La prima cosa bella – Chiara Bernocchi

Di lui non ricordava il compleanno e neppure sapeva quando era morto, se lo era.
“Ci sono persone che sono meno di niente… l’indifferenza per loro è già troppo” gli avevano detto. Sì, ma come si fa a “essere meno di niente” o a dare qualcosa di più dell’indifferenza? Lui la sentiva quella stretta allo stomaco che toglieva la fame, che montava in rabbia, in una fottutissima rabbia. Immaginava l’indifferenza come una logorante partita a scacchi dove vince il più bastardo e trionfa chi non ha niente da perdere: suo padre negli ultimi venticinque anni doveva aver vinto al superenalotto.
Quel giorno Ale era in verniciatura, il che voleva dire finire per le 20 anziché per le 17, ma quello lo avrebbe saputo solo alle 16:30 come sempre, e come sempre non avrebbe potuto obiettare. Gli altri colleghi sarebbero arrivati a casa tra i venti e i trenta minuti dopo; lui, invece, avrebbe avvisato a casa che sarebbe arrivato a un quarto alle dieci. Sapeva già che Grazia avrebbe canzonato quel suo modo di dire: “Dieci meno un quarto, piasentin!”. Un sorriso di entrambi, un’alzata di spalle di lui, uno sguardo verso il soffitto di lei e poi insieme: “A dopo, ti amo”. In quelle occasioni le serate seguivano un preciso rituale con Ale che cenava in solitudine e Grazia che riempiva la sua assenza con piccoli gesti d’amore, come appoggiare l’accappatoio pronto all’uso accanto alla vasca e preparare il pigiama sul mobile di fronte. Ma nelle ultime settimane aveva anche un’abitudine in più che lei non sapeva: arrivato a casa, sostava qualche minuto sulla porta della camera e allentava le tensioni della giornata guardando quel corpo rotondo, dolce, che si girava e rigirava nel letto senza pace, alla ricerca della posizione giusta per dormire. Era ormai questione di giorni. In previsione del parto si era informato molto: non solo libri e riviste, ma anche l’iscrizione in forum al femminile con il nickname di mammo85 che gli era costato dure critiche di ingerenza sessista da parte delle femministe. C’era poi quel vicino di casa di origine egiziana che era diventato papà solo quattro mesi prima, ma che ogni volta in cui si incontravano non si esimeva dall’ammonirlo: “Ci vuole pelo su stomaco… tieni lei mano… stalle viscino”. Proseguiva il suo teatrino scuotendo il capo con lo sguardo fisso a terra, come a ricordo di quelle ore difficili, e lo terminava con un’amichevole pacca sulla spalla non appena vedeva comparire la moglie con il frugoletto. “Dai, Ale, che ci siamo!” le diceva lei passandogli davanti con la serenità conquistata tra le braccia.
Tutto questo frullava nella sua testa, mentre dalla terza corsia sfrecciava il cartello che indicava la fine dell’Emilia Romagna. Si convinceva di essere sempre più vicino, ma sapeva che Milano e l’ospedale soprattutto erano ancora molto distanti. La suocera lo aveva avvisato del parto indotto di Grazia intorno a mezzogiorno; anche se i medici dicevano che tutto si sarebbe svolto con calma e che il bambino non sarebbe nato prima delle nove della sera, lui si era precipitato in macchina perché avrebbe già dovuto essere lì e invece chissà quando sarebbe arrivato e chissà come stavano andando avanti le cose. Stava per arrivare il momento, sarebbe diventato padre, liberandosi una volta per tutte di quel marchio di “figlio” che proprio non sopportava. Dicono che figli lo si è per sempre, ma lui non la pensava così: una volta diventati padri quello che c’era prima è un passato da seppellire. Le priorità cambiano e quello che hai ricevuto non conta più. Conta, invece, quello che riesci a dare e non puoi fallire come hanno fatto con te. La catena dovrà pur spezzarsi e tu sei la persona giusta per farlo. È il momento esatto per mostrare che non è vero che “si dà quel che si riceve” e che “le colpe dei padri ricadono sui figli”, perché su suo figlio non sarebbe ricaduto un bel niente. Suo figlio avrebbe ricevuto tutto l’amore del mondo e insieme avrebbero fatto grandi cose… cosa nello specifico non sapeva… cosa fanno i padri insieme ai propri figli? Lui non ne aveva idea, perché un padre non lo aveva mai avuto. Le poche ore trascorse insieme erano occupate dai suoi vagheggiamenti: aveva sempre un pendolino in tasca, una pietra appuntita grigio chiaro legata a una catenella; andavano per campi e non appena il padre incontrava un pastore o un agricoltore tirava fuori quell’oggetto magico e prediceva il futuro facendolo dondolare sopra a un fiore o a un piccolo cespuglio. Ale stava lì ad osservare quel venditore di promesse fasulle cui non interessava niente se lui, cinque anni appena, fosse stanco morto, assetato e con i lacrimoni. Voleva la mamma, voleva tornare a casa. Non capiva perché dovesse stare con quell’uomo che arrivava da Milano in treno solo per vedere lui, la sorella, chissà perché, non la cercava mai. Era il suo figlio prediletto –almeno così gli ripeteva-  e per questo ci teneva a insegnargli i trucchi del mestiere.
Quale mestiere andasse vaneggiando se lo chiedeva ancora adesso, mentre seguiva con lo sguardo l’apertura della sbarra di uscita dell’autostrada. Ancora venti minuti e sarebbe arrivato in ospedale. Guardava distrattamente il telefono a ogni sosta al semaforo, ma non vedeva niente: né una chiamata né un messaggio su whatsapp. Ancora poco, una manciata di chilometri e poi avrebbe parcheggiato la macchina; un posto valeva l’altro e al diavolo le multe, per una volta! Eccolo, l’ospedale, un casermone alto e rettangolare che non ispirava nessuna fiducia, attraversato da un brulicare di persone affannate in un costante andare e venire.
Si butta nel formicaio, scavalca la fila per entrare in quelle piccole ascensori lente e claustrofobiche. Aveva preso quello sbagliato: doveva scendere al piano -1, ginecologia ed ostetricia, ma quella scatola di sardine saliva e saliva ancora fino all’ultimo piano, il nono: reparto di psichiatria. Pensa di prendere le scale, ma una vecchia schiaccia il pulsante prima di lui e l’astuccio di acciaio ricomincia a scendere. Segue la luce rossa illuminare tutti i numeri in scala decrescente, le ginocchia si muovono avanti e indietro, un pugno sulle pareti scandisce ogni piano che se ne va, lo sguardo fisso al soffitto, mentre la bocca impreca contro qualsiasi santo in paradiso. Iniziava a sentire caldo, il sudore gli scendeva dalle tempie fino ai palmi delle mani che sfregava in maniera ossessiva sui jeans. Poi un suono prolungato, un tonfo sordo e le porte che si aprono. Sbircia, spostando il torso in avanti, come a sgusciar via il prima possibile. Butta un’occhiata fuori e vede le porte dell’ascensore di fronte al suo chiudersi. “Riservato al personale di servizio” enunciava un cartello: c’era un paziente in barella e almeno quattro medici intorno, un quinto era riuscito fortunosamente ad entrare arrivando di corsa. Esce correndo verso destra, afferra con tre dita la pesante porta lasciata semiaperta dal medico ed entra in reparto andando dritto verso la sala d’attesa. A metà corridoio sente una voce chiamarlo: “Ale! Alessandro!”. Si volta, il respiro affannato, le gambe pronte a scattare senza sapere quale direzione prendere e vede Ornella, la mamma di Grazia che gli viene incontro: si trascina, tenendo con una mano un fazzoletto e con l’altra i lembi del cappotto sul petto quasi a volerlo strappare; le spalle ricurve e la lunga frangia cercano di nascondere il mascara colato dagli occhi. A fatica, singhiozzando, afferra il braccio del genero:
“Non so se ce la farà, Ale, dobbiamo attendere la notte”
“Non so se ce la farà chi?!?”
“Grazia, Ale… ha perso molto sangue… l’hanno operata d’urgenza. La bambina è salva, ma lei ora è in terapia intensiva… l’hanno portata via poco prima che tu arrivassi”.
Opzione non calcolata. Fu come essere risucchiato in uno spazio parallelo: suoni attutiti, presenze fisiche sfocate, peso corporeo assente. Solo la mente macinava pensieri a raffica, ma uno su tutti arrivò dritto nello stomaco: se solo fosse stata la bambina a esser in pericolo e non la moglie… dopotutto, fare il marito era già un’abitudine. Cosa fare adesso?
La ragione gli suggeriva di andare da Grazia, ma qualcosa lo tratteneva lì, appena fuori dalle sale travaglio. Vedeva Ornella aggrapparsi al corrimano del muro, così disperata per la sorte della figlia da non domandarsi più di quella della nipote. E poi c’era lui con le sue promesse di vicinanza alla moglie ormai disattese. Poi, all’improvviso, un lampo: aveva letto dell’importanza del contatto pelle contro pelle per affrontare al meglio il trauma della venuta al mondo. Si ricordava anche che i neonati avessero una memoria corporea, attiva sin dalla nascita, anzi sin dalla vita intrauterina. Sua figlia, quindi, lo conosceva perché sentiva tutti i giorni la sua voce prima di andare a letto la sera e ogni mattina si svegliava con la sua mano appoggiata sulla pancia della mamma. Non erano due estranei. Adesso, però, era arrivato il momento di conoscersi davvero.
Si avvicinò alla porta che conduceva alle stanze del travaglio, schiacciò il pulsante rosso dell’apertura automatica. Non appena entrato un’ostetrica gli venne incontro sorridendo:
“Sono il…” balbettò
“Lei è il marito di Grazia?”
“Sì, sono io –farfugliava-  ho fatto il prima possibile… io…”
“Venga, venga. La bimba l’aspetta”. Quella bambina stava aspettando… lui? Allora aveva fatto bene a rimanere lì, a varcare quella porta e a…
“Prego” l’ostetrica inciampò nei suoi pensieri, “questa è la stanza. Il neonatologo sta per finire la visita di routine”. Mentre la porta a scomparsa scorreva, svelava un medico che con gesti rapidi univa gli ultimi lembi di un fagotto:
“Buongiorno!” esordì il dottore “Ecco, papà!” disse porgendogli un ciuffo di capelli avvolto in un tessuto verde scuro: “Ecco sua figlia!”.

Chiara Bernocchi

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Classe ’86, laureata in Storia e Critica dell ‘Arte e residente in provincia di Pavia. Ho deciso di scoprire quello che non so ancora di me scrivendo.

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