscì ad andare oltre, dichiarandosi perseguitata politica e aggiungendo alla sua narrativa nei miei confronti richiami a personaggi Disney, come quando mi definì un Peter Pan rugoso e imbruttito che nella migliore delle sue ipotesi avrebbe dovuto appendere al chiodo la calzamaglia.
    Presi tutto. Ringraziai e abbandonai il vascello. Non so quanto lei credesse a quello che diceva, se fosse frutto della rabbia del momento oppure del retaggio del passato senza memoria storica e/o esami di coscienza.
    Io e lei siamo rimasti estranei per più tempo di quanto siamo stati complici e fa strano pensarlo di una ragazza che pensavi potesse valere tutto. Qualche anno fa, andai dal fornaio nella via di casa sua. Passavo di lì. Lì la schiacciata spacca di brutto e la pizza è una droga. Ne voglio un pezzo. Davanti al banco indico alla signora che mi serve quello che voglio. Nel riflesso vedo Camilla. Non mi giro perché qualsiasi “ciao”, qualsiasi cosa sarebbe troppo imbarazzante. So perfettamente che lei mi ha visto; ebbi modo di vedere la sua faccia nel momento in cui con una scusa indicai la schiacciata che volevo. Chissà se lo sa Camilla che io sapevo? Chissà cosa ha pensato in quel momento. Questo davvero non lo saprò mai, perché difficilmente leggerà queste cose e difficilmente si riconoscerà ad uno sguardo superficiale. E forse è anche giusto così… lei è sempre stata brava a scrivere. Non come me. Ignorante e pieno di errori grammaticali e di punteggiatura. Spaziatura, a capo. Provo a spiegare… forse è troppo lungo. Chi se ne frega. Non è a lei che scrivo. Scrivo per me, anche perchè il tempo delle giustificazioni è finito. Non ho perso più tempo a difendere me stesso dal 2002. Sono sempre andato avanti con gente che bisbigliava alle mie spalle cose che io sentivo benissimo, ma che ero abbastanza educato da non esasperare o puntualizzare.
    Ma forse ci sono dei motivi per cui adesso ho voglia di scrivere. Forse perché ripercorrendo la storia di Andrea Cartone e Camilla ho avuto modo di trovare la tanto inquietante similitudine. Forse perché da 3 anni a questa parte, cioè da quanto ho trovato questa storia online, è la prima volta che le parole fluiscono. La quarantena aiuta, ti da il tempo; sicuramente ha aiutato Harry Potter, i ricordi delle scritte sugli alberi e altre cose ancora.
    La quarantena aiuta anche a dormire di più. Non meglio, ma di più; e magari in un raro sogno, che le redini del THC lasciano andare via, io l’ho rivista quella ragazza. Non si ricordano bene i sogni di solito, a volte devi scriverteli la mattina. A volte semplicemente ripercorrendoli ti rendi conto di vuoti di trama che lì per lì ti sembravano così normali e logici. In un tempo che non c’è, in un luogo che assomigliava ad una scuola con un cortile, lei abitava in una roulotte a cui si accedeva da un sentiero che in questo momento mi sembra ricordare fatto da una scala in pietra. In questo bosco, vicino alla sua roulotte, lei camminava tranquilla a distanza di un decina di metri. Io a quel punto urlo il suo nome: <>. Non so perché, ma anche la mia aspettativa riguardo quella che sarebbe stata la sua reazione, nel chiamarla, era tutt’altro che negativa. Il contrario della scena del fornaio, che però un sogno non era. La realtà è sempre più incredibile, forse proprio perché ci sforziamo di applicarci una logica meschina e menefreghista.
    Vado verso di lei, stiamo insieme, si parla, si ride, si scherza, forse ci baciamo, ma non mi ricordo veramente. Sicuramente non c’è niente di pornografico da raccontare. Così in quei 10 minuti di sogno – che il tempo onirico è capace di rendere ore, e anche forse giorni – io e lei ci salutiamo per rivederci il giorno dopo, dando per scontato che sarebbe stato così, senza una promessa. Senza un’aspettativa perché era tutto normale. In quella dimensione io e lei siamo ancora complici. Magari non parliamo più di Berlusconi, io non parlo di Shevchenko, nessuno ha paura del giudizio del padre; sicuramente siamo cresciuti tanto da poter parlare di più di quanto facevamo all’epoca dove il nostro comune denominatore era la voglia di scoprirsi guardando un film. Mi sveglio prima di rivederla il giorno dopo.
    Cerco lo scritto di questa autrice, perché mi ricorda clamorosamente quali sono stati i miei errori e senza volervi giustificarli parto dalla storia di Camilla per raccontare la mia Camilla. Una persona buona, ma con dei lati inesplorati, anche da lei stessa. Le vorrei dire che se anche si riconoscesse nelle mie descrizioni, anche se si sentisse giudicata da me, la mia volontà non è quella di farla sentire colpevole di qualcosa. La mia volontà è quella di raccontarle con una carezza quello che a lei sembrerà una schiaffo, perché fatto con la forza del suo guanto preferito: la scrittura.
    E arriviamo all’ultimo atto, che non toglie niente a nessuno, ma come in un grande film dalla sceneggiatura circolare propone un atto finale degno di C. Nolan.
    Lei si chiama Leyla. E’ greca. Bella, mediterranea, bionda con boccoli che sembra Pollon. Viene qua in Italia per studiare. La conosco una sera in un uno dei peggiori bar di porta al Prato, dove vai non aspettandoti di incontrare qualcuno di così speciale. Ridiamo, scherziamo, si gioca, si scherza, ci si stuzzica. Forse ballo, sicuramente la bacio. Una forza… un’artista e un’esploratrice dall’animo gentile, ma irrequieto. L’avresti mai detto?! La devo rivedere… lei tra un mese va via. Lascio tutto e vivo un mese al massimo. Prima che se ne vada faccio un’ultima crociera con lei a Barcellona, poi di ritorno la accompagno a Fiumicino.
    Tornerà poi l’anno dopo per stare con me. Costruiamo quello che possiamo insieme, ma io perdo tempo a lavorare; tendando di costruire basi più solide per il mio futuro e, anche se non me l’aveva mai chiesto, anche per il suo. Lotto come non ho mai lottato; divento uomo come non lo sono mai stato oppure, meglio, come non avevo mai voluto ammettere fino ad allora. Non era certo iniziato lì l’abbandono alla fanciullezza. Era iniziata prima. Sicuramente non nel 2002, ma che io mi ricordi la prima volta che ho cominciato a smettere di credere nella sincerità delle persone è stato proprio a quell’epoca. In effetti è qui che Kay Dante decide di rispolverare un vecchio adagio: <>. Altro esame di coscienza in arrivo, altra colpa tutta per me. Per fortuna che nel frattempo ho appreso tecniche di intelligence e di indagine degne di Jason Bourne e ho una leggendaria capacità di manipolare i discorsi che Hannibal Lecter, scansati. Questa volta non c’è bisogno di una margherita a cui togliere i petali per indovinare se Clarisse mi ama o non mi ama, come feci nel caso di Camilla. Non devo interrogarmi se mi ha tradito, oppure si è resa conto che mi vuole sposare. Questa volta lo so… diversamente da Camilla, a cui a distanza di quasi 20 anni andrebbe chiesto. Il mal di pancia c’è, ma dura quello che deve durare. Il giorno dopo mi faccio assumere per fare il cameriere. Non al Caravan Serraglio a Piazzale Leonardo da Vinci, questa volta sotto casa, al Curtatone. Non so fare un cazzo, ma lo faccio come quando ero al Caravan… devo correre e non pensare. Poi proseguo al Mercato Centrale, mi rimetto in gioco e la paura va via.
    Manca solo una cosa.. la fiducia. C’è solo un grosso schermo tra me e gli altri, costruito dal mio incredibile talento nell’uso della retorica, nella sagacia di dire alcune cose, usandone altre. Come quando con una battuta interrompi un’ emozione che senti scappare. Perché senti o ti dici di averne vissute abbastanza da non averne più voglia. Abbastanza storie da dire “basta… sto qui fino a che non ne vale davvero la pena”.
    Forse alcune persone non sono semplicemente fatte per essere felici. Non per colpa di genitori troppo oppressivi, ne per colpa di altri. Credo in realtà che no non ci sia colpa nell’essere inquieti, nell’essere sensibili al punto da sentire le cose che è in grado di provare Camilla. E forse è proprio questa inquietudine che la rende grande. Grande nel momento in cui riesce a mettere per iscritto un’emozione che qualcuno sa soltanto singhiozzare, oppure celare perché pensi che questa forza ti renda più uomo.
    Penso che il tempo sia il più grande galantuomo della storia. Sa aspettare e ha la pazienza di vederti crescere senza giudicarti, al contrario delle persone che a volte hanno necessariamente bisogno di un carnefice per potersi dichiarare a loro volta vittime.
    Se mai un giorno Andrea Cartone rivedrà Camilla, ad oggi, gli consiglierei di chiederle scusa. Non fosse altro per il senso di colpa che, se è umano, dovrebbe avere per averle trasmesso questa sfiducia verso tutto e tutti. Non fosse altro perché è stato proprio il giorno del suo compleanno che lei ha documentato il suo attacco di panico, proprio qui, proprio qui sotto.. E ci vogliono le palle per ammettere quella vergogna. Descrivere quella voglia di andarsene perché non ci si sente più di appartenere a questo mondo e ci si sente schiacciato. Ci vuole le palle e ci vuole sensibilità e voglia di affondare le mani nella merda.
    Per questo credo che ci voglia responsabilità anche per essere felici. Spesso la scelta è solo delle persone, a volte semplicemente le cose accadono per questa legge universale che esiste, ma non è guidata dal caso. La chiamano destino. Io nel mio incedere, finora, non ho fatto altro che dare nomignoli che spero non l’abbiano offeso. Anche perché chi lo sente poi? La felicità è una scelta tanto quanto il contrario. L’importante è capire a chi dare la responsabilità e ancora meglio è rendersi conto che a volte è solo colpa tua. Magari Camilla non è fatta per essere felice, magari lei è fatta semplicemente per essere grande e avere quella forza di affondare le mani in quella merda e raccontare qualcosa che ai più non sarà mai del tutto chiaro.
    Non credo Andrea Cartone abbia mai avuto un attacco di panico. Io si; la mia Camilla… boh. Spero di no, quantomeno spero che non sia stato colpa mia. Se un domani avrò modo di rivedere Camilla spero non sia dal fornaio, ma in un sogno. In un luogo che non c’è, in 10 minuti del mio tempo onirico, dove non c’è bisogno di fare le cose di fretta, senza bisogno di logica o di chiedere scusa per colpe che in realtà abbiamo tutti. Dove ci si da appuntamento al giorno dopo, dando per scontato tutto.

    Ciao Cami

    Andrea C.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *