Di quello che è stato o sarebbe potuto essere – Irene Serra

Sono quasi le quattro del pomeriggio e la stanza è immersa nella penombra.
Fa caldo. Ha le gambe nude appoggiate sulla coperta blu e la maglietta bianca, che le cade da una spalla, scopre la sua pelle dorata e, ogni volta che tenta di sistemarla, scuote leggermente un ricciolo.
Dalla finestra entra una luce soffusa. Ha chiuso le persiane solo per metà. Non ha voglia di altro calore, ma neppure del buio.
Dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, si è sfilata i pantaloncini e la canotta e li ha lasciati cadere sulla sedia di vimini all’angolo destro del letto.
Sul comodino accanto a lei c’è una pila di libri e una bottiglia d’acqua. Sta leggendo un romanzo di soli tre capitoli. Racconta la storia di due che si incontrano soltanto tre volte e tutte le tre volte per la prima volta.
E’ arrivata alla fine del secondo, ma non ha il coraggio di continuare. Ha l’impressione che non finirà bene e da ragazzina, quando leggeva un libro a settimana, aveva il brutto vizio di leggere l’ultima frase dell’ultima pagina ogni volta, prima di cominciarne uno nuovo. Dalle ultime parole, dal ritmo, dalle pause utilizzate in quell’ultima riga decideva se lasciarsi andare, se dare fiducia all’autore e lasciarsi cullare serena dal romanzo, oppure se restare vigile, all’erta, in attesa della brutta piega che era certa avrebbe preso ad un certo punto quella storia.
Non legge più un libro a settimana, e non va neppure più a cercare di indovinare il finale del romanzo: galleggia tra le righe, finché il mare è tranquillo e, quando arriva la tempesta, prova a salvarsi e uscirne intera, ma altre volte lascia perdere, come in questo caso.
Fissa il soffitto e pensa a cosa farebbe, se avesse la possibilità di incontrarlo di nuovo per la prima volta. Se avesse la possibilità di rivivere tutto, ma in un momento diverso. Si chiede se andrebbe meglio, se questa volta durerebbe o se semplicemente non comincerebbe mai.
E’ arrabbiata, ma non sa bene con chi.
Lo è molto con se stessa, perché ha imparato a bastarsi, ha imparato a meritare di meglio, ma continua a dispiacersi per non essere stata abbastanza.
Si chiede cosa di diverso in lei le permetterebbe di ricominciare da capo. Non è arrabbiata, adesso, è davvero curiosa di sapere quali sarebbero il carattere, i lineamenti, il colore degli occhi che dovrebbe avere per incontrarlo un’altra volta per la prima volta e ricominciare. Si chiede quali sarebbero quelli di lui.
Sa di non averlo mai pensato tanto come sta facendo ora, sa che le basterebbe scendere da quel letto, spalancare la finestra, bere un po’ d’acqua, infilare di nuovo i suoi vestiti e guardare fuori, la campagna della Normandia e le case di pietra dai tetti marroni. Sa che le basterebbe questo per cancellarlo dalla mente.
Conosce l’arte di cavarsela, o almeno ha iniziato ad impararla. Sa che si sopravvive, che può decidere di farsi attraversare dai dispiaceri o lasciarli fuori e che in ogni caso ne uscirebbe sempre intera.
E’ solo che a volte si permette di restare lì, ferma, a fissare il soffitto mezza nuda senza cercare alcuna soluzione, alcuna via d’uscita o distrazione.

E’ lì da quasi un mese, lo ha fatto per se stessa.
Un giorno, non sa dire bene quando, ha deciso di fare qualcosa che sentiva di dover fare, senza chiedere il permesso a nessuno. Mettendoci la pazienza, la fatica, il tempo e il denaro necessari, senza chiedere aiuto.
Qualche mese dopo è partita, e sul treno, seduta accanto ad una sconosciuta addormentata, ha realizzato di non essere più quella di prima. Si è sentita un po’ più intera, un po’ meglio incastrata in quella figura che fissava dal finestrino i suoi genitori fermi al binario della stazione e si immaginava i loro pensieri.
“Lo ha fatto davvero”.
“L’ho fatto davvero”, si è detta, e stranamente non ne è rimasta poi così stupita.
Ha dormito da sola in un appartamento di una città sconosciuta, ha letto, parlato, ascoltato in una lingua che non era la sua. Ha condiviso la vita con un’altra famiglia, ha tenuto in braccio una neonata, ha chiacchierato attorno a un tavolo a lume di candela, ha cucinato per qualcuno, ha scoperto di sapersela cavare con l’infanzia e l’età adulta, ha camminato per Parigi con un ombrello e una cartina troppo piccola per distinguere ogni via, si è ritrovata sola di fronte alla notte stellata di Van Gogh per tre minuti netti. Si è svegliata tutte le mattine lontana da casa, dalle solite cose, le solite persone, i soliti discorsi e si è scoperta comunque intera. Senza paura del buio, della solitudine, di perdersi e non ritrovarsi più, di quello che è stato o sarebbe potuto essere.
E’ andata lì e lo ha fatto per se stessa, senza lasciare a niente di ciò che conosceva il permesso di entrare nella sua autonomia, nel suo ritmo, nella sua libertà, nel suo momento.
Solo adesso ha salito le scale fino alla mansarda del terzo piano e verso l’ultimo scalino un pensiero le è sfuggito, ha percorso centinaia di chilometri ed è tornato ad insinuarsi delicatamente nella sua mente.
Quel pensiero l’ha fatta sentire improvvisamente molto stanca, per questo ha chiuso le persiane e si è lasciata cadere sul letto. Perché prima di partire aveva deciso di lasciarsi libera e sa che quella che sente è mancanza ed è solo sua.

Tasta la coperta per cercare il cellulare, preme il pulsante per accendere lo schermo e guarda l’ora: 16.00.
Si tira su e sistema il ricciolo sfuggito alla molletta.
Pensa che vorrebbe raccontargli di quando è andata al mercatino dell’usato di un paesino perso nella campagna della Normandia e i proprietari dell’ultima bancarella, un uomo e una donna dall’aspetto trasandato che erano in compagnia del loro cane steso all’ombra e di alcuni resti di cibo su un tavolino da campeggio, le hanno chiesto di lei, dicendole che era la prima persona italiana che avessero mai incontrato, e che poi, quando stava andando via ed era già parecchio lontana,
li ha sentiti gridare “Bon courage pour l’avenir!”.
Pensa che vorrebbe raccontargli di tutto questo, ma che non saprebbe neppure bene da dove cominciare.
Pensa che le manca, mentre riapre le persiane e lascia entrare la luce dalla finestra. Lo pensa con estrema naturalezza e serenità.
Si avvicina al comodino e beve un sorso d’acqua. Una cartolina da in cima alla pila di libri scivola e cade andandosi a incastrare in qualche angolo chissà dove.
Si infila nuovamente i vestiti e dà uno sguardo veloce allo specchio, senza rimproveri.
Fuori il sole è forte e lei ha delle cose da fare.
Afferra la borsa e le scarpe, guarda i suoi oggetti in quella camera. Lì c’è lei adesso: vent’anni, un ammasso di riccioli rossi, una pila di libri usati e alcuni fogli scarabocchiati. C’è poco, ma è tutto quello che deve esserci, e a lei piace.
Infila le scarpe, apre la porta e la richiude alle sue spalle. Da in fondo alle scale proviene della musica, quasi indistinta all’inizio, poi sempre più chiara, vicina, ad ogni scalino, man mano che scende.
Sa che non è come sei quando sei via, ma quello che sei una volta tornato a casa.

Irene Serra

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